Il capitalismo drogato del XX secolo

Finalmente anche la stampa economica “ufficiale” comincia a far trapelare la realtà dei fatti, sull’origine della Grande Crisi economica mondiale. Il seguente articolo è apparso su “Affari & finanza de La Repubblica” del 21 dicembre 2015

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/12/21/news/americani_sceicchi_industrie_chi_vince_e_chi_perde_con_il_petrolio_a_35_dollari-129966710/

All’interno dell’articolo c’è una frase significativa:    Gli economisti stanno improvvisamente scoprendo che forse i salari sono troppo bassi per sostenere la domanda mondiale, ora che gli americani non sono più disposti ad indebitarsi per consumare.

Per chi non lo avesse ancora capito (o fa finta di non aver capito), il prorompente sviluppo economico del XX secolo, iniziato con la rivoluzione industriale del XVIII-XIX secolo, è stato determinato fondamentalmente dallo sfrenato consumismo degli Stati uniti d’America, del Giappone, dell’Europa (e degli stati a loro satelliti), consumismo iniziato dopo la fine della Seconda  guerra mondiale.

Cinquant’anni (1945-1995) di vita al di sopra delle regole (del buon padre di famiglia) e delle possibilità, attraverso uno sfruttamento sistematico ed intensivo  delle risorse agricole e minerarie del nostro pianeta e dell’ umanità che ci vive sopra. Come si dice a Roma “una vita coi buffi”, una vita coi debiti, debiti per comprarsi l’automobile, gli elettrodomestici, la casa, i viaggi, ogni “ben di Dio” sognabile ed acquistabile.

Quasi tutto comprato a debito, debito privato poi diventato anche debito pubblico, debiti fatti pagare agli “stati vassalli”ed ai paesi poveri del sud del mondo.

Ma il gioco, ad un certo punto, si è rotto.

Abbiamo tutti (chi più e  chi meno, secondo la media statistica del “pollo di Trilussa”-  e per tutti intendo noi “ricchi” abitanti del nord del mondo), un’automobile, due smartphone, una casa, vari elettrodomestici, mille ammennicoli che non sappiamo più dove mettere.  Saturata la domanda, l’economia mondiale ha cominciato a rallentare. Gli operai cinesi hanno cominciato a chiedere salari più alti, facendo saltare il meccanismo (inoltre i cittadini cinesi vivono in megalopoli asfissiate dallo smog e cominciano a pretendere i costosi  investimenti ambientali fin qui rimandati).

Nell’ultimo decennio del XX secolo l’economia ha cominciato a rallentare, e con essa i relativi  profitti di banche  e multinazionali. E le banche come hanno reagito? Cominciando a vendere “fuffa”:  i cosiddetti “titoli tossici”, i famosi derivati, i mutui “subprime”. Poi lo scoppio della Grande crisi del 2007-2008, da cui non ne siamo ancora usciti.

E come  potremo uscirne?

L’unica strada (se qualcuno ne conosce altre, si faccia avanti) è quella di smettere di consumare come si è fatto nel XX secolo, sfruttando i bassi salari dei cinesi (e degli abitanti del sud del mondo) e depredando le risorse della nostra “Casa”, il nostro pianeta. Dobbiamo cambiare stili di vita (come ci esorta a fare anche Papa Francesco): meno possesso  più accesso, essere meglio  che avere, più software meno hardware, più attenzione alle nostre comunità.

Ciò consentirà a tre miliardi di persone (due miliardi di cinesi ed indiani, più un altro miliardo di asiatici, africani,sudamericani) di avere un reddito dignitoso. E ciò rimetterà  in moto l’economia mondiale per tutto il XXI secolo.

Ma questo non lo leggo e non lo sento da (quasi) nessuna parte.

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L’India, il clima, il suo sviluppo economico

Un recente articolo del “The New York Times  – international weekly” (23 novembre 2015), ci ricorda che, nel dibattito sui cambiamenti climatici e sul tipo di economia per il XXI secolo, l’India gioca un ruolo di primo piano.

Buona parte della crescita della  popolazione mondiale (75-80 milioni di persone in più ogni anno) viene dall’India, che sta superando la Repubblica popolare cinese (circa 1,35 miliardi). Secondo dati ONU, l’India avrà  nel 2030 circa 1,5 miliardi di abitanti.  Ancora oggi centinaia di milioni di indiani vivono sotto la soglia di povertà, non hanno accesso ad acqua potabile ed elettricità.

Di questo si parla poco: come fronteggiare, nello stesso tempo, crescita demografica , crisi ambientale  e  sviluppo economico mondiale.

Molti paesi del sud del mondo reclamano la loro necessità di crescere economicamente e di poter “inquinare”, così come hanno fatto Europa, nord America e Giappone per 200 anni (e la Repubblica popolare cinese negli ultimi 30).  Non ci stanno a dover sacrificare i  loro progetti di crescita economica, per contenere le emissioni, causate principalmente dai paesi più ricchi.

La sfida della conferenza di Parigi (COP 21) è proprio questa. Noi “ricchi” abitanti del nord del mondo sviluppato dobbiamo assolutamente cambiare stile di vita, perché quello attuale nasce dallo sfruttamento del sud del mondo:  dobbiamo produrre meglio , con meno consumo di risorse ed energia; dobbiamo utilizzare,  più che possedere; più “software” (valori e cultura), meno “hardware” (beni materiali).   Tutto ciò per consentire al sud del mondo di crescere economicamente e di  alzare il  reddito delle sue popolazioni. Il tutto utilizzando tecnologie “pulite”, che però spesso sono costose e complesse da applicare sul campo.

Riusciremo in tutto cio’? Se le popolazioni dei paesi ricchi non acquisiranno  una vera coscienza sulle loro responsabilità, sarà molto difficile. Anche Papa Francesco, nella sua recente enciclica “Laudato si'”, esorta il mondo “occidentale” ad uno stile di vita più sobrio, meno consumistico e parla di “ecologia integrale”, una ecologia che non si preoccupa solo dell’ambiente, ma anche dell’economia e dello sviluppo sociale. Tutto è connesso.

Su questo dobbiamo lavorare. Noi abitanti del nord del mondo dobbiamo smettere di depredare le ricchezze del sud del mondo, come stiamo facendo da almeno 500 anni, dalla “scoperta” dell’America in poi.

Il neocolononialismo permette di mantenere   in Africa, Asia e sud America delle dittature più o meno evidenti, che consegnano le ricchezze di queste nazioni nelle mani delle multinazionali e delle oligarchie locali, mentre le popolazioni vivono in miseria, tra guerre, fame, malattie, ignoranza, corruzione e sopraffazioni delle bande criminali locali.

Solo se prendiamo atto di questo, sarà possibile una crescita demografica ed economica più equilibrata della razza umana sul Pianeta Terra. Ci saranno meno guerre, meno terrorismo, meno sofferenza per centinaia di milioni di persone, che, avendo a possibilità di coltivare le loro terre e avere un beneficio dalle loro ricchezze minerarie, potranno rimettere in movimento l’economia mondiale e contribuire a salvare il nostro ambiente.

 

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