Servono capitali. Subito.

In questi giorni di post-emergenza Covid , in molti stanno facendo proposte, su quali strade percorrere per uscire dalla profonda crisi economica in cui si trova l’Italia, l’Europa , il Mondo.

In molti, in Italia, specialmente sulle pagine di riviste ed allegati di tema economico-finanzario, propongono di creare dei fondi “sovrani” (o privati) per raccogliere capitali da investire nel tessuto produttivo italiano.

Questa è un’ ottima idea; di questo hanno bisogno le PMI (piccole e medie imprese) italiane: esse hanno necessità di capitali “freschi”, per far fronte alla crisi di liquidità dovuta al blocco dei commerci, al blocco di alcune produzioni, al blocco della mobilità e di alcuni servizi, dall’8 marzo all’8 giugno 2020.

Lo sanno anche i sassi che le PMI italiane sono sottocapitalizzate.

Specialmente le piccole imprese, che quasi sempe nascono da ex-operai, ex-impiegati o manager che si mettono in proprio per perseguire una loro idea, utilizzando il TFR (trattamento di fine rapporto) e/o denaro prestato da amici o parenti, e poi devono combattere con i cattivi pagatori (tra cui lo Stato italiano).

Le medie imprese stanno messe meglio, in quanto riescono a raccogliere capitali nel mercato finanziario nazionale ed internazionale. Spesso intervengono “business angels”, investitori con capitali di rischio.

La raccolta di fondi rivolti alle PMI non è una novità. Ricordiamo i recenti PIR.

Ma oggi, in tempi di rendimenti molto bassi per i titoli di stato e di grosse necessità da parte delle PMI, è doveroso tentare di far incontrare domanda e offerta, cioè le esigenze di investimento dei risparmiatori privati con le esigenze di liquidità delle PMI.

Una premessa è necessaria.

In Italia c’è una grande necessità di trasparenza e di ripresa della fiducia nei confronti del sistema finanziario e bancario.

Migliaia di persone si stanno ancora leccando le ferite a seguito della bancarotta di varie banche italiane, a cominciare dal Monte dei Paschi di Siena, passando per Banca Etruria, Banca Marche, Banca popolare di Vicenza e arrivando alla Banca popolare di Bari.

Storie diverse , con un minimo comun denominatore: la disinvoltura dei dirigenti delle banche, che hanno truffato clienti, obbligazionisti ed azionisti, per reperire risorse che dovevano coprire spericolate operazioni di compravendita di altre banche o che dovevano semplicemente coprire le loro incapacità gestionali.

In tempi di bassa inflazione, diventa dura fare utili per una banca. Quando l’inflazione era al 20% (anni ’80 dello scorso secolo) era facile camuffare le inefficienze gestionali attraverso gli interessi attivi e passivi. Ora ciò non è più possibile, e le banche si inventano ogni giorno dei metodi per migliorare i loro bilanci, metodi a volte leciti, a volte molto meno leciti.

E allora, come si fa a convincere un cittadino risparmiatore a “cacciare” un po’ di soldi, soldi gelosamente custoditi sul conto corrente bancario (se non sotto il materasso)?

Soldi a volte sottratti allo Stato.

Eh sì, diciamo come stanno le cose. L’Italia ha uno dei debiti pubblici più alti al mondo, mentre gli italiani hanno una delle quote di risparmio privato più alte al mondo.

Non bisogna essere Sherlock Holmes per capire che nel corso di alcuni decenni gli italiani hanno sottratto soldi allo Stato e li hanno messi nelle loro cassette di sicurezza.

In che modo? Milioni di “pensioni-baby” (gente che è andata in pensione a 40 anni), di finte pensioni di invalidità (centinaia di finti ciechi che guidano l’automobile), di truffe allo Stato da parte di pseudo-imprenditori (ma veri prenditori), di gente che ha preso (e continua a prendere), vitalizi, contributi, casse-integrazioni perpetue, indennità di vario tipo.

Tutto questo con un occhio tollerante da parte della classe politica italiana al potere durante la Guerra fredda (1945-1990) . Per contenere il “pericolo rosso” (in Italia c’era il più grande Partito comunista europeo) è stata mantenuta al potere una classe politica spesso inefficiente e corrotta, che ha scambiato milioni di voti con centinaia di miliardi di lire “a pioggia”, creando un debito pubblico mostruoso.

La teoria è convalidata dal fatto che dopo il crollo del Muro di Berlino (1989), quella classe politica italiana non era più necessaria per “combattere il comunismo”, ed è stata spazzata via da Mani pulite nel 1992-1993. Il buon Antonio di Pietro è stato anche uno strumento per cacciare politici ormai inutili.

Adesso molti di questi soldi sottratti allo Stato (e passati dai nonni ai figli ed ai nipoti) giacciono improduttivi sotto il materasso o nei conti correnti bancari.

Gli operatori della finanza si fregano le mani di fronte a questo gruzzoletto (si parla di 1500 miliardi di Euro nei soli conti correnti), che fa da garanzia al mostruoso debito pubblico; esso era pari a 2450 miliardi di Euro a inizio 2020 ed arriverà a circa 2600 miliardi a fine 2020, considerando gli ultimi provvedimenti governativi, TUTTI a debito.

Giustamente oggi, giugno 2020, TUTTI vogliono un contributo dallo Stato: commercianti, artigiani, imprenditori, cassaintegrati, disoccupati, lavoratori a nero. Giusto e sacrosanto, mica possiamo morire di fame.

Ma lo Stato, già gravato dal debito pubblico di cui sopra, dove li va a prendere tutti questi soldi, da distribuire ai cittadini affamati? I soldi lo Stato li prende dalle tasse, ma se i cittadini NON lavorano, o lavorano poco (per via dell’emergenza Covid), non pagano tasse. Il gatto si morde la coda.

E allora, in questo momento critico, dobbiamo incrementare il lavoro produttivo. Dobbiamo supportare le imprese agricole, artigiane, industriali, commerciali e dei servizi, per far ripartire l’ economia e il Paese.

E quindi ritorniamo all’inizio.

Per creare un fondo di investimento nazionale per le PMI, occorre ricreare FIDUCIA nel sistema finanziario italiano.

Fiducia che si ottiene facendo funzionare la GIUSTIZIA, dimodoché i mariuoli vadano in galera e rimangano sul mercato solo le persone serie ed oneste.

Ma i mariuoli della finanza NON vanno in galera da nessuna parte del mondo, manco nei “mitici” Stati uniti d’America , figuriamoci in Italia. I mariuoli della finanza NON vanno in galera perché sono ben protetti dal “sistema”. Come si dice a Roma, “ tra cani, nun se mozzicano”.

E allora? Come al solito, occorre avere pazienza e determinazione, ottimismo della volontà, lavorare ogni giorno per il cambiamento.

La lamentele da bar (o da vagone del treno) e gli sfoghi su WhatsApp non servono a nulla.

Rimbocchiamoci le maniche.

Una nuova visione del mondo

Italia, 8 giugno 2020:    le persone ricominciano spostarsi tra le regioni, l’economia riparte, la fase critica della pandemia Covid-19 sembra per il momento alle spalle. Sono passati tre mesi dall’inizio della  “clausura”.

Più di trentamila morti (ufficiali) in Italia e tre mesi di sacrifici speriamo siano serviti a farci riflettere sulle cause della pandemia e su cosa dobbiamo fare per combattere le pandemie future.

Molti hanno detto e scritto che l’aggressione e la devastazione degli ambienti naturali perpetrata dagli esseri umani altera gli equilibri ed i rapporti tra animali ed esseri umani, favorendo le pandemie.

procione

pappagalli

L’ attuale pandemia  deve indurci a ripensare la nostra visione del mondo, dell’economia, della società.

Il XX secolo è stato il secolo delle guerre mondiali, della contrapposizione destra-sinistra  e nord del mondo-sud del mondo, del prepotente fenomeno del consumismo, della perenne lotta dei  poveri contro i ricchi per una migliore redistribuzione delle risorse.

I ricchi accusano i poveri di essere scansafatiche e li invitano a rimboccarsi le maniche per partecipare al “banchetto” consentito dal liberismo economico. I poveri accusano i ricchi di appropriarsi delle ricchezze del pianeta e di sfruttarne le risorse umane.

Come spesso accade,  la verità sta nel mezzo. L’economia non può fare a meno degli imprenditori, persone che rischiano i loro soldi  ( e quelli che riescono a reperire sul mercato –  spesso  soldi pubblici) per creare imprese e lavoro. Nello stesso tempo i lavoratori subordinati chiedono certezze sul loro posto di lavoro e redistribuzione dei guadagni ottenuti dalle imprese,  per ottenere più equità sociale, soprattutto  per chi è rimasto indietro.

Una delle sfide del XXI secolo è la  redistribuzione, a favore del sud del mondo,  di parte delle ricchezze accumulate nel nord del mondo, dopo secoli di colonialismo, genocidi dei popoli sottomessi, rivoluzioni industriali e tecnologiche, predominio della finanza speculativa.

Per chi fosse poco attento alle vicende economico-finanziarie, giova ricordare che il debito mondiale ha raggiunto quest’anno (fonte:  “Affari e Finanza de La Repubblica” del 9 marzo 2020) la stratosferica cifra di 253mila miliardi di dollari, pari al 322,4% del PIL mondiale. In poche parole, la crescita economica del secondo dopoguerra (l’era del consumismo :  1950-2000) è stata fatta a caro prezzo, a debito,  soprattutto a carico delle future   generazioni.

Oggi, giugno 2020, tutti si affanno e si interrogano su come ripartire dopo l’emergenza pandemica, che ha bloccato e messo in ginocchio l’economia mondiale.

Questa crisi ha messo in luce questioni già evidenti da almeno vent’ anni, a che ora non possono più  essere più nascoste.

L’attuale modello economico è da rivedere completamente, ed anche alla svelta.

L’economia cosidetta “lineare” (estrazione risorse > produzione > consumo > smaltimento prodotti e rifiuti ) ha fatto il suo tempo. Non è possibile crescere all’infinito in un pianeta finito: lo capisce anche un bambino, ma gli economisti, ed i politici che reggono le sorti del mondo,  non lo capiscono ( o fanno finta di non capirlo).

Da diversi anni non si fa che parlare e scrivere di ECONOMIA CIRCOLARE.

A parole sono tutti diventati ambientalmente sostenibili, verdi, attenti all’ambiente ed “economisti circolari”;   tanto a proclamarsi tali non costa nulla. Chi non sarebbe d’accordo sulla protezione dell’ambiente, sulla pace del mondo, sulla ricerca della felicità?

Ma  proteggere l’ambiente e la società COSTA FATICA, LAVORO e SOLDI, perché occorre spendere denaro per ripensare i  processi produttivi e gli stili di vita e di consumo. Difendere la pace nel mondo significa eliminare il più possibile i fattori di conflitto tra i popoli, che quasi sempre sono conflitti per l’accaparramento di risorse e/o guerre tra ricchi e poveri; anche le guerre di religione sono quasi sempre guerre camuffate di  poveri contro  ricchi e vice-versa.

Economia circolare significa soprattutto  riprogettare prodotti, servizi  e cicli produttivi, per realizzare oggetti e macchinari più durevoli, fuori dalla logica della obsolescenza programmata e dell’usa e getta.

automobili

Prodotti più durevoli, che seguano la logica PAAS (product as a service – prodotto come servizio):

  1. invece di vendere la lavabiancheria, vendiamo il servizio di lavaggio, noleggiando la lavatrice al cliente finale e facendo assistenza tecnica
  2. invece di vendere automobili, le aziende costruttrici devono vendere “mobilità”, cioè farmi andare dal punto A al punto B con il metodo più veloce, economico e confortevole, utilizzando sia mezzi privati che pubblici (multimodalità)
  3. invece di vendere luce o gas, le aziende energetiche mi devono vendere un servizio di energia efficiente ed efficace, anche attraverso l’ottimizzazione dei miei sistemi domestici e della coibentazione della mia casa

bici

bus

Questa è la sfida del XXI secolo. La sfida di un mondo sempre più affollato (10 miliardi di persone al 2050) ed affamato (anche energeticamente). Se non faremo questo,  un triste destino ci attende: miliardi di persone impoverite e incattivite si faranno la guerra tra di loro, fino ad arrivare all’olocausto finale.

E non abbiamo ancora  menzionato la grave crisi climatica che incombe!

Dobbiamo fare una battaglia culturale per uscire dall’intossicazione consumistica, la cui cifra è rappresentata dall’ “ideologia del supermercato”.

Durante l’emergenza Covid-19 mi è capitato di vedere  code chilometriche di persone per fare la spesa al supermercato, mentre i negozi di alimentari “di vicinato” hanno continuato a lavorare ed a fornire un servizio senza code e senza affollamenti. Le persone non si rendono conto che il risparmio sul  prezzo  dei prodotti acquistati al supermercato (10-20%?) viene vanificato dal tempo speso nelle file: QUANTO VALE UN’ORA DEL MIO TEMPO?

Siamo talmente allucinati dall’attrattiva dell’ipermercato e del supermercato da dimenticare i fatti fondamentali della vita. E andando al supermercato spesso compriamo più prodotti di quelli necessari, intasando armadi e dispense  con cose a volte inutili.

Ormai anche nella grande città è possibile trovare un gruppo di acquisto più o meno solidale o un contadino che porta al mercato rionale la frutta e la verdura del proprio orto. Al supermercato andiamoci una volta ogni tanto, per acquistare la carta igienica o la scatoletta di tonno.

Un altro aspetto importantissimo,  che ci deve far riflettere: la pandemia ha costretto milioni di persone, tra lavoratori e studenti, ad interagire da casa con il proprio computer.  Sono trent’anni che si parla di telelavoro. Ora si parla di “smart working”,  non solo per fare gli anglofili.

Dobbiamo passare dal lavoro “a ore” al lavoro “intelligente”, pagato per obbiettivi e risultati raggiunti.

Io non devo essere pagato per le  8 ore al giorno, le 40 ore a settimana che trascorro in ufficio, ma in funzione dei risultati che ottengo.

Questo è un grosso cambiamento, ma la strada è tracciata.

E poi, come dicono in molti, il lavoro a distanza consentirà, se ci sarà la volontà di farlo, di ripopolare i bellissimi borghi dell’Italia. Non tutti i lavori ovviamente , ma molti lavori si potranno fare restando nel proprio  paesello di collina o di montagna, recandosi presso la propria azienda saltuariamente e non tutti i giorni come avviene oggi.

In conclusione, i tre mesi terribili appena trascorsi (8 marzo 2020 “inizio clausura” – 8 giugno 2020 “fine clausura”) non devono essere passati invano.

Approfittiamone per cambiare in meglio le nostre vite.

 

 

 

 

 

The Eichmann show (e dintorni)

Ieri sera, martedi 12 maggio 2020, la rete televisiva RAI5 ha trasmesso il film “The Eichmann show – il processo del secolo”; il film,  realizzato nel 2015 , racconta la preparazione e lo svolgimento delle riprese televisive del processo ad Adolf Eichmann svoltosi nel 1961 in Israele.

Adolf Eichmann “Col grado di SS-Obersturmbannführer era responsabile di una sezione del RSHA; esperto di questioni ebraiche, perseguendo la cosiddetta soluzione finale organizzò il traffico ferroviario per il trasporto degli ebrei ai vari campi di concentramento. Sfuggito al processo di Norimberga, si rifugiò in Argentina, dove venne individuato e rapito dal Mossad per essere processato in Israele e condannato a morte per genocidio e crimini contro l’umanità”(fonte Wikipedia – licenza Creative Commons).

Il citato film si conclude con un protagonista del processo che recita il seguente passo:

Chiunque di noi abbia pensato di essere stato creato da Dio migliore di qualsiasi altro essere umano, si è trovato nella stessa condizione di Eichmann; e chi di noi ha consentito che la forma del naso di un’altra persona o il colore della sua pelle o la maniera in cui venera il proprio Dio avvelenassero i propri sentimenti, ha conosciuto la perdita di senno che ha condotto Eichmann alla sua follia, perché è così che tutto è cominciato per coloro che hanno commesso questi orrori”.

Non conosco il nome di chi abbia scritto e pronunciato queste parole, ma esse devono fungere da monito per tutti noi. Un Eichmann alberga dentro ognuno di noi, ogni qual volta guardiamo qualcuno sentendoci superiori.

Un Eichmann alberga dentro ognuno di noi, pronto a risvegliarsi, specialmente in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo.

La pandemia globale sta acutizzando questioni già attive da anni. Finita l’era del “bengodi” del consumismo (1950-2000), stiamo vivendo tempi di recessione, i ricchi della “Web economy” si arricchiscono sempre di più, il popolo si impoverisce sempre di più e scompare progressivamente la “classe media”.

Milioni di persone provenienti da Africa ed Asia si dirigono verso la “fortezza Europa”, per fuggire da fame, miseria, malattie, guerre, guerre in parte create anche dai postumi del colonialismo e del neo-colonialismo.

Gli europei, sempre più impoveriti ed impauriti dai migranti che premono alle porte, cercano un capo che li rassicuri e gli prospetti un futuro migliore. Ma questo è già successo esattamente cento anni fa, proprio in Europa. Con la differenza che allora la paura proveniva dalle proteste operaie e contadine e dal pericolo della rivoluzione bolscevica. In Italia il periodo è conosciuto come “il biennio rosso”.

Sappiamo come è andata a finire.

Ma la razza umana è dotata di memoria molto corta. Bastano 20-25 anni (una generazione) e ci si dimentica tutto. Figuriamoci cento anni.

Adolf Hitler ha sapientemente manipolato le paure e le ambizioni del popolo tedesco per portarle alle estreme conseguenze, che ben conosciamo. Ma la storia si ripete. Anzi, si è già ripetuta, in Europa, sì, proprio nella vecchia Europa.

Slobodan Milosevic, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, voleva creare la “grande Serbia”. Prima la guerra sanguinosa con la Croazia, poi quella ancora più sanguinosa all’interno della Bosnia-Erzegovina, infine quella con il Kosovo, culminata con l’intervento dell’Italia e della NATO. Anche nostri aerei (italiani) hanno bombardato Belgrado.

Il tutto a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste adriatiche, il tutto inframmezzato da stupri e massacri etnici, sopra tutti quello del luglio 1995 a Srebrenica, dove in una sola notte vennero massacrati 7000 maschi bosniaci musulmani, con la colpevole complicità di soldati della NATO, fuggiti prima dell’arrivo delle truppe del sanguinario generale Mladic.

In Europa abbiamo assistito inermi e disinteressati all’ascesa del “piccolo Hitler” Slobodan Milosevic. Per assurdi ed anacronistici giochi e veti politici tra i vari stati abbiamo consentito che negli anni ’90 del XX secolo si ricreasse, dentro la vecchia Europa, una situazione che si pensava finita per sempre 45 anni prima.

Dopo l’Olocausto di sei milioni di ebrei, in molti hanno detto MAI PIU‘. Eppure è successo di nuovo in Europa, solo 45 anni dopo.

Oggi ho ripreso in mano il mio libro di storia del liceo: “Storia contemporanea” di Rosario Villari, Editori Laterza (1970-1972), manuale per le classi quinte della scuola media superiore.

Nel capitolo XIII si parla di “Espansione coloniale e rapporti intenazionali”, con riferimento ai fatti del XIX secolo. A pagina 321, una frase recita così: “la dottrina imperialistica affermava la superiorità di determinate razze e nazioni nei confronti degli altri popoli della terra. Poiché questi ultimi (i popoli del sud del mondo, n.d.r.) erano incapaci di utilizzare le ricchezze dei loro paesi, le nazioni “superiori” rivendicavano il pieno diritto di impadronirsene”.

Questa frase, al di là delle opinioni politiche e filosofiche dell’autore, credo possa essere ampliamente condivisa, come fatto storico. La Gran Bretagna, la Francia e le altre nazioni europee si sono lanciate, nel XIX secolo, alla conquista di quanti più territori possibile, per accaparrarsi materie prime, manodopera (anche schiavi) e mercati di sbocco. Nel XX secolo vale lo stesso per USA, Russia e Repubblica popolare cinese.

La filosofia nazista prende le mosse dalla storia, dalla filosofia e dalla cultura del XIX secolo. Adolf Hitler è il prodotto di cento anni di presunta superiorità della “razza ariana” sulle altre “razze” umane. La filosofia tedesca, le acciaierie della Krupp, il delirante misticismo hitleriano hanno creato un micidiale mix che ha portato alla Seconda guerra mondiale ed all’Olocausto.

La frase conclusiva del film “The Eichmann show” deve risuonare come monito per tutti noi, ogni mattina che ci svegliamo.

Vivo da quattro anni in un quartiere multietnico. E quello che ho scritto vale anche per me. Se comincio a guardare il mio vicino storcendo il mio naso per il colore della sua pelle o perchè parla ad alta voce in una lingua che non conosco, allora un piccolo Eichmann sta nascendo dentro di me.

 

 

Quale futuro vogliamo ( seconda parte)

Federico Rampini, in un articolo comparso lunedi 23 marzo 2020 in “Affari & finanza”, allegato settimanale de La Repubblica, ci racconta come la Grande Pandemia che stiamo vivendo in queste settimane stia mettendo in discussione decenni di globalizzazione.

Il processo era già iniziato un paio di anni fa, quando Donald Trump diede inizio alla”guerra dei dazi” nei confronti della Repubblica popolare cinese.

In molti hanno descritto pregi e difetti, vantaggi e svantaggi della globalizzazione. Come la descrive Wikipedia? “Fenomeno di crescente interdipendenza delle economie e dei mercati internazionali”.

Mi sembra una buona descrizione.

A fine anni ottanta (dello scorso secolo) la produzione di automobili, elettrodomestici, personal computers ed altri apparati elettronici ed industriali, avveniva prevalentemente nel nord America, in Europa, in Giappone e sud Corea.

Con la caduta del Muro di Berlino (1989) ed il conseguente disfacimento dell’impero sovietico, una parte delle produzioni sono state trasferite nell’Europa dell’est, per sfruttare il minor costo della manodopera, peraltro qualificata; le industrie erano più inquinanti di quelle dell’Europa occidentale, ma poco importava.

In quegli anni , Deng Xiaoping, allora capo della Repubblica popolare cinese, lanciò “l’economia socialista di mercato”. In sostanza disse ai cinesi: lavoriamo sodo ed arricchiamoci, mantenendo l’organizzazione statale del Partito comunista cinese.

MAO

Aprì il mercato interno alla tecnologia ed ai capitali “occidentali”, costringendo gli investitori stranieri che volevano andare in Cina ad aprire “joint ventures” con il 50% di capitale cinese.

Migliaia di fabbriche nordamericane ed europee vennero trasferite. In vent’anni la Repubblica popolare cinese ha fatto quello che Europa e nord America hanno fatto in cento anni, una crescita poderosa ed accelerata, grazie senz’altro alla grande operosità cinese, ma anche, e soprattutto, al differenziale di costo della manodopera ed alla mancanza di “lacci e lacciuoli” presenti in “occidente”: normative ambientali, diritti sindacali, tutela della proprietà intellettuale, un sistema giuridico indipendente dal potere politico.

Fu un “bengodi” per le grandi imprese multinazionali, che riuscirono a recuperare grandi margini di redditività in un mercato sempre più saturo e competitivo. Ma tuttoha un prezzo: Pechino e le grandi città cinesi fino a dieci anni fa erano avvolte da una impenetrabile coltre di smog, come si vedeva a Milano negli anni ’60 (per non parlare dei fiumi e torrenti con schiume di vari colori).

porto

La Repubblica popolare cinese ha replicato (moltiplicato per venti) il famoso “miracolo economico” italiano.

Esattamente come accadde in Italia, milioni di cinesi si riversarono dalle campagne ai grandi agglomerati urbani ed industriali, verso la costa orientale. Un esodo biblico.

Per vent’anni i cinesi hanno prodotti manufatti di basso e medio livello, spesso copie dei manufatti “occidentali”. Poi, l’iniezione di tecnologia e di brevetti, derivante dalla comproprietà al 50% delle imprese, ha generato una imprenditoria autoctona di spessore. Ora i cinesi producono allo stesso livello, e forse anche meglio, dei loro concorrenti globali. Sono diventati “la fabbrica del mondo”.

Tutto questo fino a febbraio 2020.

NO U TURN

Il virus pandemico Covid-19 (o Sars-Cov-2, come lo chiamano gli scienziati) sta rimescolando tutti gli equilibri fin qui raggiunti.

Ci siamo accorti, con un costo sociale di migliaia di morti, che i “dispositivi di protezione individuale” (le mascherine, le tute speciali e gli altri accessori) venivano prodotte quasi esclusivamente nella Repubblica popolare cinese. Cioè, a forza di trasferire in Estremo oriente tutte (o quasi tutte) le produzioni di medio-basso livello, in Europa non si trovava più una mascherina chirurgica (figuriamoci quelle di livello superiore, le “famose” FFP2/FFP3).

Da un paio di settimane, come in una economia di guerra, decine di imprese “occidentali” hanno riconvertito le loro produzioni (che peraltro in queste settimane non venivano acquistate da nessuno) per realizzare mascherine di varie fogge, detergenti per le mani, reagenti per tamponi, ventilatori e respiratori per sale di rianimazione ospedaliere.

Come già accaduto nel recente passato, il sistema economico contemporaneo non è capace di programmare e di prevedere. Certe produzioni, da considerare strategiche, non andavano trasferite completamente all’estero: una quota di esse doveva restare in loco.

Una crisi internazionale dovuta a conflitti, una guerra dei dazi, una pandemia, un cataclisma naturale, mettono in seria difficoltà gli scambi internazionali.

Esattamente quello che sta accadendo da un paio di mesi.

Tutti i  “guru” economici, plurilaureati con master nelle più prestigiose università, non hanno mai ben consigliato i grandi leaders mondiali (o forse ci hanno provato, con scarsissimi risultati), cercando di far capire che una eccessiva “interdipendenza delle economie e dei mercati internazionali” (vedere sopra) poteva essere molto pericolosa.

In tutti i “sacri testi” sulla gestione d’impresa sta scritto CHE NON BISOGNA MAI DIPENDERE DA UN UNICO FORNITORE E/O DA UN UNICO CLIENTE. Se viene a mancare, per un qualsiasi motivo, il mio unico fornitore e/o il mio unico cliente, sono fregato. Ebbene, con tutto il fior fiore di imprenditoria e di grossi cervelli presenti in “occidente”, abbiamo fatto la figura degli scemi, trasferendo gran parte della componentistica industriale (quando non intere filiere produttive) in Cina e nei paesi limitrofi.

Aspettando che i produttori “nostrani” di mascherine ottengano le autorizzazioni dell’Istituto superiore di sanità, andiamo a pregare i cinesi che ci regalino o vendano i milioni di pezzi necessari al sistema sanitario italiano sotto pressione per l’emergenza pandemia.

E cosa accadrà dopo?

USA

Tornando a Federico Rampini, egli prevede che probabilmente andremo da un estremo all’altro. Dalla globalizzazione all’autarchia. La tendenza, già comparsa con la “guerra dei dazi”, a riportare in patria le produzioni delocalizzate, subirà una forte accelerazione.

Saranno contenti lavoratori e sindacati (silenti nel corso degli ultimi trent’anni), che vedranno risorgere fabbriche e produzioni, ma con costi generali assai più elevati (manodopera, normative ambientali ecc.)

L’autarchia darà nuova spinta ai nazionalismi (pardon, ora si chiamano “sovranismi”), già spiccatamente presenti in molte nazioni europee, negli Stati uniti d’America, in Russia, in Brasile.

I nazionalismi, purtroppo, non portano mai nulla di buono. Nel corso del XX secolo hanno portato  due guerre mondiali e a decine di milioni di morti.

Mentre ha un senso riportare in patria alcune produzioni strategiche (ad esempio, i presidi sanitari e chirurgici, gli apparecchi elettromedicali), la tendenza all’autarchia, a rinchiudersi nei propri confini, ci riporterà indietro di cento-duecento anni.

Come spesso accade, occorrerà trovare una sintesi tra le due posizioni estreme (globalizzazione vs. autarchia). Ciò presuppone una classe politica e dirigente mondiale di alto livello, che francamente fatichiamo a riscontrare. Lo vediamo nel corso delle sedute plenarie dell’ONU o del suo Consiglio di sicurezza, ente praticamente inutile, considerato che i veti incrociati dei suoi membri permanenti (USA, Repubblica popolare cinese, Russia, Gran Bretagna, Francia) lo portano  sempre  all’inconcludenza.

La politica e l’economia mondiale, tra l’altro, non vengono decise dall’Organizzazione delle nazioni unite, ma dalle imprese multinazionali e dai grandi stati nazionali come Repubblica popolare cinese, Russia e Stati uniti d’America.

prato

Resta comunque in capo ai singoli individui la responsabilità di decidere dove andrà il mondo; ognuno di noi può e deve agire nel sociale per indirizzarne i comportamenti, attraverso

  1. la partecipazione alla vita civica della propria comunità
  2. il “voto con il portafoglio” (scegliere se e che cosa acquistare)
  3. il diritto di voto all’elezioni locali, nazionali ed europee
  4. l’informazione e l’autoformazione: la complessità del futuro che ci attende impone una cittadinanza preparata ed attenta

Una soluzione per raggiungere questi obiettivi, ampliamente dibattuta, può essere quella della “patente per votare”: per poter decidere chi sono i nostri rappresentanti politici occorre dimostrare di avere una conoscenza di base delle regole democratiche e della vita sociale.

Non si capisce perché per guidare un autoveicolo siamo costretti a superare un esame teorico ed una prova pratica, mentre per dare un incarico a coloro che debbano guidare un comune, una regione, una nazione, un continente non è necessario alcun requisito.

Già oggi esistono limitazioni al diritto di voto; ad esempio, occorre avere compito 18 anni. Quindi si riconosce che per poter votare occorre raggiungere un minimo di maturità, che si presume sia raggiunta da una certa età in poi.

nave

Temi complessi, ma che occorre affrontare. Il pianeta Terra è come una grande nave da crociera in mezzo all’oceano, con sette miliardi e mezzo di passeggeri: dobbiamo avere fiducia nell’equipaggio e mai affideremmo la nave ad un comandante e a degli ufficiali irresponsabili (anche se purtroppo è già successo………..).

Quale futuro vogliamo

Xi Jinping, Narendra Modi, Vladimir Putin, Donald Trump, Jair Bolsonaro guidano le nazioni più popolose e potenti del mondo ed hanno in comune un particolare: sono, chi più chi meno, dei leader “autocratici”.

Veri e propri dittatori o tendenti tali.

INDIA

Qualcuno dirà che non è una grande novità. Da circa seimila anni, da quando cioè si conoscono le prime civiltà, è tutto un susseguirsi di re, faraoni, césari augùsti, imperatori, dittatori più o meno sanguinari.

La democrazia, nel corso dei secoli, rappresenta solo una breve parentesi, che ha tentato di stabilirsi nel mondo tra il XIX ed il XX secolo, soprattutto in Europa. Una breve parentesi, appunto.

La democrazia è in regresso in tutto il mondo. La democrazia è in regresso perché le persone sono spaventate dalle incertezze derivanti dalla crisi economica iniziata del 2007 e dall’arrivo di migliaia di migranti. Incertezze e migranti spingono le persone a cercare “l’uomo della provvidenza”.

La democrazia si è diffusa soprattuto in Europa, successivamente all’ascesa della borghesia capitalista e alla sua presa del potere dopo la Rivoluzione francese.

Per svilupparsi, il capitalismo aveva (ed avrebbe ancora bisogno) di libertà: libertà di commerciare, libertà di informazione e di espressione, libertà di movimento, trasparenza sulle comunicazioni di borsa. Dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo assisitito ad una crescita tumultuosa dell’economia capitalista, crescita avvenuta di pari passo a quella del dominio politico ed economico degli Stati uniti d’America.

Dopo 50 anni (1950-2000), l’economia capitalista ha cominciato ad avere una prima battuta d’arresto (crollo delle borse del 2000, cioè lo scoppio della cosiddetta “bolla delle dot.com”). La seconda botta è arrivata nel 2007-2008, con lo scandalo dei titoli spazzatura e del fallimento della banca d’affari Lehman Brothers negli USA.

L’economia capitalista è cresciuta per 50 anni grazie all’”era del consumismo”. Per 50 anni il nord-America, l’Europa, il Giappone e la Corea del sud hanno trainato l’economia ed i consumi del mondo, incentivando i cittadini a spendere ed a indebitarsi per alimentare le produzioni e gli scambi. Anni fa era facile vedere, nei film e nei telefilm statunitensi, gli attori che tiravano fuori portafogli con dieci carte di credito diverse.

Risultato di tutto questo “bengodi”? Duecentocinquantatremila miliardi di dollari di debito globale, pari al 322,4% del PIL mondiale, secondo quanto ci comunica il settimanale “Affari & finanza” de La Repubblica di lunedi 9 marzo 2020.

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Non bisogna essere dei geni o dei plurilaureati in economia con master ad Harvard per capire che l’economia mondiale è cresciuta “a buffo” (a debito, come si dice a Roma). In pratica tutto il “benessere” di Europa, nord-America, estremo Oriente nasce  sicuramente dal duro lavoro, ma soprattutto da una montagna di debiti per il nostro futuro e quello delle future generazioni, cioè i nostri figli e nipoti.

Ovviamente il telegionale della sera non ci viene a rovinare la cena sbattendoci in faccia il mostruoso debito mondiale. In realtà non ci parla nemmeno del debito pubblico italiano, che dovrebbe essere ora intorno ai 2450 miliardi di Euro .

I cittadini-sudditi non devono pensare, non si devono preoccupare; pochi anni fa, un presidente del consiglio dei ministri della Repubblica italiana aveva fatto sua la tipica espressione milanese “ghe pensi mi”, ci penso io. Voi cittadini (sudditi) non pensate, non vi preoccupate, ci penso io a risolvere tutti i vostri problemi.

Purtroppo questo accade solo nelle favole.

L’emergenza coronavirus Covid-19 (o Sars-CoV-2) che stiamo vivendo sarà la terza, e più terribile, battuta d’arresto dell’economia mondiale a partire dall’anno 2000. Questa crisi sta mettendo e metterà sempre più in discussione le colonne portanti dell’economia contemporanea, che sono il consumismo e la globalizzazione.

Mascherina

Il modello consumista aveva già manifestato segni di cedimento sul finire del XX secolo. Il crollo del Muro di Berlino nel 1989 aveva fatto pensare a molti che il sistema capitalista avrebbe trionfato in tutto il mondo, non avendo più la palla al piede del comunismo, dispiegando tutte “le magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria.

Ma il sistema capitalista ha i piedi di argilla. Esso è fondato su un assioma errato: l’inesauribilità delle materie prime, dei sistemi naturali e della manodopera a basso prezzo.

Anche un bambino (soprattutto un bambino, che non ha la mente distorta dal telegiornale della sera) capisce che non si può crescere all’infinito in un sistema finito.

Emergency

La poderosa crescita dell”era del consumismo” si è basata su materie prime e manodopera a basso costo: materie prime prelevate a poco prezzo soprattutto dal sud del mondo (ad esempio l’Africa) e manodopera proveniente dalle campagne e dalle periferie degradate sia del nord che del sud del mondo.

Poi è arrivata la Repubblica popolare cinese, che dal 1990 a oggi, è diventata la “fabbrica del mondo”, grazie all’operosità di un miliardo e passa di lavoratori. Operosità pagata assai poco (negli anni ’90 gli stipendi partivano da 100 dollari al mese).

Questo ha favorito la delocalizzazione di migliaia di fabbriche nordamericane ed europee, che si sono trasferite in est-Europa prima, in Asia dopo, per poter rimanere competitive.

bandiera cinese

Il trasferimento di migliaia di fabbriche ha creato grande disoccupazione in Europa. Lo stesso ha fatto la costante automazione dei processi produttivi e delle attività di servizio (come banche e call center).

Risultato: la progressiva scomparsa della classe media in Europa ed in nord-America. Peccato che era proprio quella classe media il motore dei consumi: la famosa famigliola con l’ automobile, il frigorifero, la lavabiancheria e la lavastoviglie, tanto cara alla pubblicità fin dagli anni ’50 dello scorso secolo.

La crisi del 2007-2008 non ha fatto altro che esacerbare quanto già stava accadendo. I consumi si sono bloccati in tutto il mondo, la Repubblica popolare cinese ha rallentato le esportazioni e, per poter mantenere un tasso di crescita nominale del 6-8% all’anno ha dovuto potenziare il mercato interno. Gran parte della liquidità cinese accumulata nei 25 anni precedenti è stata re-investita nel terziario avanzato (e nell’acquisto di squadre di calcio europee).

E che dire della crisi attuale? Questa crisi è assai più grave di quella di dodici anni fa, forse la più grave da duecento anni a questa parte. L’intero mondo produttivo è fermo, a parte i produttori di alimentari, di macchine respiratorie, di mascherine chirurgiche, di disinfettanti per le mani e reagenti per tamponi.

E non abbiamo una chiara idea di quello che accadrà, finita l’emergenza. Nella migliore delle ipotesi, fra un paio di mesi la pandemia dovrebbe aver raggiunto il picco in tutto il mondo (a fasi distanziate tra Repubblica popolare cinese, resto dell’Asia, Europa, America, Africa).

Farmaci

Quando la pandemia avrà rallentato il suo corso, avrà lasciato sul terreno migliaia di morti e feriti, migliaia di aziende chiuse (alcune per sempre). Nulla sarà più come prima.

La stessa globalizzazione, tanto decantata fino a pochi anni fa, verrà messa in discussione. Intere fabbriche sono ferme per mancanza di pezzi provenienti dall’Asia. Non sarà più possibile delocalizzare tutto all’estero, a meno che si voglia continuare nell’ atteggiamento irreponsabile finora tenuto.

Certe produzioni , NON SI DEVONO PORTARE FUORI DALL’UNIONE EUROPEA. Occorre considerarle “produzioni strategiche”, mantenendole in Europa A QUALSIASI COSTO.

E cosa dovremo fare per far ripartire l’economia mondiale?

Dobbiamo far passare il messaggio che occorre tutti ripensare i nostri stili di vita e rimboccarci le maniche di conseguenza.

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La diffusione rapida del virus Covid-19 è dovuta alla grande mobilità degli esseri umani. Grazie ai mezzi di trasporto di oggi, l’umanità è sempre in perenne movimento: persone si spostano da un continente all’altro per fare affari , per tentare una miglior vita altrove, per turismo, per sport, per ricerca scientifica, per mille motivi. Ma è stato accertato che, oltre a contribuire a diffondere virus e malattie, il trasporto aereo è quello più inquinante ed è quello che consuma più risorse.

Questo non vuol dire che dobbiamo tornare al cavallo ed al calesse, ma vuol dire che dobbiamo essere consapevoli che ogni nostro spostamento ha un costo importante (considerandone tutte le ricadute) ed aggrava la crisi climatica.

Dobbiamo trovare una sintesi creativa tra la civiltà agricola, che ha dominato per diecimila anni lo sviluppo umano, e l’era del consumismo, non più sostenibile ambientalmente, socialmente ed economicamente.

L’innovazione, in particolare quella informatica e telematica, può aiutarci molto in questo processo. Tutti noi stiamo imparando velocemente ad utilizzare la didattica ed il lavoro a distanza, che, laddove possibile, consentono un grande risparmio di tempo, di denaro e di risorse naturali (combustibili fossili).

Dobbiamo riappropriarci della manualità. L’era del consumismo aveva fatto atrofizzare le nostre capacità di produrre e riparare oggetti, tanto c’era sempre qualcuno che produceva e/o riparava per noi. Nella nuova economia che dobbiamo costruire, occorre produrre oggetti duraturi che si possano riparare facilmente e i cui componenti possano essere rimessi nel ciclo economico (la famosa economia circolare).

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Dobbiamo riappropriarci delle scienze umane. In un’epoca di grandi cambiamenti, è fondamentale riprendere in mano la cultura, la filosofia, la conoscenza, il valore dei rapporti sociali, l’etica dei comportamenti e stabilire valori condivisi. Dobbiamo avere una bussola che ci possa guidare verso il domani.

Allora che questa tragedia della pandemia mondiale possa essere una occasione per RIPARTIRE DAL FUTURO, come ho sentito dire alla radio. Lasciamo indietro il XX secolo e guardiamo avanti.

Ma ognuno deve fare la sua parte.

Breve storia dell’economia e dell’elettronica industriale italiana

In molti parlano di lavoro.

Di lavoro che manca, di giovani che emigrano, di giovani che restano e sono costretti a lavori sottopagati e precari. Una generazione di addetti ai call center e di consegne di cibo in bicicletta.

Molti dicono che il lavoro non si crea per decreto e che c’è un “mismatch”( una non corrispondenza) tra offerta e domanda di lavoro: molte aziende cercano professionalità elevate che il mercato non offre, come nei settori dell’informatica e dell’automazione industriale.

Questo sarà anche vero, ma facciamo una brevissima storia dell’economia italiana dal 1945 in poi. Dopo la Seconda guerra mondiale l’Italia si è rimboccata le maniche ed ha fatto quello che la Repubblica popolare cinese ha fatto negli ultimi trent’anni: passare da una economia prevalentemente agricola ad una economia industriale. Il famoso “boom o miracolo economico”.

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Poi, come avvenuto in tutte le economie avanzate americane ed europee, si è sviluppato il settore dei servizi: commercio, trasporti, finanza, terziario avanzato.

Nel 1989, con il crollo del Muro di  Berlino e dell’impero sovietico, sembrava che si dovesse aprire una nuova era di benessere per tutti. Per i primi anni c’è stato un certo incremento dell’economia europea, perché i paesi dell’Europa orientale dovevano recuperare il divario che si era nel frattempo accumulato nei confronti dell’Europa occidentale. Poi, con l’esplosione della cosiddetta “bolla dot.com”  (anno 2000, borse di New York – in particolare il NASDAQ), l’economia mondiale ha iniziato ad avere una forte battuta di arresto.

Si cominciava a capire che la crescita mondiale era pompata artificialmente: essa non era dovuta alla creazione di nuovi mercati e/o nuovi prodotti (come avviene da secoli), ma dalla sopravvalutazione delle aziende tecnologiche e delle “magnifiche sorti e progressive” che ci si aspettava da esse.

LA seconda battuta di arresto, molto più forte di quella del 2000, è avvenuta, sempre negli Stati uniti d’America, con le crisi del 2007-2008, quella dei “mutui subprime” e del fallimento della banca d’affari  Lehman Brothers. In poche parole, per mantenere i margini di profitto che non si potevano più realizzare, il sistema finanziario statunitense ha iniziato a truffare il mercato,  la società e l’economia reale, vendendo mutui a persone che si sapeva perfettamente non erano  in grado di ripagarli. La famosa “cartolarizzazione”  (impacchettamento di debiti in prodotti finanziari  da vendere sul mercato mondiale) ha poi sparpagliato in giro per il mondo tutta questi debiti inesigibili (ora si chiamano più “elegantemente” NPL – non performing loans), creando scompiglio in quasi tutti i bilanci di banche, aziende, enti pubblici, risparmiatori privati, in giro per il mondo.

Dal 2008, il sistema economico mondiale è entrato in una profonda crisi. Europa e nord America hanno rallentato gli acquisti, la Cina ha rallentato le esportazioni ed ha dovuto potenziare il mercato interno. Per salvare banche ed imprese dalla crisi sono stati iniettati nel mercato finanziario mondiale svariate  centinaia di miliardi di dollari, che hanno arricchito pochi, ma impoverito  molti. Si è interrotto definitivamente il ciclo economico dell’era del consumismo (1950-2000), la classe media di nord America, Europa (e di tutti i paesi mediamente sviluppati come Brasile o Sud Africa),  ha visto indebolire molto il proprio potere di acquisto, innescando un circolo vizioso, da cui non siamo ancora usciti.

E da cui non usciremo a breve, considerato che, di fronte ad una malattia grave dell’economia mondiale, si ripropongono medicine vecchie che non funzionano più: si vuole curare il cancro con l’aspirina. Del resto, siamo arrivati alla fine di un ciclo economico di più 500 anni (dal 1492, dalla “scoperta” dell’America), ma al telegiornale non ce l’hanno ancora spiegato.

Serve un nuovo modello di sviluppo economico;  si vuol far crescere all’infinito un’economia in un pianeta finito: anche un bambino della scuola primaria capisce che ciò non è possibile. Ci vogliono trattare da deficienti.

Facciamo un piccolo passo indietro e  parliamo di fatti di casa nostra.

L’Italia nel 1985 aveva alcune importanti aziende nei settori dell’elettronica industriale, dell’elettrotecnica,   dell’automazione,  dell’informatica, delle telecomunicazioni, della produzione di autoveicoli e di elettrodomestici, aziende dove si fa uso di componentistica elettronica. Il sottoscritto ha lavorato in due riprese (1985-1990 e poi 2000-2015) nel settore vendite di  un’azienda milanese che produce componentistica elettronica.

Nella seconda metà degli anni ’80 in Italia erano presenti importanti imprese di  livello internazionale, come il gruppo FIAT, il gruppo Olivetti, Italtel, il gruppo Merloni e molte altre.

Il gruppo FIAT sappiamo come si e’ evoluto. Ora si chiama FCA –  Fiat Chrysler Automobiles, ha sede legali in Olanda, a Londra, a Detroit; a Torino c’è rimasto poco o nulla, soprattutto la famiglia ancora azionista di riferimento. Gli stabilimenti italiani arrancano come negli anni passati tra cassa integrazione più o meno perenne (in particolare lo stabilimento di Piedimonte San Germano – Cassino, senza trascurare Pomigliano e Melfi). E’ finito un ciclo storico.

Entro l’anno 2020 il gruppo FCA si fonderà con il gruppo francese PSA, con ulteriori perdite di lavoro  verso l’estero.

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Adriano Olivetti

 

Il gruppo Olivetti era diventato, dopo il 1945, grazie all’intelligenza ed alla lungimiranza di Adriano Olivetti, figlio del fondatore Camillo, una multinazionale che tutto il mondo ci invidiava. Prodotti innovativi, come la macchina da scrivere Lettera 22, le calcolatrici Divisumma, il primo elaboratore elettronico a transistor ELEA, il primo personal computer P101, con un design all’avanguardia e metodi di commercializzazione moderni e con buoni margini di profitto,  avevano consentito ad Adriano Olivetti di reinvestire i guadagni per il benessere dei suoi dipendenti (attraverso la costruzione di case, asili nido, mense, biblioteche) e per il benessere dei territori dove erano insediate le sue aziende. Un imprenditore  illuminato e per questo inviso all’allora dirigenza di Confindustria.

Dopo la prematura morte di Adriano , nel 1960, il gruppo Olivetti ebbe una seria crisi e fu poi rilevato da Carlo De Benedetti, che negli anni ’70-’80 rilanciò il gruppo con la produzione di macchine da scrivere elettriche ed elettroniche, di personal computer, di computer di medio-grande livello che facevano concorrenza all’allora potente IBM, di stampanti e terminali per le banche e le Ferrovie di stato.

Verso la fine degli anni ’80 cominciarono ad arrivare i primi personal computer prodotti in Cina, prima a Taiwan e poi nella Repubblica popolare cinese e fu l’inizio della fine per il gruppo Olivetti.

Anche il gruppo Italtel era un importante realtà italiana, che produceva telefoni, centrali telefoniche ed altri sistemi per quella che era l’iniziale rivoluzione telematica.

Lo stesso vale per il gruppo Merloni di Fabriano, potenza continentale nel settore degli elettrodomestici; la parte facente capo a Vittorio Merloni (Ariston,  poi Indesit) pochi anni fa è stata ceduto   alla statunitense Whirlpool. La parte relativa ad Antonio Merloni (elettrodomestici conto terzi) era già stata smembrata anni prima; oggi resiste solo la parte del gruppo Merloni che era denominata Ariston Termosanitari (caldaie, scaldabagni ecc.). Come è successo a Torino, tutto il distretto di Fabriano, nelle Marche, sta soffrendo una profonda crisi, dovuta allo smembramento  del gruppo Merloni e della delocalizzazione delle principali attività.

Negli anni ’80 dello scorso secolo si diceva e si scriveva che l’Italia era la sesta (o la settima) potenza  industriale del mondo, dopo Stati uniti d’America, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna. Poi sono  arrivate la Repubblica popolare cinese, l’India, il Brasile, il Sud Africa, la Turchia e l’Italia ogni due-tre anni scivola di  qualche posizione.

L’Italia era già divisa in tre parti (diciamo che non è mai stata unita ed è  ritornata alla sua impostazione  originaria): un Nord ricco ed integrato con l’Europa, un Centro che non se la passa male (grazie anche a Roma capitale) ed un Mezzogiorno che sta scivolando sempre più verso l’Africa.

Negli anni ’80 nel Mezzogiorno esistevano molte aziende “terziste”, in particolare in Campania, che lavoravano per conto delle aziende di elettronica industriale del nord e del centro Italia, fornendo solo manodopera (conto lavoro) oppure acquistando anche i materiali (conto pieno).  Lentamente ma inesorabilmente quasi tutte le commesse dal nord al sud Italia sono “emigrate” nell’est-Europa, nel nord-Africa, in Asia (Romania, Albania, Tunisia, Turchia, Cina, poi Vietnam ecc. ), per sfruttare le differenze di costo della manodopera, per sfruttare l’assenza di diritti sindacali, per sfruttare l’assenza di politiche di tutela ambientale, per sfruttare governi generalmente autoritari.

Oltre alla delocalizzazione produttiva, è stato lasciato campo libero a pseudo-imprenditori (ma veri “prenditori”) senza scrupoli che, con la complicità di politici e sindacalisti a livello nazionale, hanno letteralmente fatto saltare interi distretti industriali di elettronica industriale, come quelli di L’Aquila-Avezzano e quello di Caserta.

In che modo? Alcune multinazionali come Ericsson, Alcatel, Siemens,  volevano disfarsi di alcuni insediamenti industriali non più remunerativi. Le multinazionali hanno ceduto gli insediamenti a prezzi di saldo, e gli acquirenti hanno rilevato i capannoni con un generico impegno a mantenere la produzione per un paio di anni, con un generico impegno a mantenere le maestranze ed a pagarne stipendi e contributi. Gli pseudo-imprenditori non hanno poi pagato stipendi e contributi delle maestranze, non hanno poi pagato i fornitori, non hanno poi pagato le banche che avevano finanziato queste operazioni.  Risultato: desertificazione di intere province e/o regioni.

Siccome abbiamo detto all’inizio che il lavoro NON si crea per decreto, o si creano le condizioni per creare lavoro, oppure l’Italia non si risolleverà mai più.

Dal 2007-2008 l’Italia non si è ancora ripresa. Occorre dire la verità agli italiani, cioè quello che nessun politico ha il coraggio di dire: dobbiamo rimboccarci le maniche, fare sacrifici e ricominciare da capo, come dopo la Seconda guerra mondiale.

Ora invece abbiamo due generazioni di politici che blandiscono gli elettori promettendo mari e monti, con una logica da voto di scambio.

Occorre una nuova classe dirigente che spieghi ai cittadini  italiani che è finito un ciclo storico, che dobbiamo smetterla di rubare soldi allo Stato, come è stato fatto durante la Guerra fredda: per contrastare “i comunisti”,   la Democrazia cristiana (insieme poi al Partito socialista)  ha distribuito soldi pubblici a pioggia agli italiani, con le pensioni “baby”, chiudendo un occhio sulle finte invalidità, con soldi distribuiti alle imprese “amiche”.

Risultato ad oggi: 2450 miliardi di Euro di debito pubblico. Questa è una palla al piede per tutto il sistema socioeconomico.

Occorre una giustizia più efficiente, per combattere gli imbroglioni, gli sfruttatori ed i mafiosi che rallentano e distruggono l’economia. Un sistema giudiziario che funziona aiuta a prevenire la corruzione, la vera piaga del nostro sistema economico e sociale, che disperde risorse e mantiene le divisioni in caste.

Occorrer ripartire dall’agricoltura di qualità, automatizzando alcune lavorazioni (come la raccolta di pomodori)  e combattere lavoro nero, caporalato sfruttameneto dei lavoratori.

Occorre ripartire dall’artigianato di livello e ricreare un tessuto virtuoso di medie imprese.

Tutti parlano di turismo, ma esso è un settore complesso, che necessita programmazione e progettazione pluriennale.

Occorre una seria ed oculata gestione del risparmio: i capitali vanno indirizzati verso le attività realmente produttive e non quelle speculative.

Va ricreata una coesione sociale, ultimamente messa a dura prova dalla criminalizzazione degli immigrati e dalle guerre tra poveri.

Va ricreata una apettativa di futuro, che trattenga i giovani in Italia, affinche essi possano costruire delle nuove famiglie.

Oggi ci stiamo mangiando la ricchezza accumulata dalgi anni ’50 agli anni ’90 dello scorso secolo: dobbiamo invertire questa tendenza.

Occorrono una nuova classe dirigente ed una nuova classe politica che non abbiano corte vedute, ma sappiano guardare almeno a dieci-venti  anni. Ce la faremo?

 

 

 

CARNE INSOSTENIBILE

Oggi, venerdi 20 dicembre 2019, il programma radiofonico Radio3 scienza della RAI ha parlato di come sia sempre più insostenibile il consumo di carne animale.

https://www.raiplayradio.it/audio/2019/12/RADIO3-SCIENZA-del-20122019—Foglie-e-buoi-del-20122019-9ff26c69-c3d7-4a89-8342-12f6cfb251cb.html

Già da diversi anni si discute di questo tema. Ormai abbiamo capito che l’eccessivo consumo di carne animale mette a rischio la sopravvivenza della razza umana sulla Terra.

L’International panel on climate change (IPCC), organizzazione delle Nazioni Unite che studia il cambiamento climatico, ha prodotto la scorsa estate un documento in cui si mette in evidenza, per la classe dirigente della Terra, cosa sta comportando l’eccessivo consumo di suolo per l’allevamento animale.

https://www.ipcc.ch/2019/08/08/land-is-a-critical-resource_srccl/

https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/2019/08/4.-SPM_Approved_Microsite_FINAL.pdf

Più del 50% delle terre coltivabili viene utilizzato direttamente o indirettamente per l’allevamento di animali. Sia terreni per i pascoli che per la coltivazione dei cereali destinati alla produzione di mangimi. Questi dati sono impressionanti.

mucche al pascolo

Con una popolazione mondiale che cresce di 75-80 milioni di unità all’anno, prevalentemente in Africa ed in Asia, la maggior parte della superficie coltivabile è dedicata alla produzione di carne. Per produrre un chilo di carne sono necessari centinaia di litri di acqua, combustibili fossili, decine di chili di cereali, che potrebbereo essere invece destinati all’alimentazione umana.

Il consumo di carne bovina, suina, ovina, caprina, avicola è una legittima esigenza e rappresenta una conquista sociale. Molti sanno che fino allo scorso secolo anche in Europa il consumo di carne era un lusso: essa si consumava la domenica o in occasione delle feste religiose.

Nell’era del consumismo, in nord America, in Europa, nei paesi ricchi dell’Asia, il consumo di carne sembra un fatto normale e scontato. Così non è ancora per miliardi di persone di sud America, Africa e Asia. L’accresciuto benessere di centinaia di milioni di persone del sud del mondo sta facendo aumentare la richiesta di carne. E la richiesta di carne STA CONTRIBUENDO ALLA DEFORESTAZIONE DELL’ AMAZZONIA E DELLE ALTRE FORESTE TROPICALI. Migliaia di chilometri quadrati di foreste vengono abbattuti ogni anno, per far posto agli allevamenti ed alla coltivazione di soia e di cereali.

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Ma siamo impazziti tutti quanti? Distruggiamo le foreste che producono prezioso ossigeno ed assorbono la dannosa anidride carbonica da noi prodotta in impianti , in industrie e attraverso e le automobili. I bovini producono, nel loro apparato digerente,  importanti quantità di metano, gas fortemente climalterante.  E con la distruzione delle foreste, vengono sterminati i nativi che le abitano e le diverse specie animali che le occupano da millenni.

Da diversi anni si racconta la storia dell’isola di Pasqua. Dopo aver tagliato tutti gli alberi per farci barche, abitazioni, per far spazio alle coltivazioni, gli abitantii dell’Isola di Pasqua si sono ridotti a vivere in un deserto E SI SONO ESTINTI. E questo il percorso che vogliamo intraprendere? Perché siamo così stupidi?

Nell’era di internet, nell’era dell’informazione accessibule a tutti, NON CI SONO PIU’ SCUSE. Non potremo dire “non sapevo”. La realtà è che non gliene frega niente a nessuno (o a molto pochi). Siamo una razza di egoisti, che pensano solo al godimento giornaliero e non si interessano di perpetuare la specie. Altro che “homo sapiens sapiens”.

Nelle nazioni “ricche” molti abitanti stanno riducendo il consumo di carne (così come stanno riducendo il numero di figli, ma questa è un’altra storia), per motivi etici e salutistici. Questo accade per un miliardo circa di abitanti di nord America ed Euroasia. Ma i quattro miliardi di abitanti dei paesi che stanno uscendo dalla povertà invece stanno aumentando il consumo di carne, specialmente pollame e carne suina.

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Non entriamo nel merito di come spesso vengono allevati questi animali, in condizioni terribili (specialmente galline e maiali).

Ridurre il consumo di carne deve diventare un imperativo per gli esseri umani dotati di raziocinio. Molti lo hanno compreso, infatti già da anni si parla di allevare insetti per uso alimentare, insetti che avrebbero un impatto minore sull’ecosistema e fornirebbero un apporto di proteine più che soddisfacente.

Nessuno vuole imporre la dieta vegana o vegetariana. Ma consumare meno carne deve essere un percorso condiviso da tutti, ed alla svelta. Lo stesso vale per il pesce; i pesci stanno scomparendo da tutti gli oceani, depredati dai grandi pescherecci. Ormai consumiamo soprattutto pesce da allevamento.

Lester R. Brown ( https://it.wikipedia.org/wiki/Lester_Brown) da anni ci mette in guardia sull’eccessivo consumo di territorio, sulla desertificazione di interi territori, sulla degradazione dei suoli, sulla carenza idrica. Non si tratta di fare eco-terrorismo. Sembra di essere su una grande nave Titanic, grande come il nostro Pianeta, con tutti intenti a gozzovigliare e a festeggiare, ignari che ci stiamo schiantando contro un iceberg.

Non solo stiamo distruggendo le foreste per allevare animali. Stiamo distruggendo foreste per coltivare cerali CHE SERVIRANNO A PRODURRE “BIO”COMBUSTIBILI. Negli USA ed in Brasile questa è pratica diffusa da anni. Questo dimostra ancora di più l’imbecillità umana. Distruggiamo foreste per trasformarle in carburante per i vari SUV superinquinanti.

Dobbiamo rivedere, e molto alla svelta, i modelli economici mondiali.

La recente Conferenza delle parti (COP 25 a Madrid) https://unclimatesummit.org/?gclid=EAIaIQobChMI7rfJit3E5gIV2vhRCh3k6g3NEAAYAyAAEgJmr_D_BwE ha confermato, per l’ennesima volta, che è quasi impossibile mettere d’accordo le quasi duecento nazioni del mondo, divise tra paesi ricchi, paesi poveri, paesi in via di sviluppo.

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Se e quando troveremo la forza di metterci d’accordo, sarà forse troppo tardi; l’umanità si coalizzerà solo di fronte all’emergenza finale.

Nel frattempo, ognuno di noi 7 miliardi e mezzo di abitanti del pianeta, cerchi  almeno di fare qualcosa per modificare il proprio stile di vita. Almeno potremo dire di averci provato. Per non lasciare ai nostri figli e nipoti un mondo infame.

TOYOTA, fornitore di mobilità

La Toyota, una delle più grandi aziende produttrici di automobili al mondo, ha compiuto un passo significativo:   da “semplice” costruttore di automobili vuole diventare  “fornitore di mobilità”

https://motori.ilmessaggero.it/news/toyota_da_costruttore_a_mobility_company_evoluzione_mostra_salone_tokyo-4828905.html

Toyota anticipa quello che dovrà diventare il “mantra” del XXI secolo: passare da un’economia taylorista-fordista-consumista  ad un economia basata sulla fornitura di servizi.

Il taylorismo-fordismo, cioè la grande fabbrica dove tempi e metodi  regolavano  le grandi produzioni di massa, ha segnato tutto il XX secolo, partendo dagli Stati uniti d’America, passando poi  per l’Europa ed il resto del mondo. Il marketing  identificava bisogni e desideri delle persone,  le grandi fabbriche producevano, e la pubblicità si dava da fare per vendere i prodotti industriali : in poche parole,   IL CONSUMISMO.

Questo modello, basato su materie prime a basso costo e su una moltitudine di operai e impiegati nelle fabbriche con posto fisso,  ha cominciato ed entrare in crisi alla fine del Novecento, per poi esplodere definitivamente con la crisi del 2007-2008.

La saturazione dei mercati è andata crescendo, la redditività delle aziende è andata calando, le disparità tra ricchi e poveri sono aumentate, la classe media ha iniziato a regredire in tutto “l’Occidente”.

Oggi c’è molta liquidità in giro, ma a disposizione di pochi soliti noti. E i pochi soliti noti non fanno “massa critica”. L’economia gira se milioni/miliardi di persone comprano. I consumi lussuosi di  pochi soliti noti servono a fare da traino (come spiega bene la famosa “favola delle api” di Bernard de Mandeville, nel XVIII secolo), ma non fanno girare le fabbriche, specialmente  se il popolo non ha soldi per comprare.

Nel frattempo le risorse minerarie diminuiscono e la produzione agricola è mal distribuita; centinaia di milioni di obesi nel nord del mondo, centinaia di milioni alla fame nel sud del mondo, mentre la popolazione mondiale cresce al ritmo di 75 / 80 milioni all’anno (prevalentemente nel sud del mondo ed in Asia).

Una crescita economica distorta, scompaginata anche  dall’irruzione della Repubblica popolare cinese che, negli anni ’90, con la politica di Deng Xiao Ping,  invade “l’Occidente” con milioni di prodotti a basso costo.

In poche parole, il modello economico che ha contraddistinto più di due secoli, il XIX ed il XX, non funziona più. Con l’aggravante che quel modello economico ha prodotto inquinamento di terra, acqua ed aria, nonché buona parte della crisi climatica.

Come uscirne?

Una  delle strade possibili, da percorrere in parallelo ad altre, è quella di passare da una insostenibile economia manifatturiera di massa, basata sul possesso dei prodotti, ad una economia fondata sull’utilizzo e la fruizione dei prodotti e dei servizi.

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Non è più necessario “possedere” un’automobile. Il produttore di automobili  deve  soddisfare le mie esigenze di MOBILITA’, e  quindi mi possa offrire varie opportunità:

  1. noleggio a breve, medio, lungo periodo. Questo già accade oggi
  2. car sharing, l’auto condivisa da più utenti nel corso della giornata, più che altro nelle grandi città. Anche questo è già possibile oggi
  3. car pooling: tipo Blablacar e simili; valido soprattutto in caso di scioperi dei mezzi pubblici
  4. noleggio con conducente. Quello che fa Uber, ma fornito dal mio produttore di automobili di fiducia
  5. un servizio di trasporto pubblico; il produttore di automobili (che spesso produce anche autocarri, bus, treni e quant’altro) mi segnala quale è il miglior mix di mezzi di trasporto per raggiungere il punto B partendo dal punto A
  6. mobilità integrata; il  produttore di automobili di fiducia mi fornisce anche suggerimenti  relativi all’intermodalità: bici + treno,  auto + aereo, nave + camion  ecc.

Per farla breve, il produttore di automobili, invece di cercare di vendermi sempre più automobili (essendo il pianeta Terra finito, prima o poi arriveremo alla saturazione), mi deve vendere un SERVIZIO DI MOBILITA’ INTEGRATA. Il guadagno che perderà nella vendita di automobili, lo recupererà dalla fornitura dei servizi.

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Cioè, meno hardware (automobili), più software (servizi di mobilità integrata).

Lo stesso vale per altri settori. Il mio fornitore di gas deve proporre i modi migliori per scaldare la mia casa con una buona efficienza, il mio fornitore di acqua potabile mi deve proporre i migliori modi per gestire la risorsa idrica (anche sfruttando le acque piovane), il mio supermercato mi deve indicare quali prodotti sono adatti alla mia dieta ed alla mia salute.

Non abbiamo scelta. Questa è la strada principale da perseguire, se non vogliamo soccombere. Se  quattro  miliardi di asiatici domani volessero e potessero acquistare un’ automobile, un frigorifero, una lavabiancheria,  una lavastoviglie ed un climatizzatore, il mondo finirebbe nel giro di pochi mesi. Letteralmente. Esaurito e prosciugato, con la temperatura media salita di 10 gradi centigradi.

Però anche i quattro miliardi di asiatici hanno diritto di  godere dei frutti dello sviluppo economico e tecnologico. ‘ccà nisciuno è fesso.  Ma affinché ciò accada, rimettendo in moto l’economia mondiale, dobbiamo TUTTI modificare abitudini e stili di vita.

Troppo complicato? No problem. Le contraddizioni del sistema economico mondiale prima o poi (più prima che poi), faranno aumentare i conflitti,  le guerre, fino ad arrivare alla catastrofe finale.

Uomo (e donna) avvisato, mezzo salvato.

 

 

 

 

 

 

Prosumer, consum-attori e il trapano del vicino

Il termine “prosumer” pare sia stato coniato dal saggista e futurologo statunitense Alvin Toffler, negli anni ’80 del secolo scorso.

Il termine prosumer nasce dalla sintesi di producer (produttore) e consumer (consumatore), stando ad indicare un consumatore che diventa anche produttore, cioè partecipa ad alcune o a tutte le fasi del processo economico che parte dall’ideazione di un prodotto/servizio, alla sua realizzazione, alla sua vendita, al suo utilizzo, al suo fine vita.

Intanto  cerchiamo di capire chi è  “il consumatore”. Premetto che è una parola che detesto e che cerco di utilizzare il meno possibile. Ho smesso di “consumare” da parecchio tempo, anche perché, se continua così, fra un po’ sulla Terra non rimarrà più nulla che possa essere consumato.

Secondo Wikipedia Italia, il consumatore è   chi effettua il consumo, ovvero l’utilizzatore di beni e servizi prodotti dal sistema economico.

Sempre secondo Wikipedia, per il diritto italiano  il consumatore è «la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta».

Lascio al lettore la ricerca di altre definizioni.

Il consumatore è il protagonista dell’ ”era del consumismo” (1950-2000), un’era che si è conclusa quasi 20 anni fa, ma nessuno ce l’ha detto e non ce lo hanno nemmeno  spiegato al telegiornale della sera.

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Il consumatore, così come “l’homo oeconomicus” (che si studia nei sacri testi dell’economia), è un essere  astratto, oggetto del desiderio del produttore di beni o servizi, quello che crea la fortuna (o la disgrazia) di ogni impresa. Se il consumatore compra, l’azienda prospera, distribuisce utili e benessere agli stakeholders (i portatori di interesse, che sono gli azionisti, i dipendenti, i fornitori, la comunità circostante); se il consumatore non compra, l’azienda  fallisce e crea un sacco di problemi per la comunità di riferimento.

Il consumatore  è il destinatario della pubblicità commerciale, quella  branca della comunicazione integrata che  ci invoglia ad acquistare un prodotto o un servizio, facendo leva sui nostri convincimenti, sui nostri istinti, sulle nostre passioni e pulsioni, sul nostro inconscio più o meno collettivo. E’ una vera e propria scienza, è anche un’arte, l’arte della persuasione.

Il consumatore è il protagonista  dell’ “usa e getta”. Per far girare l’economia, dobbiamo comprare. Se non compriamo, siamo dei disfattisti, dei nemici del progresso, dei pericolosi sovversivi. “I love shopping”,  titolo di un romanzo (e di un film) , poi declinato in vari sequel,  è il manifesto del consumatore. Dobbiamo consumare il più possibile, se no il PIL non cresce:   dobbiamo cambiare smartphone ogni anno, cambiare guardaroba ogni due anni, cambiare autovettura ogni tre anni, cambiare marito (o moglie) ogni cinque.

Come anticipato, il consumatore è una figura ideale, astratta, che va bene per i trattati di marketing o di economia politica.

Se tutti i 7,7 miliardi di abitanti del pianeta Terra si mettessero a consumare come il miliardo e passa di “ricchi” abitanti del nord del mondo (nord America, Europa, Corea del sud, Giappone, parte della Repubblica popolare cinese) le risorse del mondo finirebbero entro pochi mesi.

Se tutti gli indiani, tutti i cinesi, i pakistani,i bengalesi,gli  indonesiani, i filippini, gli africani, i  sudamericani potessero acquistare un frigorifero, una lavabiancheria, un forno a microonde, un’autovettura (soprattutto un’autovettura), sarebbe peggio della terza guerra mondiale (che non è del tutto esclusa).

E vaglielo a spiegare agli indiani, cinesi ecc.ecc. che loro non possono avere il frigorifero e l’automobile, perché il mondo si esaurisce…….

Per contrastare il trend dell’ ”era del consumismo”, negli ultimi decenni del XX secolo molti studiosi ed economisti hanno elaborato varie teorie.

Una pietra miliare per tutti fu “The limits to growth”del 1972, studio del MIT di Boston, commissionato dal Club di Roma di Aurelio Peccei,  poi tradotto in italiano come “I limiti dello sviluppo”.    Da quel momento, non  abbiamo più scuse: sappiamo che non è possibile crescere all’infinito in un mondo finito. Lo capiscono anche i bambini ( gli economisti, no).

Sono nate  varie teorie, tra cui quella della decrescita, declinata in “decrescita felice” in Italia. Sono stati espressi vari concetti, come quello di sobrietà, frugalità, per spiegare che dobbiamo consumare meno .  Enrico Berlinguer nel 1977 aveva usato il termine “austerità”, ora usato con una accezione negativa.

In buona sostanza: consumare meno, per consentire a tutti (gli abitanti del mondo) di consumare, ma in modo diverso, meno devastante per l’ecosistema (la nostra casa).

Sul finire del XX secolo ecco che arriva il “prosumer”. Il prosumer è un consumatore che non si limita a consumare, ma produce anche una parte dei beni e dei servizi che utilizza. Niente di nuovo, è una cosa che si fa da diecimila anni, ma che gli esseri umani dei “paesi sviluppati” avevano smesso di fare nella seconda metà del XX secolo,  perché il consumismo imponeva di consumare e basta.

Per 50 anni abbiamo imparato a  mangiare pasta X, biscotti Y, merendine Z, usare detersivi ALFA, saponette BETA, comprare vestiti GAMMA e automobili DELTA (quella è stata prodotta per davvero). Guai ad autoprodursi  i suddetti beni/oggetti, l’economia sarebbe andata a picco!!

Ma poi è arrivato il prosumer, questo “pericoloso” animale ibrido, metà produttore/metà consumatore.  Il prosumer  va’ meno al supermercato. Il prosumer  produce yogurt da solo ( come descrive Maurizio Pallante nel suo testo “La decrescita felice”) ; poi  coltiva l’orto da solo; poi, non contento, si mette a fare il pane da solo, a produrre saponette e detersivi da solo. Comincia, udite udite!, ad andare al lavoro in treno e in bicicletta (“producendo” da sé una parte del servizio di trasporto) e, se ha anche  la “fortuna” di abitare in grandi città,    smette di possedere un’automobile, “grazie” al “car sharing”.

Il prosumer  ora produce anche  contenuti nel web, attraverso le interazioni dei social networks.

Il prosumer è il precursore  della “sharing economy” o “economia di condivisione”. Nella economia di condivisione, se dobbiamo  fare un foro nel muro per attaccare una mensola, non andiamo a comprare un trapano, ce lo facciamo prestare dal vicino di casa (anche qui, niente di nuovo). 

Il prosumer, è  lui il colpevole della mancata crescita economica dell’Italia, degli ultimi dieci anni!! E’ lui ,è lui, in galera!! E’ lui il  nemico del progresso!

Uscendo dal paradosso e dalla facezia, la questione è molto seria.

Se 7,7 miliardi di persone smettessero  di acquistare beni e servizi (quelli che se lo possono permettere) e si facessero  tutto (o quasi tutto) da soli, l’economia mondiale si fermerebbe istantaneamente.

L’economia è basata sullo SCAMBIO (compreso il baratto). L’economia mondiale è decollata negli ultimi due secoli, grazie allo scambio di merci e servizi, derivato dalle rivoluzioni industriali e dalle globalizzazioni del XIX e XX secolo (ora lo scambio è rallentato dalla “guerra dei dazi”).

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Poi è arrivato il “consum-attore”. Qui non c’è bisogno di grandi spiegazioni. Il consum-attore è un   protagonista  nelle scelte economiche. E’ anche attore, non semplice spettatore,  del “festival del consumo”.

E’ un consumatore attento, informato, che conosce il marchio, il produttore, sceglie secondo un suo codice etico, cerca di capire se il fabbricante sfrutta la manodopera a basso costo  del sud del mondo, cerca di capire se l’azienda usa energie rinnovabili o carbone/petrolio, si informa su quanta strada ha fatto il prodotto,  chiede alla sua banca se investe in produttori di armi o di  pesticidi inquinanti.

Il consum-attore compra gli ortaggi “a chilometro zero” e secondo stagione, perché sa che il pomodoro pachino comprato nel supermercato a dicembre viene coltivato in serre piene di pesticidi, con manodopera sfruttata proveniente dal sud del mondo.

Il consum-attore mangia poca carne e pesce, perché sa che gli allevamenti intensivi di bovini e suini provocano la distruzione della foresta amazzonica (e il metano emesso dai bovini provoca effetto serra) e sa che tra breve non ci sarà più  pesce (tutto trasformato in sushi).

Il consum-attore, come dice l’economista Leonardo Becchetti, vota con il portafoglio. Attraverso le sue scelte, il consum-attore condiziona l’economia, la società, la politica. Orienta le decisioni della classe dirigente.  Non è un soggetto passivo, e non si fa condizionare più di tanto  dai messaggi della pubblicità commerciale.

Si parla anche di consum-autore, ma poi usciamo troppo dal seminato……….

Tornando al concetto di scambio,    dobbiamo evitare la contrapposizione tra una moderna economia ed una ideale e perfetta ( mai esistita) società bucolica di autoproduttori.

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Dobbiamo riequilibrare le differenze tra nord e sud del mondo, dove ci sono tre miliardi di persone che non hanno redditi certi e vivono di un economia di sussistenza e dove ci sono centinaia di milioni di persone che soffrono fame, malattie, guerre, persecuzioni.

Dobbiamo diventare prosumer e consum-attori, per consentire all’africano, al sudamericano, all’asiatico di poter restare dignitosamente a casa propria, attraverso il pagamento più equo delle derrate alimentari da lui prodotte, attraverso la redistribuzione dei profitti derivanti dai minerali, dal petrolio, dai diamanti, dall’oro estratti dalle miniere . Ora i soldi restano nelle mani delle oligarchie e delle famiglie vicine a dittatori corrotti, manovrati e pilotati dalle multinazionali e dalle potenze “occidentali”.

Per trovare nuovi modelli di sviluppo per il XXI secolo, dobbiamo diventare prosumer, consum-attori, cittadini consapevoli ed informati, protagonisti  della vita sociale ed economica delle nostre comunità.

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Altrimenti resteremo pecore, in perenne ricerca di un pastore che ci conduca. Il pastore però , presto o tardi, dopo averci tosati,  e bevuto il nostro latte,  ci condurrà  al  mattatoio…………

 

LINKS:

https://www.clubofrome.org/report/the-limits-to-growth/

http://www.donellameadows.org/wp-content/userfiles/Limits-to-Growth-digital-scan-version.pdf

https://www.nexteconomia.org/

https://simonemoriconi.com/coinvolgere-il-cliente/

 

L’era del consumismo

Possiamo chiamare il periodo tra il 1950 ed il 2000  “l’era del consumismo”. Casualmente questo periodo coincide con la seconda metà del XX secolo, dalla fine della seconda Guerra mondiale al crac di borsa detto “della bolla delle dot.com”.

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Gli Stati Uniti d’America furono i vincitori assoluti della seconda Guerra mondiale. La “pax americana” venne imposta con la forza al Giappone con il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, che rappresentava anche un avvertimento per l’Unione sovietica. Gli USA  vinsero praticamente  da soli la guerra del Pacifico, ed insieme a Francia e Gran Bretagna diventarono dominatori nell’Europa occidentale. L’Europa orientale entrava nell’orbita del  nascente impero sovietico. L’impero britannico nel giro di pochi anni veniva smantellato, così come quello francese; l’impero spagnolo e quello ottomano erano già stati ridimensionati nei decenni precedenti. L’impero tedesco non fece in tempo a nascere.

Decine di migliaia di giovani statunitensi si sacrificarono per consentire agli USA di diventare una potenza mondiale, sia politica che economica. Il modello di produzione di massa tayloristico-fordistico, già ampliamente collaudato negli USA nella prima metà del novecento, venne gradualmente  esteso anche alle altre nazioni diventate satelliti, l’Italia fra queste.

Il famoso “miracolo economico” italiano degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso rientra in questo processo. In tutto questo, molto  ha influito il desiderio di ricostruzione e di riscatto da parte degli italiani, dopo i lutti e le distruzioni patiti durante la guerra, ma le principali aziende italiane sono nate proprio in quegli anni, con l’influsso diretto o indiretto di capitali, esperienze, managerialità, competenze  di impostazione nordamericana. Il basso costo delle materie prime contribuì al “miracolo economico”.

L’Italia, che pur aveva già un suo tessuto industriale, passava nel giro di due decenni,  da un’economia prevalentemente agricola ed artigianale, ad un’economia industriale. A supporto della produzione di massa, nasceva l’industria della pubblicità;  ancora oggi ricordiamo il famoso programma pre-serale “Carosello”, icona per tutti i nati negli anni ’50 e ’60. La pubblicità era, ed è,  strettamente  funzionale all’”era del consumismo”: essa deve convincere milioni di persone ad acquistare  milioni di oggetti  prodotti dalle fabbriche : frigoriferi, lavabiancheria, automobili diventano “beni di consumo”, alla portata di operai ed impiegati, grazie ai pagamenti a rate ed alle cambiali.

La Fiat, la Pirelli, la Piaggio, la Indesit (e tutte le altre fabbriche di elettrodomestici), l’Olivetti, l’ENI,   diventano  importanti multinazionali, conosciute in tutto il mondo anche grazie al design ed allo stile italiano.

Con la crescita economica e l’arrivo del “benessere”, si forma anche in Italia la cosiddetta “classe media”: il ceto composto da impiegati, liberi professionisti, artigiani, piccoli imprenditori, commercianti. Come è scritto in tutti i sacri testi dell’economia,  è la classe media che traina la crescita economica di ogni paese: essa è trainata dagli stili di vita della grande borghesia imprenditoriale e, a sua volta, funge da traino per la classe operaia, contadina e dei piccoli artigiani.

Per vent’anni, dal 1950 al 1970, l’economia prospera, le fabbriche realizzano  consistenti utili (grazie anche alla mancanza di adeguate verifiche fiscali), e, dopo pesanti lotte sindacali, anche in Italia gli stipendi vengono adeguati alla nuova ricchezza. Il consumismo non produce solo effetti benefici: con esso si accentuano tendenze che poi esploderanno nei decenni successivi con la cosiddetta “globalizzazione”, vale a dire la omologazione di culture, usi e costumi.  E’ il momento del maestro Manzi, che dalla televisione di stato istruisce milioni di persone, facendole uscire dall’atavico analfabetismo, ma anche lasciando per strada parte delle loro secolari tradizioni. La lingua italiana viene appresa dalle Alpi aI canale di Sicilia e si produce un appiattimento ed una riduzione della diversità culturale;  le storture della “massificazione” verranno ampliamente denunciate  negli anni ’60 e ’70 da Pier Paolo Pasolini, che pagherà con la vita anche le sue documentate  critiche al sistema economico-culturale-sociale dominante all’epoca (che  non è sostanzialmente cambiato).

Nel corso del periodo 1950-1970 l’economia cresce in tutto il mondo, ma soprattutto nel nord del mondo. Il conflitto arabo-israeliano, deflagrato negli anni ’70, produce un prima battuta di arresto di questo processo: i paesi arabi bloccano la produzione petrolifera, il prezzo del petrolio comincia a salire, sale l’inflazione e si interrompe il ciclo virtuoso dell’economia mondiale.  Molti italiani ricorderanno le “domeniche a piedi”,  per compensare la carenza di combustibili per autotrazione.

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Anche in Africa i movimenti di indipendenza delle varie nazioni ancora coloniali contribuiscono a destabilizzare i flussi delle materie prime mondiali. Fino a quel momento erano ancora le potenze europee, con  USA e URSS, a dominare le economie locali in maniera diretta; dopo la cosiddetta “decolonizzazione” le materie prime africane verranno sempre gestite dal nord del mondo, ma in maniera più subdola, attraverso le imprese multinazionali e l’Unione sovietica, che condizionano pesantemente la vita politica delle nazioni africane.

L’era del consumismo subisce una prima fase di rallentamento.

 

Nel corso degli anni ’70 iniziano i primi processi di ristrutturazione industriale in Italia e nel mondo, si fa maggiore uso dell’automazione nelle fabbriche, inizia la  delocalizzazione produttiva in Asia, nella ricerca di risparmio sulla manodopera e recupero di redditività. Tutte questi merci che girano per il mondo fanno crescere notevolmente  i trasporti e la logistica, nonché l’informatica e la telematica che devono presiedere a tutto questo.

Le ristrutturazioni degli anni ’70 determinano  un “rimbalzo” dell’era del consumismo, rimbalzo che consentirà una discreta crescita economica nei paesi del nord del mondo ancora per tutti gli anni ’80 e ’90 fino all’anno 2000.

La ricchezza prodotta in Italia negli anni 1950-2000 ha permesso la distribuzione di generose pensioni, sia attraverso il sistema “retributivo” (la pensione era legata all’ultimo stipendio percepito, mentre oggi è legata ai contributi versati), sia attraverso le baby-pensioni (alcuni “fortunati” sono andati in pensione a 40 – QUARANTA – anni!!), sia attraverso il chiudere un occhio su varie pensioni di invalidità  fasulle, erogate a fini clientelari.

Quello che è avvenuto in Italia (ed in molti altri paesi) durante il periodo 1950-1970 sta avvenendo in questi anni nei paesi dell’Europa orientale, in molti paesi di Africa, Asia e sud America. Le delocalizzazioni produttive in Cina prima, negli altri paesi del sud-est asiatico ed in Africa poi, stanno creando in quei paesi le  famose “classi medie”. Infatti questi paesi crescono molto di più di Europa e nord America, anche perché devono recuperare il terreno perduto.

Nel frattempo, sul finire degli anni ’90,  si era creata presso la borsa di New York una bolla speculativa, legata alle aziende informatiche e telematiche nate con l’esplosione  di internet (1995). In quel periodo, come per la famosa “bolla dei tulipani” dell’Olanda del 1600, sembrava che le aziende “internet” quotate in borsa potessero crescere all’infinito, con capitalizzazioni che superavano (a livello teorico) la General Motors o la General Electric,  storiche e solide aziende dell’economia “reale”.

Nel 2000 la bolla scoppiò, mettendo a nudo un fatto che si sarebbe poi riprodotto pochi anni più tardi: il calo della redditività nell’economia “occidentale”, dovuto alla fine del ciclo economico dell’era del consumismo,  faceva aumentare i casi di azzardo e di truffa nel mondo della finanza.

I manager statunitensi di banche e grandi imprese, invece di progettare lo sviluppo sul medio-lungo periodo, si concentravano sulle brevi-brevissime scadenze, per “estrarre valore”  e distribuire utili effimeri agli azionisti; essi si attribuivano laute retribuzioni, attraverso un patto di silenzio-assenso da parte degli azionisti.

In poche parole, si conclude il ciclo economico iniziato dopo la fine della seconda Guerra mondiale.

I mercati maturi (Europa, nord America, Giappone) sono saturi. Il consumismo (e la sua infrastruttura) non riescono più a spingere le economie dei paesi ricchi. La saturazione dei mercati, prevista in tutte le teorie economiche, raggiunge il suo apice.

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Dal 2000 in poi le banche nordamericane, in particolare quelle d’affari, snaturano la loro funzione di volano per l’economia reale; si assiste al prendere piede,  in modo massiccio,  dei cosiddetti “derivati”, prodotti finanziari confezionati in base a  promesse,  scommesse,  previsioni future, in base  anche  alla cartolarizzazione di debiti che vengono ceduti dalle banche.

All’inizio degli anni 2000, il calo della redditività del sistema economico mondiale spinge il sistema finanziario  statunitense a tentare l’azzardo: si illudono i “consumatori”, i cittadini,  che i prezzi delle case cresceranno sempre e  all’infinito (cosa mai avvenuta , il ciclo immobiliare dura circa dieci anni in tutto il mondo), si invogliano milioni di cittadini statunitensi a comprare casa, anche coloro che non avevano i requisiti per l’acquisto (garanzie reali, stipendi ed entrate adeguati ecc.). I crediti derivanti dai mutui ipotecari vengono “cartolarizzati”, cioè spezzettati e successivamente impacchettati in prodotti finanziari apparentemente innocui e dai rendimenti molto appetibili;   in pratica “polpette avvelenate” che vengono distribuite in tutto il mondo, grazie alla globalizzazione   dei mercati finanziari.

Nel 2007, come facilmente prevedibile, lo scoppio della bolla immobiliare negli USA mette allo scoperto l’esistenza di questa mega-truffa. Nel 2008 il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers fa esplodere in tutto il mondo la “bolla dei mutui subprime” (come vengono chiamati negli USA i mutui a più alto rischio). Molte banche mondiali avevano “in pancia”  molte di queste “polpette avvelenate” e rischiavano di fallire: verranno poi salvate (con i soldi dei contribuenti) dagli stati nazionali, che si troveranno i bilanci aggravati da pesanti debiti pubblici.

Dal 2000 in poi si è accentuata una tendenza già presente negli anni precedenti, cioè il passaggio da un’economia mondiale dominata dall’industria e dalla produzione ad un’economia dominata dalla finanza. La presunta e fittizia crescita degli ultimi 20 anni avviene quasi esclusivamente “a debito”.  Il salvataggio delle banche e la crescita dei titoli derivati nelle borse di tutto il mondo, fa salire la somma di tutti i debiti mondiali (debiti pubblici e privati)  alla mostruosa cifra di circa 250mila miliardi di dollari. E chi pagherà questi debiti?

Questo è il risultato dell’era del consumismo: per 50 anni abbiamo vissuto un economia mondiale accelerata e drogata, drogata anche dalla Guerra fredda: negli anni ’60 e ’70 la competizione USA-URSS per il dominio dello spazio e la guerra del Vietnam (e, purtroppo, molte altre guerre est-ovest /nord-sud del mondo) sono state pagate a caro prezzo.

E tutto questo si confronta con alcuni  fatti incontestabili ed inoppugnabili: il pianeta Terra non è infinito , mentre i paradigmi economici attuali sono ancora basati sul presupposto di risorse naturali di un ipotetico mondo infinito. E la popolazione mondiale di appresta a raggiungere i 10 miliardi di  unità entro l’anno 2050.

La crescita economica mondiale è stata trainata dal 1950  al 2000 dagli USA, dall’Europa, dalla Corea del sud e Giappone. Poi è subentrata la Repubblica popolare cinese. Ma tutte queste economie, dopo la grande crisi del 2008,  hanno molto rallentato, mentre la crescita degli altri paesi asiatici, africani e sud americani non compensa questo rallentamento.

L’era del consumismo ha consentito una poderosa crescita di molte nazioni, a scapito di altre, che sono rimaste ai livelli del XIX secolo. Ha consentito benessere per tre generazioni di europei, nordamericani, giapponesi e sudcoreani, mentre un miliardo di persone ancora soffre fame, miseria, epidemie e tre miliardi di persone ancora vivono a livelli di sussistenza e non hanno redditi certi.

Ora siamo di fronte alla dura realtà. Che fare?

 

Queste cose non ce le dicono al telegiornale della sera. Si continua ad illudere la gente che ci sarà presto una ripresa economica, quando anche la Germania, locomotiva d’Europa fino a pochi anni fa, si è fermata. La Repubblica popolare cinese ha rallentato la sua poderosa crescita , cosa peraltro prevedibile.  Dagli USA continuano a dirci  che la loro economia  va benissimo, ma questa sembra molto una “bufala”:   l’economia statunitense degli ultimi dieci anni è cresciuta grazie al petrolio “sporco” (shale gas & oil) e grazie alla potenza delle  multinazionali del web: Google, Amazon, Apple, Facebook, la “vecchia” ma sempre gloriosa Microsoft, Uber, Airbnb, multinazionali che fanno lauti profitti anche perché spesso (e volentieri) NON pagano le tasse nei paesi dove operano.

L’era del consumismo è finita nel 2000, ma nessuno ce lo ha spiegato e, da circa 20 anni, continuiamo a far finta di nulla, con la logica BAU (non il latrato del cane, ma l’acronimo di “business as usual”): facciamo finta di niente, andiamo avanti come se tutto fosse  rimasto come prima.

Di conseguenza, se non si vuole affrontare la malattia, se non si vogliono vederne le cause,  ovviamente  non si può nemmeno trovare una qualsivoglia soluzione,  nel ricercare nuovi modelli economici e di sviluppo.

Per far ripartire l’economia mondiale ed andare verso un secolo di benessere l’unica possibilità è quella di REDISTRIBUIRE la ricchezza prodotta nel nord del mondo nel corso degli ultimi due secoli.

 

Più facile a dirsi che a farsi.

 

Alzi la mano chi è disponibile a rinunciare a qualcosa del proprio benessere. Piuttosto ci metteremo a mitragliare i barchini dei migranti che stanno attraversando il Mediterraneo centrale. E su questo che stanno vincendo i  vari Salvini, Orbàn e compagnia cantante.

Ora i barchini  e barconi vengono tenuti al largo di Lampedusa. Il prossimo passo sarà prenderli a cannonate.

Aiutiamoli a casa loro? Ottimo, ma ciò comporta qualche (piccolo/grande) sacrificio da parte  nostra. Aiutarli a casa loro vuol dire smettere di depredare le risorse agricole, minerarie, umane dei paesi del sud del mondo, predazione che avviene tramite le nostre multinazionali. Comporta qualche vacanza in meno, comporta usare un po’ meno l’automobile (più  treno  e  bicicletta, con vantaggi per la salute), comporta pagare di più qualche prodotto /servizio. Alzi la mano chi è della partita.

E se non facciamo questa redistribuzione? Prepariamo con moschetto ed elmetto  a ripristinare la leva militare obbligatoria, perché dovremo rinchiuderci nella  “fortezza Europa”  e difenderla con i denti dall’assalto di milioni di essere umani, in fuga anche dai cambiamenti climatici (da noi “ricchi” del nord del mondo provocati…….).