L’era del consumismo

Possiamo chiamare il periodo tra il 1950 ed il 2000  “l’era del consumismo”. Casualmente questo periodo coincide con la seconda metà del XX secolo, dalla fine della seconda Guerra mondiale al crac di borsa detto “della bolla delle dot.com”.

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Gli Stati Uniti d’America furono i vincitori assoluti della seconda Guerra mondiale. La “pax americana” venne imposta con la forza al Giappone con il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, che rappresentava anche un avvertimento per l’Unione sovietica. Gli USA  vinsero praticamente  da soli la guerra del Pacifico, ed insieme a Francia e Gran Bretagna diventarono dominatori nell’Europa occidentale. L’Europa orientale entrava nell’orbita del  nascente impero sovietico. L’impero britannico nel giro di pochi anni veniva smantellato, così come quello francese; l’impero spagnolo e quello ottomano erano già stati ridimensionati nei decenni precedenti. L’impero tedesco non fece in tempo a nascere.

Decine di migliaia di giovani statunitensi si sacrificarono per consentire agli USA di diventare una potenza mondiale, sia politica che economica. Il modello di produzione di massa tayloristico-fordistico, già ampliamente collaudato negli USA nella prima metà del novecento, venne gradualmente  esteso anche alle altre nazioni diventate satelliti, l’Italia fra queste.

Il famoso “miracolo economico” italiano degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso rientra in questo processo. In tutto questo, molto  ha influito il desiderio di ricostruzione e di riscatto da parte degli italiani, dopo i lutti e le distruzioni patiti durante la guerra, ma le principali aziende italiane sono nate proprio in quegli anni, con l’influsso diretto o indiretto di capitali, esperienze, managerialità, competenze  di impostazione nordamericana. Il basso costo delle materie prime contribuì al “miracolo economico”.

L’Italia, che pur aveva già un suo tessuto industriale, passava nel giro di due decenni,  da un’economia prevalentemente agricola ed artigianale, ad un’economia industriale. A supporto della produzione di massa, nasceva l’industria della pubblicità;  ancora oggi ricordiamo il famoso programma pre-serale “Carosello”, icona per tutti i nati negli anni ’50 e ’60. La pubblicità era, ed è,  strettamente  funzionale all’”era del consumismo”: essa deve convincere milioni di persone ad acquistare  milioni di oggetti  prodotti dalle fabbriche : frigoriferi, lavabiancheria, automobili diventano “beni di consumo”, alla portata di operai ed impiegati, grazie ai pagamenti a rate ed alle cambiali.

La Fiat, la Pirelli, la Piaggio, la Indesit (e tutte le altre fabbriche di elettrodomestici), l’Olivetti, l’ENI,   diventano  importanti multinazionali, conosciute in tutto il mondo anche grazie al design ed allo stile italiano.

Con la crescita economica e l’arrivo del “benessere”, si forma anche in Italia la cosiddetta “classe media”: il ceto composto da impiegati, liberi professionisti, artigiani, piccoli imprenditori, commercianti. Come è scritto in tutti i sacri testi dell’economia,  è la classe media che traina la crescita economica di ogni paese: essa è trainata dagli stili di vita della grande borghesia imprenditoriale e, a sua volta, funge da traino per la classe operaia, contadina e dei piccoli artigiani.

Per vent’anni, dal 1950 al 1970, l’economia prospera, le fabbriche realizzano  consistenti utili (grazie anche alla mancanza di adeguate verifiche fiscali), e, dopo pesanti lotte sindacali, anche in Italia gli stipendi vengono adeguati alla nuova ricchezza. Il consumismo non produce solo effetti benefici: con esso si accentuano tendenze che poi esploderanno nei decenni successivi con la cosiddetta “globalizzazione”, vale a dire la omologazione di culture, usi e costumi.  E’ il momento del maestro Manzi, che dalla televisione di stato istruisce milioni di persone, facendole uscire dall’atavico analfabetismo, ma anche lasciando per strada parte delle loro secolari tradizioni. La lingua italiana viene appresa dalle Alpi aI canale di Sicilia e si produce un appiattimento ed una riduzione della diversità culturale;  le storture della “massificazione” verranno ampliamente denunciate  negli anni ’60 e ’70 da Pier Paolo Pasolini, che pagherà con la vita anche le sue documentate  critiche al sistema economico-culturale-sociale dominante all’epoca (che  non è sostanzialmente cambiato).

Nel corso del periodo 1950-1970 l’economia cresce in tutto il mondo, ma soprattutto nel nord del mondo. Il conflitto arabo-israeliano, deflagrato negli anni ’70, produce un prima battuta di arresto di questo processo: i paesi arabi bloccano la produzione petrolifera, il prezzo del petrolio comincia a salire, sale l’inflazione e si interrompe il ciclo virtuoso dell’economia mondiale.  Molti italiani ricorderanno le “domeniche a piedi”,  per compensare la carenza di combustibili per autotrazione.

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Anche in Africa i movimenti di indipendenza delle varie nazioni ancora coloniali contribuiscono a destabilizzare i flussi delle materie prime mondiali. Fino a quel momento erano ancora le potenze europee, con  USA e URSS, a dominare le economie locali in maniera diretta; dopo la cosiddetta “decolonizzazione” le materie prime africane verranno sempre gestite dal nord del mondo, ma in maniera più subdola, attraverso le imprese multinazionali e l’Unione sovietica, che condizionano pesantemente la vita politica delle nazioni africane.

L’era del consumismo subisce una prima fase di rallentamento.

 

Nel corso degli anni ’70 iniziano i primi processi di ristrutturazione industriale in Italia e nel mondo, si fa maggiore uso dell’automazione nelle fabbriche, inizia la  delocalizzazione produttiva in Asia, nella ricerca di risparmio sulla manodopera e recupero di redditività. Tutte questi merci che girano per il mondo fanno crescere notevolmente  i trasporti e la logistica, nonché l’informatica e la telematica che devono presiedere a tutto questo.

Le ristrutturazioni degli anni ’70 determinano  un “rimbalzo” dell’era del consumismo, rimbalzo che consentirà una discreta crescita economica nei paesi del nord del mondo ancora per tutti gli anni ’80 e ’90 fino all’anno 2000.

La ricchezza prodotta in Italia negli anni 1950-2000 ha permesso la distribuzione di generose pensioni, sia attraverso il sistema “retributivo” (la pensione era legata all’ultimo stipendio percepito, mentre oggi è legata ai contributi versati), sia attraverso le baby-pensioni (alcuni “fortunati” sono andati in pensione a 40 – QUARANTA – anni!!), sia attraverso il chiudere un occhio su varie pensioni di invalidità  fasulle, erogate a fini clientelari.

Quello che è avvenuto in Italia (ed in molti altri paesi) durante il periodo 1950-1970 sta avvenendo in questi anni nei paesi dell’Europa orientale, in molti paesi di Africa, Asia e sud America. Le delocalizzazioni produttive in Cina prima, negli altri paesi del sud-est asiatico ed in Africa poi, stanno creando in quei paesi le  famose “classi medie”. Infatti questi paesi crescono molto di più di Europa e nord America, anche perché devono recuperare il terreno perduto.

Nel frattempo, sul finire degli anni ’90,  si era creata presso la borsa di New York una bolla speculativa, legata alle aziende informatiche e telematiche nate con l’esplosione  di internet (1995). In quel periodo, come per la famosa “bolla dei tulipani” dell’Olanda del 1600, sembrava che le aziende “internet” quotate in borsa potessero crescere all’infinito, con capitalizzazioni che superavano (a livello teorico) la General Motors o la General Electric,  storiche e solide aziende dell’economia “reale”.

Nel 2000 la bolla scoppiò, mettendo a nudo un fatto che si sarebbe poi riprodotto pochi anni più tardi: il calo della redditività nell’economia “occidentale”, dovuto alla fine del ciclo economico dell’era del consumismo,  faceva aumentare i casi di azzardo e di truffa nel mondo della finanza.

I manager statunitensi di banche e grandi imprese, invece di progettare lo sviluppo sul medio-lungo periodo, si concentravano sulle brevi-brevissime scadenze, per “estrarre valore”  e distribuire utili effimeri agli azionisti; essi si attribuivano laute retribuzioni, attraverso un patto di silenzio-assenso da parte degli azionisti.

In poche parole, si conclude il ciclo economico iniziato dopo la fine della seconda Guerra mondiale.

I mercati maturi (Europa, nord America, Giappone) sono saturi. Il consumismo (e la sua infrastruttura) non riescono più a spingere le economie dei paesi ricchi. La saturazione dei mercati, prevista in tutte le teorie economiche, raggiunge il suo apice.

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Dal 2000 in poi le banche nordamericane, in particolare quelle d’affari, snaturano la loro funzione di volano per l’economia reale; si assiste al prendere piede,  in modo massiccio,  dei cosiddetti “derivati”, prodotti finanziari confezionati in base a  promesse,  scommesse,  previsioni future, in base  anche  alla cartolarizzazione di debiti che vengono ceduti dalle banche.

All’inizio degli anni 2000, il calo della redditività del sistema economico mondiale spinge il sistema finanziario  statunitense a tentare l’azzardo: si illudono i “consumatori”, i cittadini,  che i prezzi delle case cresceranno sempre e  all’infinito (cosa mai avvenuta , il ciclo immobiliare dura circa dieci anni in tutto il mondo), si invogliano milioni di cittadini statunitensi a comprare casa, anche coloro che non avevano i requisiti per l’acquisto (garanzie reali, stipendi ed entrate adeguati ecc.). I crediti derivanti dai mutui ipotecari vengono “cartolarizzati”, cioè spezzettati e successivamente impacchettati in prodotti finanziari apparentemente innocui e dai rendimenti molto appetibili;   in pratica “polpette avvelenate” che vengono distribuite in tutto il mondo, grazie alla globalizzazione   dei mercati finanziari.

Nel 2007, come facilmente prevedibile, lo scoppio della bolla immobiliare negli USA mette allo scoperto l’esistenza di questa mega-truffa. Nel 2008 il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers fa esplodere in tutto il mondo la “bolla dei mutui subprime” (come vengono chiamati negli USA i mutui a più alto rischio). Molte banche mondiali avevano “in pancia”  molte di queste “polpette avvelenate” e rischiavano di fallire: verranno poi salvate (con i soldi dei contribuenti) dagli stati nazionali, che si troveranno i bilanci aggravati da pesanti debiti pubblici.

Dal 2000 in poi si è accentuata una tendenza già presente negli anni precedenti, cioè il passaggio da un’economia mondiale dominata dall’industria e dalla produzione ad un’economia dominata dalla finanza. La presunta e fittizia crescita degli ultimi 20 anni avviene quasi esclusivamente “a debito”.  Il salvataggio delle banche e la crescita dei titoli derivati nelle borse di tutto il mondo, fa salire la somma di tutti i debiti mondiali (debiti pubblici e privati)  alla mostruosa cifra di circa 250mila miliardi di dollari. E chi pagherà questi debiti?

Questo è il risultato dell’era del consumismo: per 50 anni abbiamo vissuto un economia mondiale accelerata e drogata, drogata anche dalla Guerra fredda: negli anni ’60 e ’70 la competizione USA-URSS per il dominio dello spazio e la guerra del Vietnam (e, purtroppo, molte altre guerre est-ovest /nord-sud del mondo) sono state pagate a caro prezzo.

E tutto questo si confronta con alcuni  fatti incontestabili ed inoppugnabili: il pianeta Terra non è infinito , mentre i paradigmi economici attuali sono ancora basati sul presupposto di risorse naturali di un ipotetico mondo infinito. E la popolazione mondiale di appresta a raggiungere i 10 miliardi di  unità entro l’anno 2050.

La crescita economica mondiale è stata trainata dal 1950  al 2000 dagli USA, dall’Europa, dalla Corea del sud e Giappone. Poi è subentrata la Repubblica popolare cinese. Ma tutte queste economie, dopo la grande crisi del 2008,  hanno molto rallentato, mentre la crescita degli altri paesi asiatici, africani e sud americani non compensa questo rallentamento.

L’era del consumismo ha consentito una poderosa crescita di molte nazioni, a scapito di altre, che sono rimaste ai livelli del XIX secolo. Ha consentito benessere per tre generazioni di europei, nordamericani, giapponesi e sudcoreani, mentre un miliardo di persone ancora soffre fame, miseria, epidemie e tre miliardi di persone ancora vivono a livelli di sussistenza e non hanno redditi certi.

Ora siamo di fronte alla dura realtà. Che fare?

 

Queste cose non ce le dicono al telegiornale della sera. Si continua ad illudere la gente che ci sarà presto una ripresa economica, quando anche la Germania, locomotiva d’Europa fino a pochi anni fa, si è fermata. La Repubblica popolare cinese ha rallentato la sua poderosa crescita , cosa peraltro prevedibile.  Dagli USA continuano a dirci  che la loro economia  va benissimo, ma questa sembra molto una “bufala”:   l’economia statunitense degli ultimi dieci anni è cresciuta grazie al petrolio “sporco” (shale gas & oil) e grazie alla potenza delle  multinazionali del web: Google, Amazon, Apple, Facebook, la “vecchia” ma sempre gloriosa Microsoft, Uber, Airbnb, multinazionali che fanno lauti profitti anche perché spesso (e volentieri) NON pagano le tasse nei paesi dove operano.

L’era del consumismo è finita nel 2000, ma nessuno ce lo ha spiegato e, da circa 20 anni, continuiamo a far finta di nulla, con la logica BAU (non il latrato del cane, ma l’acronimo di “business as usual”): facciamo finta di niente, andiamo avanti come se tutto fosse  rimasto come prima.

Di conseguenza, se non si vuole affrontare la malattia, se non si vogliono vederne le cause,  ovviamente  non si può nemmeno trovare una qualsivoglia soluzione,  nel ricercare nuovi modelli economici e di sviluppo.

Per far ripartire l’economia mondiale ed andare verso un secolo di benessere l’unica possibilità è quella di REDISTRIBUIRE la ricchezza prodotta nel nord del mondo nel corso degli ultimi due secoli.

 

Più facile a dirsi che a farsi.

 

Alzi la mano chi è disponibile a rinunciare a qualcosa del proprio benessere. Piuttosto ci metteremo a mitragliare i barchini dei migranti che stanno attraversando il Mediterraneo centrale. E su questo che stanno vincendo i  vari Salvini, Orbàn e compagnia cantante.

Ora i barchini  e barconi vengono tenuti al largo di Lampedusa. Il prossimo passo sarà prenderli a cannonate.

Aiutiamoli a casa loro? Ottimo, ma ciò comporta qualche (piccolo/grande) sacrificio da parte  nostra. Aiutarli a casa loro vuol dire smettere di depredare le risorse agricole, minerarie, umane dei paesi del sud del mondo, predazione che avviene tramite le nostre multinazionali. Comporta qualche vacanza in meno, comporta usare un po’ meno l’automobile (più  treno  e  bicicletta, con vantaggi per la salute), comporta pagare di più qualche prodotto /servizio. Alzi la mano chi è della partita.

E se non facciamo questa redistribuzione? Prepariamo con moschetto ed elmetto  a ripristinare la leva militare obbligatoria, perché dovremo rinchiuderci nella  “fortezza Europa”  e difenderla con i denti dall’assalto di milioni di essere umani, in fuga anche dai cambiamenti climatici (da noi “ricchi” del nord del mondo provocati…….).

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