Breve storia dell’economia e dell’elettronica industriale italiana

In molti parlano di lavoro.

Di lavoro che manca, di giovani che emigrano, di giovani che restano e sono costretti a lavori sottopagati e precari. Una generazione di addetti ai call center e di consegne di cibo in bicicletta.

Molti dicono che il lavoro non si crea per decreto e che c’è un “mismatch”( una non corrispondenza) tra offerta e domanda di lavoro: molte aziende cercano professionalità elevate che il mercato non offre, come nei settori dell’informatica e dell’automazione industriale.

Questo sarà anche vero, ma facciamo una brevissima storia dell’economia italiana dal 1945 in poi. Dopo la Seconda guerra mondiale l’Italia si è rimboccata le maniche ed ha fatto quello che la Repubblica popolare cinese ha fatto negli ultimi trent’anni: passare da una economia prevalentemente agricola ad una economia industriale. Il famoso “boom o miracolo economico”.

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Poi, come avvenuto in tutte le economie avanzate americane ed europee, si è sviluppato il settore dei servizi: commercio, trasporti, finanza, terziario avanzato.

Nel 1989, con il crollo del Muro di  Berlino e dell’impero sovietico, sembrava che si dovesse aprire una nuova era di benessere per tutti. Per i primi anni c’è stato un certo incremento dell’economia europea, perché i paesi dell’Europa orientale dovevano recuperare il divario che si era nel frattempo accumulato nei confronti dell’Europa occidentale. Poi, con l’esplosione della cosiddetta “bolla dot.com”  (anno 2000, borse di New York – in particolare il NASDAQ), l’economia mondiale ha iniziato ad avere una forte battuta di arresto.

Si cominciava a capire che la crescita mondiale era pompata artificialmente: essa non era dovuta alla creazione di nuovi mercati e/o nuovi prodotti (come avviene da secoli), ma dalla sopravvalutazione delle aziende tecnologiche e delle “magnifiche sorti e progressive” che ci si aspettava da esse.

LA seconda battuta di arresto, molto più forte di quella del 2000, è avvenuta, sempre negli Stati uniti d’America, con le crisi del 2007-2008, quella dei “mutui subprime” e del fallimento della banca d’affari  Lehman Brothers. In poche parole, per mantenere i margini di profitto che non si potevano più realizzare, il sistema finanziario statunitense ha iniziato a truffare il mercato,  la società e l’economia reale, vendendo mutui a persone che si sapeva perfettamente non erano  in grado di ripagarli. La famosa “cartolarizzazione”  (impacchettamento di debiti in prodotti finanziari  da vendere sul mercato mondiale) ha poi sparpagliato in giro per il mondo tutta questi debiti inesigibili (ora si chiamano più “elegantemente” NPL – non performing loans), creando scompiglio in quasi tutti i bilanci di banche, aziende, enti pubblici, risparmiatori privati, in giro per il mondo.

Dal 2008, il sistema economico mondiale è entrato in una profonda crisi. Europa e nord America hanno rallentato gli acquisti, la Cina ha rallentato le esportazioni ed ha dovuto potenziare il mercato interno. Per salvare banche ed imprese dalla crisi sono stati iniettati nel mercato finanziario mondiale svariate  centinaia di miliardi di dollari, che hanno arricchito pochi, ma impoverito  molti. Si è interrotto definitivamente il ciclo economico dell’era del consumismo (1950-2000), la classe media di nord America, Europa (e di tutti i paesi mediamente sviluppati come Brasile o Sud Africa),  ha visto indebolire molto il proprio potere di acquisto, innescando un circolo vizioso, da cui non siamo ancora usciti.

E da cui non usciremo a breve, considerato che, di fronte ad una malattia grave dell’economia mondiale, si ripropongono medicine vecchie che non funzionano più: si vuole curare il cancro con l’aspirina. Del resto, siamo arrivati alla fine di un ciclo economico di più 500 anni (dal 1492, dalla “scoperta” dell’America), ma al telegiornale non ce l’hanno ancora spiegato.

Serve un nuovo modello di sviluppo economico;  si vuol far crescere all’infinito un’economia in un pianeta finito: anche un bambino della scuola primaria capisce che ciò non è possibile. Ci vogliono trattare da deficienti.

Facciamo un piccolo passo indietro e  parliamo di fatti di casa nostra.

L’Italia nel 1985 aveva alcune importanti aziende nei settori dell’elettronica industriale, dell’elettrotecnica,   dell’automazione,  dell’informatica, delle telecomunicazioni, della produzione di autoveicoli e di elettrodomestici, aziende dove si fa uso di componentistica elettronica. Il sottoscritto ha lavorato in due riprese (1985-1990 e poi 2000-2015) nel settore vendite di  un’azienda milanese che produce componentistica elettronica.

Nella seconda metà degli anni ’80 in Italia erano presenti importanti imprese di  livello internazionale, come il gruppo FIAT, il gruppo Olivetti, Italtel, il gruppo Merloni e molte altre.

Il gruppo FIAT sappiamo come si e’ evoluto. Ora si chiama FCA –  Fiat Chrysler Automobiles, ha sede legali in Olanda, a Londra, a Detroit; a Torino c’è rimasto poco o nulla, soprattutto la famiglia ancora azionista di riferimento. Gli stabilimenti italiani arrancano come negli anni passati tra cassa integrazione più o meno perenne (in particolare lo stabilimento di Piedimonte San Germano – Cassino, senza trascurare Pomigliano e Melfi). E’ finito un ciclo storico.

Entro l’anno 2020 il gruppo FCA si fonderà con il gruppo francese PSA, con ulteriori perdite di lavoro  verso l’estero.

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Adriano Olivetti

 

Il gruppo Olivetti era diventato, dopo il 1945, grazie all’intelligenza ed alla lungimiranza di Adriano Olivetti, figlio del fondatore Camillo, una multinazionale che tutto il mondo ci invidiava. Prodotti innovativi, come la macchina da scrivere Lettera 22, le calcolatrici Divisumma, il primo elaboratore elettronico a transistor ELEA, il primo personal computer P101, con un design all’avanguardia e metodi di commercializzazione moderni e con buoni margini di profitto,  avevano consentito ad Adriano Olivetti di reinvestire i guadagni per il benessere dei suoi dipendenti (attraverso la costruzione di case, asili nido, mense, biblioteche) e per il benessere dei territori dove erano insediate le sue aziende. Un imprenditore  illuminato e per questo inviso all’allora dirigenza di Confindustria.

Dopo la prematura morte di Adriano , nel 1960, il gruppo Olivetti ebbe una seria crisi e fu poi rilevato da Carlo De Benedetti, che negli anni ’70-’80 rilanciò il gruppo con la produzione di macchine da scrivere elettriche ed elettroniche, di personal computer, di computer di medio-grande livello che facevano concorrenza all’allora potente IBM, di stampanti e terminali per le banche e le Ferrovie di stato.

Verso la fine degli anni ’80 cominciarono ad arrivare i primi personal computer prodotti in Cina, prima a Taiwan e poi nella Repubblica popolare cinese e fu l’inizio della fine per il gruppo Olivetti.

Anche il gruppo Italtel era un importante realtà italiana, che produceva telefoni, centrali telefoniche ed altri sistemi per quella che era l’iniziale rivoluzione telematica.

Lo stesso vale per il gruppo Merloni di Fabriano, potenza continentale nel settore degli elettrodomestici; la parte facente capo a Vittorio Merloni (Ariston,  poi Indesit) pochi anni fa è stata ceduto   alla statunitense Whirlpool. La parte relativa ad Antonio Merloni (elettrodomestici conto terzi) era già stata smembrata anni prima; oggi resiste solo la parte del gruppo Merloni che era denominata Ariston Termosanitari (caldaie, scaldabagni ecc.). Come è successo a Torino, tutto il distretto di Fabriano, nelle Marche, sta soffrendo una profonda crisi, dovuta allo smembramento  del gruppo Merloni e della delocalizzazione delle principali attività.

Negli anni ’80 dello scorso secolo si diceva e si scriveva che l’Italia era la sesta (o la settima) potenza  industriale del mondo, dopo Stati uniti d’America, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna. Poi sono  arrivate la Repubblica popolare cinese, l’India, il Brasile, il Sud Africa, la Turchia e l’Italia ogni due-tre anni scivola di  qualche posizione.

L’Italia era già divisa in tre parti (diciamo che non è mai stata unita ed è  ritornata alla sua impostazione  originaria): un Nord ricco ed integrato con l’Europa, un Centro che non se la passa male (grazie anche a Roma capitale) ed un Mezzogiorno che sta scivolando sempre più verso l’Africa.

Negli anni ’80 nel Mezzogiorno esistevano molte aziende “terziste”, in particolare in Campania, che lavoravano per conto delle aziende di elettronica industriale del nord e del centro Italia, fornendo solo manodopera (conto lavoro) oppure acquistando anche i materiali (conto pieno).  Lentamente ma inesorabilmente quasi tutte le commesse dal nord al sud Italia sono “emigrate” nell’est-Europa, nel nord-Africa, in Asia (Romania, Albania, Tunisia, Turchia, Cina, poi Vietnam ecc. ), per sfruttare le differenze di costo della manodopera, per sfruttare l’assenza di diritti sindacali, per sfruttare l’assenza di politiche di tutela ambientale, per sfruttare governi generalmente autoritari.

Oltre alla delocalizzazione produttiva, è stato lasciato campo libero a pseudo-imprenditori (ma veri “prenditori”) senza scrupoli che, con la complicità di politici e sindacalisti a livello nazionale, hanno letteralmente fatto saltare interi distretti industriali di elettronica industriale, come quelli di L’Aquila-Avezzano e quello di Caserta.

In che modo? Alcune multinazionali come Ericsson, Alcatel, Siemens,  volevano disfarsi di alcuni insediamenti industriali non più remunerativi. Le multinazionali hanno ceduto gli insediamenti a prezzi di saldo, e gli acquirenti hanno rilevato i capannoni con un generico impegno a mantenere la produzione per un paio di anni, con un generico impegno a mantenere le maestranze ed a pagarne stipendi e contributi. Gli pseudo-imprenditori non hanno poi pagato stipendi e contributi delle maestranze, non hanno poi pagato i fornitori, non hanno poi pagato le banche che avevano finanziato queste operazioni.  Risultato: desertificazione di intere province e/o regioni.

Siccome abbiamo detto all’inizio che il lavoro NON si crea per decreto, o si creano le condizioni per creare lavoro, oppure l’Italia non si risolleverà mai più.

Dal 2007-2008 l’Italia non si è ancora ripresa. Occorre dire la verità agli italiani, cioè quello che nessun politico ha il coraggio di dire: dobbiamo rimboccarci le maniche, fare sacrifici e ricominciare da capo, come dopo la Seconda guerra mondiale.

Ora invece abbiamo due generazioni di politici che blandiscono gli elettori promettendo mari e monti, con una logica da voto di scambio.

Occorre una nuova classe dirigente che spieghi ai cittadini  italiani che è finito un ciclo storico, che dobbiamo smetterla di rubare soldi allo Stato, come è stato fatto durante la Guerra fredda: per contrastare “i comunisti”,   la Democrazia cristiana (insieme poi al Partito socialista)  ha distribuito soldi pubblici a pioggia agli italiani, con le pensioni “baby”, chiudendo un occhio sulle finte invalidità, con soldi distribuiti alle imprese “amiche”.

Risultato ad oggi: 2450 miliardi di Euro di debito pubblico. Questa è una palla al piede per tutto il sistema socioeconomico.

Occorre una giustizia più efficiente, per combattere gli imbroglioni, gli sfruttatori ed i mafiosi che rallentano e distruggono l’economia. Un sistema giudiziario che funziona aiuta a prevenire la corruzione, la vera piaga del nostro sistema economico e sociale, che disperde risorse e mantiene le divisioni in caste.

Occorrer ripartire dall’agricoltura di qualità, automatizzando alcune lavorazioni (come la raccolta di pomodori)  e combattere lavoro nero, caporalato sfruttameneto dei lavoratori.

Occorre ripartire dall’artigianato di livello e ricreare un tessuto virtuoso di medie imprese.

Tutti parlano di turismo, ma esso è un settore complesso, che necessita programmazione e progettazione pluriennale.

Occorre una seria ed oculata gestione del risparmio: i capitali vanno indirizzati verso le attività realmente produttive e non quelle speculative.

Va ricreata una coesione sociale, ultimamente messa a dura prova dalla criminalizzazione degli immigrati e dalle guerre tra poveri.

Va ricreata una apettativa di futuro, che trattenga i giovani in Italia, affinche essi possano costruire delle nuove famiglie.

Oggi ci stiamo mangiando la ricchezza accumulata dalgi anni ’50 agli anni ’90 dello scorso secolo: dobbiamo invertire questa tendenza.

Occorrono una nuova classe dirigente ed una nuova classe politica che non abbiano corte vedute, ma sappiano guardare almeno a dieci-venti  anni. Ce la faremo?

 

 

 

CARNE INSOSTENIBILE

Oggi, venerdi 20 dicembre 2019, il programma radiofonico Radio3 scienza della RAI ha parlato di come sia sempre più insostenibile il consumo di carne animale.

https://www.raiplayradio.it/audio/2019/12/RADIO3-SCIENZA-del-20122019—Foglie-e-buoi-del-20122019-9ff26c69-c3d7-4a89-8342-12f6cfb251cb.html

Già da diversi anni si discute di questo tema. Ormai abbiamo capito che l’eccessivo consumo di carne animale mette a rischio la sopravvivenza della razza umana sulla Terra.

L’International panel on climate change (IPCC), organizzazione delle Nazioni Unite che studia il cambiamento climatico, ha prodotto la scorsa estate un documento in cui si mette in evidenza, per la classe dirigente della Terra, cosa sta comportando l’eccessivo consumo di suolo per l’allevamento animale.

https://www.ipcc.ch/2019/08/08/land-is-a-critical-resource_srccl/

https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/2019/08/4.-SPM_Approved_Microsite_FINAL.pdf

Più del 50% delle terre coltivabili viene utilizzato direttamente o indirettamente per l’allevamento di animali. Sia terreni per i pascoli che per la coltivazione dei cereali destinati alla produzione di mangimi. Questi dati sono impressionanti.

mucche al pascolo

Con una popolazione mondiale che cresce di 75-80 milioni di unità all’anno, prevalentemente in Africa ed in Asia, la maggior parte della superficie coltivabile è dedicata alla produzione di carne. Per produrre un chilo di carne sono necessari centinaia di litri di acqua, combustibili fossili, decine di chili di cereali, che potrebbereo essere invece destinati all’alimentazione umana.

Il consumo di carne bovina, suina, ovina, caprina, avicola è una legittima esigenza e rappresenta una conquista sociale. Molti sanno che fino allo scorso secolo anche in Europa il consumo di carne era un lusso: essa si consumava la domenica o in occasione delle feste religiose.

Nell’era del consumismo, in nord America, in Europa, nei paesi ricchi dell’Asia, il consumo di carne sembra un fatto normale e scontato. Così non è ancora per miliardi di persone di sud America, Africa e Asia. L’accresciuto benessere di centinaia di milioni di persone del sud del mondo sta facendo aumentare la richiesta di carne. E la richiesta di carne STA CONTRIBUENDO ALLA DEFORESTAZIONE DELL’ AMAZZONIA E DELLE ALTRE FORESTE TROPICALI. Migliaia di chilometri quadrati di foreste vengono abbattuti ogni anno, per far posto agli allevamenti ed alla coltivazione di soia e di cereali.

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Ma siamo impazziti tutti quanti? Distruggiamo le foreste che producono prezioso ossigeno ed assorbono la dannosa anidride carbonica da noi prodotta in impianti , in industrie e attraverso e le automobili. I bovini producono, nel loro apparato digerente,  importanti quantità di metano, gas fortemente climalterante.  E con la distruzione delle foreste, vengono sterminati i nativi che le abitano e le diverse specie animali che le occupano da millenni.

Da diversi anni si racconta la storia dell’isola di Pasqua. Dopo aver tagliato tutti gli alberi per farci barche, abitazioni, per far spazio alle coltivazioni, gli abitantii dell’Isola di Pasqua si sono ridotti a vivere in un deserto E SI SONO ESTINTI. E questo il percorso che vogliamo intraprendere? Perché siamo così stupidi?

Nell’era di internet, nell’era dell’informazione accessibule a tutti, NON CI SONO PIU’ SCUSE. Non potremo dire “non sapevo”. La realtà è che non gliene frega niente a nessuno (o a molto pochi). Siamo una razza di egoisti, che pensano solo al godimento giornaliero e non si interessano di perpetuare la specie. Altro che “homo sapiens sapiens”.

Nelle nazioni “ricche” molti abitanti stanno riducendo il consumo di carne (così come stanno riducendo il numero di figli, ma questa è un’altra storia), per motivi etici e salutistici. Questo accade per un miliardo circa di abitanti di nord America ed Euroasia. Ma i quattro miliardi di abitanti dei paesi che stanno uscendo dalla povertà invece stanno aumentando il consumo di carne, specialmente pollame e carne suina.

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Non entriamo nel merito di come spesso vengono allevati questi animali, in condizioni terribili (specialmente galline e maiali).

Ridurre il consumo di carne deve diventare un imperativo per gli esseri umani dotati di raziocinio. Molti lo hanno compreso, infatti già da anni si parla di allevare insetti per uso alimentare, insetti che avrebbero un impatto minore sull’ecosistema e fornirebbero un apporto di proteine più che soddisfacente.

Nessuno vuole imporre la dieta vegana o vegetariana. Ma consumare meno carne deve essere un percorso condiviso da tutti, ed alla svelta. Lo stesso vale per il pesce; i pesci stanno scomparendo da tutti gli oceani, depredati dai grandi pescherecci. Ormai consumiamo soprattutto pesce da allevamento.

Lester R. Brown ( https://it.wikipedia.org/wiki/Lester_Brown) da anni ci mette in guardia sull’eccessivo consumo di territorio, sulla desertificazione di interi territori, sulla degradazione dei suoli, sulla carenza idrica. Non si tratta di fare eco-terrorismo. Sembra di essere su una grande nave Titanic, grande come il nostro Pianeta, con tutti intenti a gozzovigliare e a festeggiare, ignari che ci stiamo schiantando contro un iceberg.

Non solo stiamo distruggendo le foreste per allevare animali. Stiamo distruggendo foreste per coltivare cerali CHE SERVIRANNO A PRODURRE “BIO”COMBUSTIBILI. Negli USA ed in Brasile questa è pratica diffusa da anni. Questo dimostra ancora di più l’imbecillità umana. Distruggiamo foreste per trasformarle in carburante per i vari SUV superinquinanti.

Dobbiamo rivedere, e molto alla svelta, i modelli economici mondiali.

La recente Conferenza delle parti (COP 25 a Madrid) https://unclimatesummit.org/?gclid=EAIaIQobChMI7rfJit3E5gIV2vhRCh3k6g3NEAAYAyAAEgJmr_D_BwE ha confermato, per l’ennesima volta, che è quasi impossibile mettere d’accordo le quasi duecento nazioni del mondo, divise tra paesi ricchi, paesi poveri, paesi in via di sviluppo.

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Se e quando troveremo la forza di metterci d’accordo, sarà forse troppo tardi; l’umanità si coalizzerà solo di fronte all’emergenza finale.

Nel frattempo, ognuno di noi 7 miliardi e mezzo di abitanti del pianeta, cerchi  almeno di fare qualcosa per modificare il proprio stile di vita. Almeno potremo dire di averci provato. Per non lasciare ai nostri figli e nipoti un mondo infame.

TOYOTA, fornitore di mobilità

La Toyota, una delle più grandi aziende produttrici di automobili al mondo, ha compiuto un passo significativo:   da “semplice” costruttore di automobili vuole diventare  “fornitore di mobilità”

https://motori.ilmessaggero.it/news/toyota_da_costruttore_a_mobility_company_evoluzione_mostra_salone_tokyo-4828905.html

Toyota anticipa quello che dovrà diventare il “mantra” del XXI secolo: passare da un’economia taylorista-fordista-consumista  ad un economia basata sulla fornitura di servizi.

Il taylorismo-fordismo, cioè la grande fabbrica dove tempi e metodi  regolavano  le grandi produzioni di massa, ha segnato tutto il XX secolo, partendo dagli Stati uniti d’America, passando poi  per l’Europa ed il resto del mondo. Il marketing  identificava bisogni e desideri delle persone,  le grandi fabbriche producevano, e la pubblicità si dava da fare per vendere i prodotti industriali : in poche parole,   IL CONSUMISMO.

Questo modello, basato su materie prime a basso costo e su una moltitudine di operai e impiegati nelle fabbriche con posto fisso,  ha cominciato ed entrare in crisi alla fine del Novecento, per poi esplodere definitivamente con la crisi del 2007-2008.

La saturazione dei mercati è andata crescendo, la redditività delle aziende è andata calando, le disparità tra ricchi e poveri sono aumentate, la classe media ha iniziato a regredire in tutto “l’Occidente”.

Oggi c’è molta liquidità in giro, ma a disposizione di pochi soliti noti. E i pochi soliti noti non fanno “massa critica”. L’economia gira se milioni/miliardi di persone comprano. I consumi lussuosi di  pochi soliti noti servono a fare da traino (come spiega bene la famosa “favola delle api” di Bernard de Mandeville, nel XVIII secolo), ma non fanno girare le fabbriche, specialmente  se il popolo non ha soldi per comprare.

Nel frattempo le risorse minerarie diminuiscono e la produzione agricola è mal distribuita; centinaia di milioni di obesi nel nord del mondo, centinaia di milioni alla fame nel sud del mondo, mentre la popolazione mondiale cresce al ritmo di 75 / 80 milioni all’anno (prevalentemente nel sud del mondo ed in Asia).

Una crescita economica distorta, scompaginata anche  dall’irruzione della Repubblica popolare cinese che, negli anni ’90, con la politica di Deng Xiao Ping,  invade “l’Occidente” con milioni di prodotti a basso costo.

In poche parole, il modello economico che ha contraddistinto più di due secoli, il XIX ed il XX, non funziona più. Con l’aggravante che quel modello economico ha prodotto inquinamento di terra, acqua ed aria, nonché buona parte della crisi climatica.

Come uscirne?

Una  delle strade possibili, da percorrere in parallelo ad altre, è quella di passare da una insostenibile economia manifatturiera di massa, basata sul possesso dei prodotti, ad una economia fondata sull’utilizzo e la fruizione dei prodotti e dei servizi.

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Non è più necessario “possedere” un’automobile. Il produttore di automobili  deve  soddisfare le mie esigenze di MOBILITA’, e  quindi mi possa offrire varie opportunità:

  1. noleggio a breve, medio, lungo periodo. Questo già accade oggi
  2. car sharing, l’auto condivisa da più utenti nel corso della giornata, più che altro nelle grandi città. Anche questo è già possibile oggi
  3. car pooling: tipo Blablacar e simili; valido soprattutto in caso di scioperi dei mezzi pubblici
  4. noleggio con conducente. Quello che fa Uber, ma fornito dal mio produttore di automobili di fiducia
  5. un servizio di trasporto pubblico; il produttore di automobili (che spesso produce anche autocarri, bus, treni e quant’altro) mi segnala quale è il miglior mix di mezzi di trasporto per raggiungere il punto B partendo dal punto A
  6. mobilità integrata; il  produttore di automobili di fiducia mi fornisce anche suggerimenti  relativi all’intermodalità: bici + treno,  auto + aereo, nave + camion  ecc.

Per farla breve, il produttore di automobili, invece di cercare di vendermi sempre più automobili (essendo il pianeta Terra finito, prima o poi arriveremo alla saturazione), mi deve vendere un SERVIZIO DI MOBILITA’ INTEGRATA. Il guadagno che perderà nella vendita di automobili, lo recupererà dalla fornitura dei servizi.

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Cioè, meno hardware (automobili), più software (servizi di mobilità integrata).

Lo stesso vale per altri settori. Il mio fornitore di gas deve proporre i modi migliori per scaldare la mia casa con una buona efficienza, il mio fornitore di acqua potabile mi deve proporre i migliori modi per gestire la risorsa idrica (anche sfruttando le acque piovane), il mio supermercato mi deve indicare quali prodotti sono adatti alla mia dieta ed alla mia salute.

Non abbiamo scelta. Questa è la strada principale da perseguire, se non vogliamo soccombere. Se  quattro  miliardi di asiatici domani volessero e potessero acquistare un’ automobile, un frigorifero, una lavabiancheria,  una lavastoviglie ed un climatizzatore, il mondo finirebbe nel giro di pochi mesi. Letteralmente. Esaurito e prosciugato, con la temperatura media salita di 10 gradi centigradi.

Però anche i quattro miliardi di asiatici hanno diritto di  godere dei frutti dello sviluppo economico e tecnologico. ‘ccà nisciuno è fesso.  Ma affinché ciò accada, rimettendo in moto l’economia mondiale, dobbiamo TUTTI modificare abitudini e stili di vita.

Troppo complicato? No problem. Le contraddizioni del sistema economico mondiale prima o poi (più prima che poi), faranno aumentare i conflitti,  le guerre, fino ad arrivare alla catastrofe finale.

Uomo (e donna) avvisato, mezzo salvato.

 

 

 

 

 

 

Prosumer, consum-attori e il trapano del vicino

Il termine “prosumer” pare sia stato coniato dal saggista e futurologo statunitense Alvin Toffler, negli anni ’80 del secolo scorso.

Il termine prosumer nasce dalla sintesi di producer (produttore) e consumer (consumatore), stando ad indicare un consumatore che diventa anche produttore, cioè partecipa ad alcune o a tutte le fasi del processo economico che parte dall’ideazione di un prodotto/servizio, alla sua realizzazione, alla sua vendita, al suo utilizzo, al suo fine vita.

Intanto  cerchiamo di capire chi è  “il consumatore”. Premetto che è una parola che detesto e che cerco di utilizzare il meno possibile. Ho smesso di “consumare” da parecchio tempo, anche perché, se continua così, fra un po’ sulla Terra non rimarrà più nulla che possa essere consumato.

Secondo Wikipedia Italia, il consumatore è   chi effettua il consumo, ovvero l’utilizzatore di beni e servizi prodotti dal sistema economico.

Sempre secondo Wikipedia, per il diritto italiano  il consumatore è «la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta».

Lascio al lettore la ricerca di altre definizioni.

Il consumatore è il protagonista dell’ ”era del consumismo” (1950-2000), un’era che si è conclusa quasi 20 anni fa, ma nessuno ce l’ha detto e non ce lo hanno nemmeno  spiegato al telegiornale della sera.

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Il consumatore, così come “l’homo oeconomicus” (che si studia nei sacri testi dell’economia), è un essere  astratto, oggetto del desiderio del produttore di beni o servizi, quello che crea la fortuna (o la disgrazia) di ogni impresa. Se il consumatore compra, l’azienda prospera, distribuisce utili e benessere agli stakeholders (i portatori di interesse, che sono gli azionisti, i dipendenti, i fornitori, la comunità circostante); se il consumatore non compra, l’azienda  fallisce e crea un sacco di problemi per la comunità di riferimento.

Il consumatore  è il destinatario della pubblicità commerciale, quella  branca della comunicazione integrata che  ci invoglia ad acquistare un prodotto o un servizio, facendo leva sui nostri convincimenti, sui nostri istinti, sulle nostre passioni e pulsioni, sul nostro inconscio più o meno collettivo. E’ una vera e propria scienza, è anche un’arte, l’arte della persuasione.

Il consumatore è il protagonista  dell’ “usa e getta”. Per far girare l’economia, dobbiamo comprare. Se non compriamo, siamo dei disfattisti, dei nemici del progresso, dei pericolosi sovversivi. “I love shopping”,  titolo di un romanzo (e di un film) , poi declinato in vari sequel,  è il manifesto del consumatore. Dobbiamo consumare il più possibile, se no il PIL non cresce:   dobbiamo cambiare smartphone ogni anno, cambiare guardaroba ogni due anni, cambiare autovettura ogni tre anni, cambiare marito (o moglie) ogni cinque.

Come anticipato, il consumatore è una figura ideale, astratta, che va bene per i trattati di marketing o di economia politica.

Se tutti i 7,7 miliardi di abitanti del pianeta Terra si mettessero a consumare come il miliardo e passa di “ricchi” abitanti del nord del mondo (nord America, Europa, Corea del sud, Giappone, parte della Repubblica popolare cinese) le risorse del mondo finirebbero entro pochi mesi.

Se tutti gli indiani, tutti i cinesi, i pakistani,i bengalesi,gli  indonesiani, i filippini, gli africani, i  sudamericani potessero acquistare un frigorifero, una lavabiancheria, un forno a microonde, un’autovettura (soprattutto un’autovettura), sarebbe peggio della terza guerra mondiale (che non è del tutto esclusa).

E vaglielo a spiegare agli indiani, cinesi ecc.ecc. che loro non possono avere il frigorifero e l’automobile, perché il mondo si esaurisce…….

Per contrastare il trend dell’ ”era del consumismo”, negli ultimi decenni del XX secolo molti studiosi ed economisti hanno elaborato varie teorie.

Una pietra miliare per tutti fu “The limits to growth”del 1972, studio del MIT di Boston, commissionato dal Club di Roma di Aurelio Peccei,  poi tradotto in italiano come “I limiti dello sviluppo”.    Da quel momento, non  abbiamo più scuse: sappiamo che non è possibile crescere all’infinito in un mondo finito. Lo capiscono anche i bambini ( gli economisti, no).

Sono nate  varie teorie, tra cui quella della decrescita, declinata in “decrescita felice” in Italia. Sono stati espressi vari concetti, come quello di sobrietà, frugalità, per spiegare che dobbiamo consumare meno .  Enrico Berlinguer nel 1977 aveva usato il termine “austerità”, ora usato con una accezione negativa.

In buona sostanza: consumare meno, per consentire a tutti (gli abitanti del mondo) di consumare, ma in modo diverso, meno devastante per l’ecosistema (la nostra casa).

Sul finire del XX secolo ecco che arriva il “prosumer”. Il prosumer è un consumatore che non si limita a consumare, ma produce anche una parte dei beni e dei servizi che utilizza. Niente di nuovo, è una cosa che si fa da diecimila anni, ma che gli esseri umani dei “paesi sviluppati” avevano smesso di fare nella seconda metà del XX secolo,  perché il consumismo imponeva di consumare e basta.

Per 50 anni abbiamo imparato a  mangiare pasta X, biscotti Y, merendine Z, usare detersivi ALFA, saponette BETA, comprare vestiti GAMMA e automobili DELTA (quella è stata prodotta per davvero). Guai ad autoprodursi  i suddetti beni/oggetti, l’economia sarebbe andata a picco!!

Ma poi è arrivato il prosumer, questo “pericoloso” animale ibrido, metà produttore/metà consumatore.  Il prosumer  va’ meno al supermercato. Il prosumer  produce yogurt da solo ( come descrive Maurizio Pallante nel suo testo “La decrescita felice”) ; poi  coltiva l’orto da solo; poi, non contento, si mette a fare il pane da solo, a produrre saponette e detersivi da solo. Comincia, udite udite!, ad andare al lavoro in treno e in bicicletta (“producendo” da sé una parte del servizio di trasporto) e, se ha anche  la “fortuna” di abitare in grandi città,    smette di possedere un’automobile, “grazie” al “car sharing”.

Il prosumer  ora produce anche  contenuti nel web, attraverso le interazioni dei social networks.

Il prosumer è il precursore  della “sharing economy” o “economia di condivisione”. Nella economia di condivisione, se dobbiamo  fare un foro nel muro per attaccare una mensola, non andiamo a comprare un trapano, ce lo facciamo prestare dal vicino di casa (anche qui, niente di nuovo). 

Il prosumer, è  lui il colpevole della mancata crescita economica dell’Italia, degli ultimi dieci anni!! E’ lui ,è lui, in galera!! E’ lui il  nemico del progresso!

Uscendo dal paradosso e dalla facezia, la questione è molto seria.

Se 7,7 miliardi di persone smettessero  di acquistare beni e servizi (quelli che se lo possono permettere) e si facessero  tutto (o quasi tutto) da soli, l’economia mondiale si fermerebbe istantaneamente.

L’economia è basata sullo SCAMBIO (compreso il baratto). L’economia mondiale è decollata negli ultimi due secoli, grazie allo scambio di merci e servizi, derivato dalle rivoluzioni industriali e dalle globalizzazioni del XIX e XX secolo (ora lo scambio è rallentato dalla “guerra dei dazi”).

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Poi è arrivato il “consum-attore”. Qui non c’è bisogno di grandi spiegazioni. Il consum-attore è un   protagonista  nelle scelte economiche. E’ anche attore, non semplice spettatore,  del “festival del consumo”.

E’ un consumatore attento, informato, che conosce il marchio, il produttore, sceglie secondo un suo codice etico, cerca di capire se il fabbricante sfrutta la manodopera a basso costo  del sud del mondo, cerca di capire se l’azienda usa energie rinnovabili o carbone/petrolio, si informa su quanta strada ha fatto il prodotto,  chiede alla sua banca se investe in produttori di armi o di  pesticidi inquinanti.

Il consum-attore compra gli ortaggi “a chilometro zero” e secondo stagione, perché sa che il pomodoro pachino comprato nel supermercato a dicembre viene coltivato in serre piene di pesticidi, con manodopera sfruttata proveniente dal sud del mondo.

Il consum-attore mangia poca carne e pesce, perché sa che gli allevamenti intensivi di bovini e suini provocano la distruzione della foresta amazzonica (e il metano emesso dai bovini provoca effetto serra) e sa che tra breve non ci sarà più  pesce (tutto trasformato in sushi).

Il consum-attore, come dice l’economista Leonardo Becchetti, vota con il portafoglio. Attraverso le sue scelte, il consum-attore condiziona l’economia, la società, la politica. Orienta le decisioni della classe dirigente.  Non è un soggetto passivo, e non si fa condizionare più di tanto  dai messaggi della pubblicità commerciale.

Si parla anche di consum-autore, ma poi usciamo troppo dal seminato……….

Tornando al concetto di scambio,    dobbiamo evitare la contrapposizione tra una moderna economia ed una ideale e perfetta ( mai esistita) società bucolica di autoproduttori.

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Dobbiamo riequilibrare le differenze tra nord e sud del mondo, dove ci sono tre miliardi di persone che non hanno redditi certi e vivono di un economia di sussistenza e dove ci sono centinaia di milioni di persone che soffrono fame, malattie, guerre, persecuzioni.

Dobbiamo diventare prosumer e consum-attori, per consentire all’africano, al sudamericano, all’asiatico di poter restare dignitosamente a casa propria, attraverso il pagamento più equo delle derrate alimentari da lui prodotte, attraverso la redistribuzione dei profitti derivanti dai minerali, dal petrolio, dai diamanti, dall’oro estratti dalle miniere . Ora i soldi restano nelle mani delle oligarchie e delle famiglie vicine a dittatori corrotti, manovrati e pilotati dalle multinazionali e dalle potenze “occidentali”.

Per trovare nuovi modelli di sviluppo per il XXI secolo, dobbiamo diventare prosumer, consum-attori, cittadini consapevoli ed informati, protagonisti  della vita sociale ed economica delle nostre comunità.

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Altrimenti resteremo pecore, in perenne ricerca di un pastore che ci conduca. Il pastore però , presto o tardi, dopo averci tosati,  e bevuto il nostro latte,  ci condurrà  al  mattatoio…………

 

LINKS:

https://www.clubofrome.org/report/the-limits-to-growth/

http://www.donellameadows.org/wp-content/userfiles/Limits-to-Growth-digital-scan-version.pdf

https://www.nexteconomia.org/

https://simonemoriconi.com/coinvolgere-il-cliente/

 

L’era del consumismo

Possiamo chiamare il periodo tra il 1950 ed il 2000  “l’era del consumismo”. Casualmente questo periodo coincide con la seconda metà del XX secolo, dalla fine della seconda Guerra mondiale al crac di borsa detto “della bolla delle dot.com”.

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Gli Stati Uniti d’America furono i vincitori assoluti della seconda Guerra mondiale. La “pax americana” venne imposta con la forza al Giappone con il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, che rappresentava anche un avvertimento per l’Unione sovietica. Gli USA  vinsero praticamente  da soli la guerra del Pacifico, ed insieme a Francia e Gran Bretagna diventarono dominatori nell’Europa occidentale. L’Europa orientale entrava nell’orbita del  nascente impero sovietico. L’impero britannico nel giro di pochi anni veniva smantellato, così come quello francese; l’impero spagnolo e quello ottomano erano già stati ridimensionati nei decenni precedenti. L’impero tedesco non fece in tempo a nascere.

Decine di migliaia di giovani statunitensi si sacrificarono per consentire agli USA di diventare una potenza mondiale, sia politica che economica. Il modello di produzione di massa tayloristico-fordistico, già ampliamente collaudato negli USA nella prima metà del novecento, venne gradualmente  esteso anche alle altre nazioni diventate satelliti, l’Italia fra queste.

Il famoso “miracolo economico” italiano degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso rientra in questo processo. In tutto questo, molto  ha influito il desiderio di ricostruzione e di riscatto da parte degli italiani, dopo i lutti e le distruzioni patiti durante la guerra, ma le principali aziende italiane sono nate proprio in quegli anni, con l’influsso diretto o indiretto di capitali, esperienze, managerialità, competenze  di impostazione nordamericana. Il basso costo delle materie prime contribuì al “miracolo economico”.

L’Italia, che pur aveva già un suo tessuto industriale, passava nel giro di due decenni,  da un’economia prevalentemente agricola ed artigianale, ad un’economia industriale. A supporto della produzione di massa, nasceva l’industria della pubblicità;  ancora oggi ricordiamo il famoso programma pre-serale “Carosello”, icona per tutti i nati negli anni ’50 e ’60. La pubblicità era, ed è,  strettamente  funzionale all’”era del consumismo”: essa deve convincere milioni di persone ad acquistare  milioni di oggetti  prodotti dalle fabbriche : frigoriferi, lavabiancheria, automobili diventano “beni di consumo”, alla portata di operai ed impiegati, grazie ai pagamenti a rate ed alle cambiali.

La Fiat, la Pirelli, la Piaggio, la Indesit (e tutte le altre fabbriche di elettrodomestici), l’Olivetti, l’ENI,   diventano  importanti multinazionali, conosciute in tutto il mondo anche grazie al design ed allo stile italiano.

Con la crescita economica e l’arrivo del “benessere”, si forma anche in Italia la cosiddetta “classe media”: il ceto composto da impiegati, liberi professionisti, artigiani, piccoli imprenditori, commercianti. Come è scritto in tutti i sacri testi dell’economia,  è la classe media che traina la crescita economica di ogni paese: essa è trainata dagli stili di vita della grande borghesia imprenditoriale e, a sua volta, funge da traino per la classe operaia, contadina e dei piccoli artigiani.

Per vent’anni, dal 1950 al 1970, l’economia prospera, le fabbriche realizzano  consistenti utili (grazie anche alla mancanza di adeguate verifiche fiscali), e, dopo pesanti lotte sindacali, anche in Italia gli stipendi vengono adeguati alla nuova ricchezza. Il consumismo non produce solo effetti benefici: con esso si accentuano tendenze che poi esploderanno nei decenni successivi con la cosiddetta “globalizzazione”, vale a dire la omologazione di culture, usi e costumi.  E’ il momento del maestro Manzi, che dalla televisione di stato istruisce milioni di persone, facendole uscire dall’atavico analfabetismo, ma anche lasciando per strada parte delle loro secolari tradizioni. La lingua italiana viene appresa dalle Alpi aI canale di Sicilia e si produce un appiattimento ed una riduzione della diversità culturale;  le storture della “massificazione” verranno ampliamente denunciate  negli anni ’60 e ’70 da Pier Paolo Pasolini, che pagherà con la vita anche le sue documentate  critiche al sistema economico-culturale-sociale dominante all’epoca (che  non è sostanzialmente cambiato).

Nel corso del periodo 1950-1970 l’economia cresce in tutto il mondo, ma soprattutto nel nord del mondo. Il conflitto arabo-israeliano, deflagrato negli anni ’70, produce un prima battuta di arresto di questo processo: i paesi arabi bloccano la produzione petrolifera, il prezzo del petrolio comincia a salire, sale l’inflazione e si interrompe il ciclo virtuoso dell’economia mondiale.  Molti italiani ricorderanno le “domeniche a piedi”,  per compensare la carenza di combustibili per autotrazione.

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Anche in Africa i movimenti di indipendenza delle varie nazioni ancora coloniali contribuiscono a destabilizzare i flussi delle materie prime mondiali. Fino a quel momento erano ancora le potenze europee, con  USA e URSS, a dominare le economie locali in maniera diretta; dopo la cosiddetta “decolonizzazione” le materie prime africane verranno sempre gestite dal nord del mondo, ma in maniera più subdola, attraverso le imprese multinazionali e l’Unione sovietica, che condizionano pesantemente la vita politica delle nazioni africane.

L’era del consumismo subisce una prima fase di rallentamento.

 

Nel corso degli anni ’70 iniziano i primi processi di ristrutturazione industriale in Italia e nel mondo, si fa maggiore uso dell’automazione nelle fabbriche, inizia la  delocalizzazione produttiva in Asia, nella ricerca di risparmio sulla manodopera e recupero di redditività. Tutte questi merci che girano per il mondo fanno crescere notevolmente  i trasporti e la logistica, nonché l’informatica e la telematica che devono presiedere a tutto questo.

Le ristrutturazioni degli anni ’70 determinano  un “rimbalzo” dell’era del consumismo, rimbalzo che consentirà una discreta crescita economica nei paesi del nord del mondo ancora per tutti gli anni ’80 e ’90 fino all’anno 2000.

La ricchezza prodotta in Italia negli anni 1950-2000 ha permesso la distribuzione di generose pensioni, sia attraverso il sistema “retributivo” (la pensione era legata all’ultimo stipendio percepito, mentre oggi è legata ai contributi versati), sia attraverso le baby-pensioni (alcuni “fortunati” sono andati in pensione a 40 – QUARANTA – anni!!), sia attraverso il chiudere un occhio su varie pensioni di invalidità  fasulle, erogate a fini clientelari.

Quello che è avvenuto in Italia (ed in molti altri paesi) durante il periodo 1950-1970 sta avvenendo in questi anni nei paesi dell’Europa orientale, in molti paesi di Africa, Asia e sud America. Le delocalizzazioni produttive in Cina prima, negli altri paesi del sud-est asiatico ed in Africa poi, stanno creando in quei paesi le  famose “classi medie”. Infatti questi paesi crescono molto di più di Europa e nord America, anche perché devono recuperare il terreno perduto.

Nel frattempo, sul finire degli anni ’90,  si era creata presso la borsa di New York una bolla speculativa, legata alle aziende informatiche e telematiche nate con l’esplosione  di internet (1995). In quel periodo, come per la famosa “bolla dei tulipani” dell’Olanda del 1600, sembrava che le aziende “internet” quotate in borsa potessero crescere all’infinito, con capitalizzazioni che superavano (a livello teorico) la General Motors o la General Electric,  storiche e solide aziende dell’economia “reale”.

Nel 2000 la bolla scoppiò, mettendo a nudo un fatto che si sarebbe poi riprodotto pochi anni più tardi: il calo della redditività nell’economia “occidentale”, dovuto alla fine del ciclo economico dell’era del consumismo,  faceva aumentare i casi di azzardo e di truffa nel mondo della finanza.

I manager statunitensi di banche e grandi imprese, invece di progettare lo sviluppo sul medio-lungo periodo, si concentravano sulle brevi-brevissime scadenze, per “estrarre valore”  e distribuire utili effimeri agli azionisti; essi si attribuivano laute retribuzioni, attraverso un patto di silenzio-assenso da parte degli azionisti.

In poche parole, si conclude il ciclo economico iniziato dopo la fine della seconda Guerra mondiale.

I mercati maturi (Europa, nord America, Giappone) sono saturi. Il consumismo (e la sua infrastruttura) non riescono più a spingere le economie dei paesi ricchi. La saturazione dei mercati, prevista in tutte le teorie economiche, raggiunge il suo apice.

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Dal 2000 in poi le banche nordamericane, in particolare quelle d’affari, snaturano la loro funzione di volano per l’economia reale; si assiste al prendere piede,  in modo massiccio,  dei cosiddetti “derivati”, prodotti finanziari confezionati in base a  promesse,  scommesse,  previsioni future, in base  anche  alla cartolarizzazione di debiti che vengono ceduti dalle banche.

All’inizio degli anni 2000, il calo della redditività del sistema economico mondiale spinge il sistema finanziario  statunitense a tentare l’azzardo: si illudono i “consumatori”, i cittadini,  che i prezzi delle case cresceranno sempre e  all’infinito (cosa mai avvenuta , il ciclo immobiliare dura circa dieci anni in tutto il mondo), si invogliano milioni di cittadini statunitensi a comprare casa, anche coloro che non avevano i requisiti per l’acquisto (garanzie reali, stipendi ed entrate adeguati ecc.). I crediti derivanti dai mutui ipotecari vengono “cartolarizzati”, cioè spezzettati e successivamente impacchettati in prodotti finanziari apparentemente innocui e dai rendimenti molto appetibili;   in pratica “polpette avvelenate” che vengono distribuite in tutto il mondo, grazie alla globalizzazione   dei mercati finanziari.

Nel 2007, come facilmente prevedibile, lo scoppio della bolla immobiliare negli USA mette allo scoperto l’esistenza di questa mega-truffa. Nel 2008 il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers fa esplodere in tutto il mondo la “bolla dei mutui subprime” (come vengono chiamati negli USA i mutui a più alto rischio). Molte banche mondiali avevano “in pancia”  molte di queste “polpette avvelenate” e rischiavano di fallire: verranno poi salvate (con i soldi dei contribuenti) dagli stati nazionali, che si troveranno i bilanci aggravati da pesanti debiti pubblici.

Dal 2000 in poi si è accentuata una tendenza già presente negli anni precedenti, cioè il passaggio da un’economia mondiale dominata dall’industria e dalla produzione ad un’economia dominata dalla finanza. La presunta e fittizia crescita degli ultimi 20 anni avviene quasi esclusivamente “a debito”.  Il salvataggio delle banche e la crescita dei titoli derivati nelle borse di tutto il mondo, fa salire la somma di tutti i debiti mondiali (debiti pubblici e privati)  alla mostruosa cifra di circa 250mila miliardi di dollari. E chi pagherà questi debiti?

Questo è il risultato dell’era del consumismo: per 50 anni abbiamo vissuto un economia mondiale accelerata e drogata, drogata anche dalla Guerra fredda: negli anni ’60 e ’70 la competizione USA-URSS per il dominio dello spazio e la guerra del Vietnam (e, purtroppo, molte altre guerre est-ovest /nord-sud del mondo) sono state pagate a caro prezzo.

E tutto questo si confronta con alcuni  fatti incontestabili ed inoppugnabili: il pianeta Terra non è infinito , mentre i paradigmi economici attuali sono ancora basati sul presupposto di risorse naturali di un ipotetico mondo infinito. E la popolazione mondiale di appresta a raggiungere i 10 miliardi di  unità entro l’anno 2050.

La crescita economica mondiale è stata trainata dal 1950  al 2000 dagli USA, dall’Europa, dalla Corea del sud e Giappone. Poi è subentrata la Repubblica popolare cinese. Ma tutte queste economie, dopo la grande crisi del 2008,  hanno molto rallentato, mentre la crescita degli altri paesi asiatici, africani e sud americani non compensa questo rallentamento.

L’era del consumismo ha consentito una poderosa crescita di molte nazioni, a scapito di altre, che sono rimaste ai livelli del XIX secolo. Ha consentito benessere per tre generazioni di europei, nordamericani, giapponesi e sudcoreani, mentre un miliardo di persone ancora soffre fame, miseria, epidemie e tre miliardi di persone ancora vivono a livelli di sussistenza e non hanno redditi certi.

Ora siamo di fronte alla dura realtà. Che fare?

 

Queste cose non ce le dicono al telegiornale della sera. Si continua ad illudere la gente che ci sarà presto una ripresa economica, quando anche la Germania, locomotiva d’Europa fino a pochi anni fa, si è fermata. La Repubblica popolare cinese ha rallentato la sua poderosa crescita , cosa peraltro prevedibile.  Dagli USA continuano a dirci  che la loro economia  va benissimo, ma questa sembra molto una “bufala”:   l’economia statunitense degli ultimi dieci anni è cresciuta grazie al petrolio “sporco” (shale gas & oil) e grazie alla potenza delle  multinazionali del web: Google, Amazon, Apple, Facebook, la “vecchia” ma sempre gloriosa Microsoft, Uber, Airbnb, multinazionali che fanno lauti profitti anche perché spesso (e volentieri) NON pagano le tasse nei paesi dove operano.

L’era del consumismo è finita nel 2000, ma nessuno ce lo ha spiegato e, da circa 20 anni, continuiamo a far finta di nulla, con la logica BAU (non il latrato del cane, ma l’acronimo di “business as usual”): facciamo finta di niente, andiamo avanti come se tutto fosse  rimasto come prima.

Di conseguenza, se non si vuole affrontare la malattia, se non si vogliono vederne le cause,  ovviamente  non si può nemmeno trovare una qualsivoglia soluzione,  nel ricercare nuovi modelli economici e di sviluppo.

Per far ripartire l’economia mondiale ed andare verso un secolo di benessere l’unica possibilità è quella di REDISTRIBUIRE la ricchezza prodotta nel nord del mondo nel corso degli ultimi due secoli.

 

Più facile a dirsi che a farsi.

 

Alzi la mano chi è disponibile a rinunciare a qualcosa del proprio benessere. Piuttosto ci metteremo a mitragliare i barchini dei migranti che stanno attraversando il Mediterraneo centrale. E su questo che stanno vincendo i  vari Salvini, Orbàn e compagnia cantante.

Ora i barchini  e barconi vengono tenuti al largo di Lampedusa. Il prossimo passo sarà prenderli a cannonate.

Aiutiamoli a casa loro? Ottimo, ma ciò comporta qualche (piccolo/grande) sacrificio da parte  nostra. Aiutarli a casa loro vuol dire smettere di depredare le risorse agricole, minerarie, umane dei paesi del sud del mondo, predazione che avviene tramite le nostre multinazionali. Comporta qualche vacanza in meno, comporta usare un po’ meno l’automobile (più  treno  e  bicicletta, con vantaggi per la salute), comporta pagare di più qualche prodotto /servizio. Alzi la mano chi è della partita.

E se non facciamo questa redistribuzione? Prepariamo con moschetto ed elmetto  a ripristinare la leva militare obbligatoria, perché dovremo rinchiuderci nella  “fortezza Europa”  e difenderla con i denti dall’assalto di milioni di essere umani, in fuga anche dai cambiamenti climatici (da noi “ricchi” del nord del mondo provocati…….).

Economia della truffa

La fine dell’”era del consumismo” (1950-2000) ha comportato svariati effetti nell’economia globale. La fine dell’era del consumismo coincide con la fine del modello industriale taylorista-fordista che ha dominato per tutto il XX secolo.

Il modello taylorista-fordista, cioè l’industria concepita per fornire prodotti a “masse di consumatori” ha funzionato fino a quando si sono sviluppate la “classe media” e la “classe operaia”, soprattutto nel nord del mondo. La   famosa automobile  FORD modello T ha contribuito alla crescita dell’industria automobilistica, prima quella statunitense poi quella mondiale, grazie al principio “ pago meglio i miei operai, affinché essi possano permettersi di acquistare i miei prodotti”, innescando un circolo virtuoso nell’economia. E’successo anche in Italia, con il “miracolo economico” degli anni ’50 e ‘ 60 del secolo scorso, anche se le migliori paghe degli operai italiani sono state il frutto di dure lotte politiche e sindacali e non conseguenza della lungimiranza imprenditoriale locale.

In poche parole, per tutto il XX secolo (in particolare per la seconda metà) l’economia del nord del mondo, dei paesi cosiddetti “occidentali”,  è cresciuta grazie alla catena di montaggio ed al basso costo del materie prime, provenienti in larga parte anche dal sud del mondo.

Negli anni ’70 il meccanismo ha cominciato ad incepparsi.  La crisi petrolifera seguita alle guerre arabo-israeliane ha fatto salire il prezzo del petrolio. Lo stesso è accaduto per altre materie prime provenienti dai paesi una volta colonie oggi indipendenti.

Nel frattempo sono cresciute le retribuzioni degli impiegati e degli operai dei paesi “ricchi” e si è andati progressivamente alla saturazione dei mercati di questi paesi. La crisi della borsa di New York del 2000, e quella ancora più pesante del 2007-2008, hanno messo in luce un fatto di cui ancora oggi si parla poco: il crollo della redditività di banche ed imprese, crollo dovuto anche, se non soprattutto, alla saturazione dei mercati e dalla progressiva scomparsa della “classe media” nei paesi ricchi.

Le imprese, per recuperare redditività hanno delocalizzato e  tutt’ora delocalizzano, prima in Cina, poi in altri paesi asiatici ed ora in Africa, alla disperata ricerca di manodopera sempre più a buon mercato. Nel frattempo avanza l’automazione, sia attraverso i robot industriali che attraverso software sempre più intelligenti. Tutto ciò fa scendere  i livelli occupazionali in Europa, facendo scendere anche i salari.

Cresce la classe media in Cina e in India e negli altri paesi asiatici e africani dove vengono delocalizzate le produzioni, ma,  al momento, i consumi della nuova classe media non compensano  il calo dei consumi della “vecchia” classe media “occidentale”.

A livello socio-economico in Italia  stiamo tornando indietro di almeno 50 anni. Meno lavoro, lavoro più precario e salari più bassi stanno impoverendo la popolazione, che non “consuma” più come prima, creando, questa volta, un “circolo vizioso”.

L’economia del XXI secolo è ormai impostata  su due  fattori: da una parte assistiamo alla crescita sempre più esponenziale delle  grandi multinazionali statunitensi (Amazon, Google, Microsoft, Apple, Facebook) e cinesi che stanno monopolizzando numerosi settori economici e gran parte degli  scambi commerciali; dall’altra, tutti gli altri attori, che vedono erosa la loro redditività, alcuni dei quali  hanno dato vita all”economia della truffa”:

  1. In tempi di bassi tassi di interesse, le grandi banche devono arrampicarsi sugli specchi per garantire margini operativi, e allora alcune di esse si inventano prodotti finanziari farlocchi da piazzare al risparmiatore sprovveduto (la maggioranza): ancora ci dobbiamo leccare le ferite dei recenti fallimenti di numerose banche italiane ; quando non ci sono comportamenti truffaldini, assistiamo all’aggiunta di prodotti non richiesti e balzelli di ogni genere  sui nostri estratti conto bancari.
  1. Idem per le imprese di telecomunicazioni:   esse cercano di circuirci e di attrarci attraverso accattivanti promozioni e sconti per attivare nuovi  abbonamenti. Alla minima distrazione, ecco spuntare sulla bolletta costi aggiuntivi, servizi non richiesti, in particolare per quanto riguarda la telefonia mobile.
  1. Anche il mondo dell’automobile non si sottrae a questa logica. Qui non parliamo di truffe: la concorrenza sempre più spietata induce molte case automobilistiche ad abolire la vendita per contanti. Vale a dire che non è più possibile acquistare un’autovettura “cash”, ma solo esclusivamente a rate,  attraverso la società finanziaria della casa costruttrice. L’utile che l’azienda produttrice non realizzerà sulla vendita del prodotto automobile, lo realizzerà attraverso gli interessi lucrati sul finanziamento. Niente di illegale,  l’importante però è essere “consumatori” consapevoli.
  1. Anche quando dobbiamo acquistare un viaggio aereo, ci troviamo di fronte ad una selva di offerte, molte delle quali molto accattivanti, salvo scoprire poi dopo che oltre alla tariffa base dobbiamo anche pagare numerosi altri servizi, opportunamente semi-nascosti durante la procedura di acquisto. Alcune compagnie aeree, per fortuna, iniziano a distinguersi dalla concorrenza fornendo un prezzo “definitivo” già in fase di acquisto.

Si possono fare altri esempi di questo tipo. L’economia sta profondamente cambiando. Spesso si dice anche che quando ci abboniamo o acquistiamo un prodotto/servizio nel web, se il prodotto/servizio è gratis vuol dire che il “prodotto siamo noi”.

I parametri che erano validi nel XX secolo, ora non lo  sono più , ma non ce lo hanno detto al telegiornale.

Gli USA sono cresciuti negli ultimi dieci anni grazie alle multinazionali (Apple, Facebook, Amzon, Google) che macinano utili, grazie alle delocalizzazioni ed alla defiscalizzazione applicata alle sedi legali dei  paesi dove operano  ( come Irlanda, Lussemburgo, Malta). Ma è una crescita che ha pochi “fondamentali”, basata più sulla finanza che sull’industria.

L’Europa cresce poco o niente,  la Cina cresce (ufficialmente al 6%) ma molto meno rispetto al passato . Il resto dell’Asia cresce, ma non abbastanza per compensare.  L’Africa ed il sud America arrancano.

In “occidente”, i  ricchi diventano sempre più ricchi, il ceto medio lentamente scompare, i poveri diventano sempre più poveri.

Per far ripartire l’economia mondiale occorre redistribuire le ricchezze accumulate negli ultimi tre decenni: recentemente alcuni miliardari statunitensi, andando controccorrente, hanno affermato che occorre aumentare le tasse ai ricchi, proprio per permettere una redistribuzione della ricchezza. Se i cittadini non hanno soldi,  non “consumano” e l’economia cresce dello zero virgola.

E dobbiano tutti diventare cittadini e “consumatori” consapevoli. E metto “consumatori” tra le virgolette, perché fra qualche decennio non rimarrà quasi più nulla da “consumare”.

Fare parte di una società complessa come quella contemporanea comporta che il cittadino debba informarsi ed istruirsi, per partecipare alla vita sociale e politica e per poter “votare con il  portafoglio”,   come dicono alcuni economisti avveduti.

Acquistando un prodotto o un servizio (o non acquistandolo se esso è gratuito,  o se faccio una consapevole scelta di NON-acquisto) io faccio una scelta: scelgo il fornitore, scelgo il prodotto-servizio in funzione delle sue prestazioni e del suo prezzo, ne sono, in definitiva, anche corresponsabile.

L’economia mondiale potrà cambiare se i cittadini saranno capaci di scegliere consapevolmente. Oggi purtroppo non è così: nonostante che  tutti in tasca o in borsa abbiamo un potentissimo strumento (lo smartphone) che ci permette di accedere in tempo reale a tutto il sapere umano, in pochi lo usano al meglio. Buona parte delle persone lo usa prevalentemente per accedere ai social networks e per giocare. Molti, purtroppo, lo usano mentre guidano un autoveicolo o un motoveicolo, causando l’incremento dell’incidentalità stradale, dei morti  e dei feriti gravi.

Per combattere l’”economia della truffa” e per ricercare nuovi modelli di sviluppo umano, dobbiamo diventare cittadini informati e   cambiare i nostri stili di vita.

COLONIALISMO

Basta con la contrapposizione tra “buonisti” e “cattivisti” sul tema migranti. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo.

Perché Matteo Salvini aumenta i suoi consensi elettorali? Molti dei suoi potenziali elettori vivono nelle periferie urbane, dove la presenza di immigrati è molto superiore rispetto ai quartieri “borghesi” ed alle realtà rurali. Se un “italiano” si sente straniero a casa propria, è comprensibile che porti dentro di sé un certo disagio; disagio che, presto o tardi si manifesta attraverso una insofferenza verso gli immigrati. In particolare ciò accade se l’”italiano” è in una condizione economica non florida: egli ha paura che l’immigrato gli porti via quel poco di “welfare” che c’è in Italia.

Se i partiti progressisti italiani non capiscono questo, non lamentiamoci poi delle probabili prossime derive autoritarie. Il “modello Riace” (fatto attraverso una accoglienza diffusa, una progressiva integrazione, formazione professionale qualificata, scambi tra diverse culture ) deve essere esteso anche alle periferie degradate delle città italiane.

Immigrazione: a Salerno nave Etna con oltre 2mila profughi

Dall’altro lato della questione, non è nemmeno accettabile che si assista indifferenti e/o impotenti a centinaia di persone che affogano nel Mare Mediterraneo ogni settimana. Le navi delle ONG sono o meno un incentivo per i trafficanti di esseri umani? E’ giusto o non è giusto “chiudere” i porti (mentre a centinaia sbarcano sulle spiagge di notte a bordo di barchini a motore)? E perché l’ Europa non interviene e fa finta di niente?

Alla radice della Grande Migrazione dall’Africa, c’è la questione, recentemente all’onore delle cronache italiane, del NEOCOLONIALISMO.

Fino a pochi giorni fa, il tema era quasi totalmente assente dal dibattito pubblico in Italia ed in Europa. E’stato tirato in ballo, per fini strumentali, da alcuni ministri del Governo italiano, per attaccare Francia ed Europa in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.

Ma aldilà dei fini strumentali, il COLONIALISMO ed il NEOCOLONIALISMO sono la principale causa del sottosviluppo, della miseria, della fame , delle guerre dell’Africa. Questo tema viene appositamente sottaciuto e/o sottodimensionato, in quanto viene, erroneamente, ritenuto indirizzato ideologicamente. Appena si parla di COLONIALISMO si viene etichettati come “comunisti”.

Ma il COLONIALISMO ed il NEOCOLONIALISMO non sono un’invenzione dei “comunisti”. Sono fatti storici e contemporanei, ampliamente documentati nei manuali di storia e di geografia umana dei nostri studenti di scuola media inferiore e superiore, poi “stranamente” rimossi dal dibattito politico e sociale. Non tanto “stranamente” rimossi, perché rappresentano la nostra “coscienza sporca”. Nostra di europei, anche di noi italiani (abbiamo già dimenticato l’impero? Somalia, Eritrea, Etiopia, Libia?).

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Il benessere del nord del mondo deriva da duecento anni di poderosa crescita economica (in particolare negli ultimi 50 anni del secolo scorso), benessere a scapito delle risorse naturali e delle risorse umane del nostro pianeta. Possiamo considerare  già terminato il petrolio a buon mercato, quello situato a poche centinaia di metri sottoterra; il pesce degli oceani è stato quasi tutto trasformato in “sushi”; l’atmosfera terrestre sta diventando una gigantesca “camera a gas”. E sono 500 anni che gli africani vengono deportati prima in nord e sud America nelle piantagioni di cotone e di cacao,  e poi sfruttati “a casa loro”.

Se vogliamo VERAMENTE “aiutarli a casa loro” dobbiamo smetterla dei depredare le risorse minerarie ed agricole degli africani, risorse accaparrate dalle multinazionali nordamericane, europee, russe, cinesi, giapponesi, sudcoreane, australiane. Per consentire questo accaparramento vengono elargiti miliardi di dollari in tangenti alle oligarchie al potere negli stati africani. Ed alle popolazioni locali restano le briciole (a volte nemmeno quelle).

E per ripulirci la coscienza facciamo l’elemosina agli africani, attraverso donazioni per i bambini denutriti. Agli africani non serve l’elemosina.

Gli africani devono poter disporre delle loro risorse naturali, economiche, finanziarie, sociali, culturali. Il nord del mondo deve consentire all’Africa la crescita di classi dirigenti locali che facciano il vero interesse delle loro nazioni e non perseguire la crescita dei loro conti correnti bancari nei paradisi fiscali.

L’alternativa a tutto questo è la cosa che gli essere umani praticano da diecimila anni e che sanno fare meglio: la guerra.