La transizione ecologica

Roma, Italia, 10 febbraio 2021. Il presidente del consiglio incaricato Mario Draghi sta incontrando le parti sociali, dopo aver svolto il secondo giro di consultazioni per formare il suo governo.

Il Movimento 5 stelle è in fibrillazione: una parte dei suoi aderenti non vuole governare con Draghi e rifiuta l’appoggio al governo. Beppe Grillo, fondatore e garante del partito, ha bisogno di tirar fuori dal cilindro un coniglio, che lo faccia uscire dal rischio disintegrazione della sua creatura.

Ed eccolo, miracolosamente, il coniglio tanto cercato: il ministero per la transizione ecologica. Evocato da Donatella Bianchi, presidente WWF Italia e conduttrice del programma di RAI Uno “Linea blu”, alla fine della consultazione con Mario Draghi.

Questo, secondo gli osservatori, dovrebbe placare la furia dei “duri e puri” grillini, più realisti del re. Il ministero della transizione ecologica, che dovrebbe guidare la Nazione verso “magnifiche sorti e progressive”.

Sono mesi che si parla del “Green new deal” voluto dalla Commissione europea, per uscire dai disastri creati dalla Grande Pandemia. Il ministero per la transizione ecologica dovrebbe essere la declinazione italiana di questo progetto.

Questo ministero, da quello che si capisce, dovrebbe risultare dalla fusione tra il Ministero per lo sviluppo economico ed il Ministero per la politiche ambientali. Un super-ministero che dovrebbe guidare l’Italia ( e l’Europa) verso un’economia più circolare e meno distruttiva per le risorse naturali ed il nostro habitat.

Che bello. Detto così sembra tutto perfetto. A dichiararsi ambientalisti, anzi “green”, non costa nulla. Chi non è a favore dell’ambiente, o a favore della pace, o a lottare contro la fame nel mondo? A parole , a chiacchiere, lo siamo tutti.

Peccato che, come diceva qualcuno, NON ESISTONO PRANZI GRATIS.

Lo sa bene Donald Trump, che nei suoi 4 anni di mandato ha cercato in ogni modo di ostacolare gli accordi di Parigi sul clima; lo sanno bene gli industriali petroliferi, che hanno pagato per anni pseudo-scienziati e pseudo-giornalisti per dire che la crisi climatica era una invenzione di pochi estremisti. Lo sanno bene tutti gli operatori economici che si oppongono ad internalizzare nei conti aziendali i costi relativi ai danni da loro creati all’ambiente ed alla società.

Definirsi AMBIENTALISTI in realtà ha un costo, per tutti, ma soprattutto per chi ha un’attività imprenditoriale, perché le attività umane hanno ricadute sul contesto circostante, chiamate ESTERNALITA’.

Venti-trent’anni fa esistevano programmi dell’Unione europea che analizzavano questi aspetti (uno fra tutti denominato, giustappunto, EXTERNE), che miravano ad includere nel mondo della produzione il concetto “CHI INQUINA PAGA”; cioè chi produce (e tutti siamo produttori di emissioni, dai nostri gas intestinali all’uso dell’automobile) deve essere consapevole che le sue emissioni solide, liquide e gassose danneggiano irreparabilemente ambiente e popolazioni, per cui deve essere incentivato, tramite un meccanismo di premi/punizioni, ad inquinare di meno.

Sempre vent’anni fa si parlava di “CICLO DI VITA” dei prodotti e dei servizi (metodologia LCA – life cycle assessment), di “impronta ecologica”, per misurare quanto incidono le attività umane.

Ciclo di vita ed esternalità sono le indispensabili fondamenta del pensiero economico del XXI secolo, ma se n’è persa traccia nel dibattito pubblico e tra gli addetti ai lavori.

Di questi tempi va di moda il “GREENWASHING”; un bel lavaggio nella vernice verde ed, oplà, in Italia, in un colpo solo, siamo diventati 60 milioni di ambientalisti. Il ministero della transizione ecologica ci porterà verso un radioso futuro, un mondo perfetto.

MA LE COSE NON STANNO ESATTAMENTE COSI’.

Il pianeta Terra non è solo atmosfera, mari, oceani, fiumi, laghi, monti, colline, pianure , deserti e foreste. Il pianeta Terra, la nostra unica casa, ospita migliaia di miliardi di insetti ed altri animali e 7,7 miliardi di esseri umani.

Non ci si può più dichiarare “ambientalisti” senza considerare coloro che abitano l’ambiente. Per decenni l’aspetto “sociale” è sempre stato assente dal dibattito “verde”.

La lotta alla crisi climatica non avrà alcun esito se non affronteremo il tema nella sua totalità.

Sarà perfettamente inutile per un europeo (o un nordamericano) comprare un autovettura elettrica, mentre il sudamericano distrugge l’Amazzonia per coltivare biocarburanti o mangimi, mentre l’africano distrugge la foresta equatoriale per estrarre minerali e mentre l’asiatico fa lo stesso per coltivare la palma da olio.

Sono anni che viene detto e scritto che dobbiamo cambiare stili di vita, che il mondo esaurirà presto le sue risorse, esattamente dal 1972, quando uscì il rapporto “The limits to growth”.

Lo dice Papa Francesco, lo dicono molti attivisti ecologisti e ambientalisti, lo dicono i giovani che seguono Greta Thunberg, lo dicono milioni di altre persone.

Ma cambiare stile di vita può essere impegnativo. E, soprattutto, vuol dire mettere fine, DEFINITIVAMENTE, all’era del CONSUMISMO.

L’era del consumismo ha avuto il massimo del suo “splendore” nella seconda metà del XX secolo, mentre nella prima metà la seconda rivoluzione industriale, la “catena di montaggio” taylorista-fordista ne aveva creato i presupposti.

Cambiare stile di vita significa METTERE IN DISCUSSIONE UN SECOLO DI ECONOMIA MONDIALE.

In questi giorni di pandemia siamo attanagliati tra l’atroce dilemma se privilegiare la salute o l’economia, esattamente come discusso per anni in merito alla ex-ILVA di Taranto.

Dobbiamo trovare una sintesi. Ma per farlo occorre far funzionare i neuroni del nostro cervello. Pensare costa fatica. Pensare è doloroso e pericoloso, perchè mette in discussione le nostre certezze.

Pensavamo di vivere nel “paese di Bengodi”. Un posto di lavoro sicuro come operaio o impiegato, per tutta la vita, ferie pagate, malattie pure, il mutuo per farsi la casetta tanto desiderata, una bella liquidazione, e la tanto desiderata pensione. Ma questo “paese di Bengodi” è durato solo CINQUANT’ANNI. Dal 1950 al 2000.

Oggi, inizio anno 2021, questo “paese di Bengodi “ esiste solo nei sogni, nelle speranze o nell’immaginario collettivo.

L’economia mondiale è profondamente cambiata negli ultimi vent’anni.

Anno 2000, la prima avvisaglia: la “bolla delle dot.com”, il crollo alla borsa USA dei titoli tecnologici super-pompati a fine millennio.

Anni 2007-2008 , il nuovo e più pesante disastro finanziario, derivato dal fallimento Lehman Brothers e dei “mutui subprime”.

Nell’era del consumismo l’economia mondiale ha vissuto a debito, al di sopra delle proprie risorse ed alla fine ne stiamo pagando il conto. L’era del consumismo è finita, perchè non c’è più niente da consumare e perché i mercati del nord del mondo sono saturi.

MA NESSUNO LO SPIEGA AL TELEGIORNALE.

Si pensa di tornare al “paese di Bengodi”, ma non ci torneremo più. Tranne forse per quell’uno per cento di ricchi, che nell’anno 2020 si è arricchito ancora di più.

E noi, abitanti de nord del mondo, siamo pure fortunati, a confronto con quelli del sud del mondo. Più di quattro miliardi di persone, che non hanno redditi decenti, e di questi, un miliardo combatte per un pasto al giorno e muore letteralmente di fame.

La transizione ecologica avverrà solo, e solamente, se almeno quattro miliardi di persone avranno un reddito decoroso, e noi dovremo smettere di rapinarne le risorse minerarie ed agricole, come avviene da secoli (in particolare negli ultimi decenni).

Se non faremo questo, mentre noi del nord del mondo ci gingilliamo con le auto ibride e gli impianti fotovoltaici, nel sud del mondo si combatterà per l’acqua, per un ettaro coltivabile, per fuggire da deserti e inondazioni. Milioni di persone in fuga da guerre, malattie e miseria, che premono ai nostri confini.

“CAMBIARE STILI DI VITA” vuol dire per noi uno stile di vita PIU’ SOBRIO, per consentire a loro, del sud del mondo, di poter crescere economicamente, senza ripetere gli errori consumistici fatti da noi.

Stile di vita più sobrio vuol dire che non ce l’ha ordinato il medico di fare le vacanze alle Maldive, con aerei civili che producono gas climalteranti in modo spropositato.

Stile di vita più sobrio vuol dire ridurre gli sprechi, vuol dire comprare prodotti che durano di più, anche per contrastare l’usa e getta.

Stile di vita più sobrio vuol dire mettersi una maglia in più in casa in pieno inverno, come si faceva fino a 70 anni fa, quandi non tutti avevano i termosifoni in casa. Non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo girare seminudi a gennaio, con l’appartamento a 30° centigradi.

Stile di vita più sobrio vuol dire usare meno l’automobile, a favore di bicicletta o altri mezzi similari, guadagnando, tra le altre cose, anche in salute.

Stile di vita più sobrio significa andare di meno al supermercato (dove spesso ci carichiamo di prodotti superflui o inutili), privilegiando il negozio di quartiere o il contadino del paese. Andando a comprare sotto casa, magari spendiamo il 10% in più, ma risparmiamo code, carburante e TEMPO, e sprechiamo meno.

Stile di vita più sobrio vuol dire mangiare meno carne, privilegiando legumi e cereali della nostra tradizione mediterranea. Se i mangimi per i bovini vengono dalla deforestazione amazzonica o indonesiana, quasi quasi divento vegetariano o vegano.

Stile di vita più sobrio vuol dire dare più valore al proprio tempo ed ai rapporti interpersonali.

Stile di vita più sobrio significa piccoli sacrifici per noi, ma una grande opportunità per centinaia di milioni di africani, sudamericani e asiatici, che dovranno avere migliori condizioni di lavoro e di vita.

CAMBIARE STILI DI VITA NON E’ PIU’ UN OPZIONE. ORMAI E’ UN IMPERATIVO.

Trasporto collettivo e condiviso, condomini solidali con spazi comuni, un’agricoltura di qualità senza sfruttamento di manodopera, produzioni con ciclo di vita più sostenibile.

Se questo non faremo, tempi duri ci attendono.

E quando i giapponesi avranno ammazzato tutte le balene del mondo (per scopi “scientifici”) e depredato tutto il pesce degli oceani per fare il loro sushi, ci mangeremo la plastica che riempie i nostri mari.

Un mondo affollato

Ieri, 1 febbraio 2021, il presidente dell’ISTAT ha commentato brevemente i dati demografici italiani relativi al 2020.

A fronte di 700mila morti, lo scorso anno ha visto soli 400mila nuovi nati.

La popolazione mondiale cresce di circa 75 milioni di unità all’anno, ma in Europa, ed in particolare in Italia, assistiamo al fenomeno contrario.

Perché?

Sicuramente incide la profonda crisi economica innescata dalla pandemia Covid-19, ma il calo demografico era già in atto negli ultimi decenni. Incide il calo delle aspettative verso il futuro ed un certo egoismo da parte dei ventenni / trentenni, poco propensi a “metter su famiglia” ed a privilegiare “la carriera”, preferendo viaggiare per il mondo e fare “esperienze”. E servono meno “braccia per l’agricoltura”, grazie alla meccanizzazione.

In Italia 100 anni fa la demografia era assai simile a quella delle nazioni del sud del mondo di oggi; basta andare indietro nel tempo e ripercorrere le storie familiari di tutti noi, per ricordare che era facile, in quegli anni, trovare famiglie di 10 figli, in particolare nel mondo contadino.

Tanti figli, tante braccia per l’agricoltura; e poi non c’erano gli antibiotici, la metà dei figli non arrivava all’età adulta, stroncata da polmoniti, tifo, tubercolosi ed altre malattie allora incurabili. Non c’era nemmeno la procreazione programmata e consapevole, i sistemi anticoncezionali di oggi erano semi-sconosciuti, e il regime fascista voleva tanti “balilla” per la patria.

Lo stesso accade oggi, nel XXI secolo, nel sud del mondo.

E’ previsto che la curva demografica mondiale vada a stabilizzarsi e poi a decrescere, di pari passo con il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche di miliardi di persone. Ma questa decrescita demografica è lenta, perchè lento è il miglioramento delle condizioni socio-economiche di miliardi di persone.

In molti descrivono le “magnifiche sorti e progressive” della globalizzazione, che avrebbe portato benessere e ricchezza ai PVS (paesi in via di sviluppo). Questo è accaduto per pochissime nazioni, prima fra tutte la PRC (People’s republic of China), che in 30 anni è passata dall’essere un PVS ad essere la seconda potenza mondiale (ed entro il 2030, probabilmente la prima).

Il resto di Africa, Asia, centro America e parte del sud America non ha beneficiato della crescita del PIL mondiale, impetuosa per il periodo 1950-2000, poi rallentata fino ad arrestarsi nello scorso anno, complce la pandemia Covid-19.

Il sud del mondo è cresciuto poco dal punto di vista socio-economico perché il sistema economico mondiale è rimasto ancorato al XIX secolo, al colonialismo.

Europa prima, nord America, Russia e PRC poi, hanno sistematicamente sfruttato le risorse umane e naturali di mezzo mondo, lasciando nella miseria miliardi dipersone.

Questo accade ancora oggi, in modi e forme ancora più odiosi, denominati NEOCOLONIALISMO.

Mentre prima lo sfruttamento del sud del mondo era più sfacciato, attraverso gli imperi (primo fra tutti quello inglese), ora avviene in maniera più subdola, attraverso una formale indipendenza ed autonomia di decine di nazioni, quando in realtà esse sono asservite sempre alle stesse potenze del nord del mondo.

Le risorse agricole e minerarie, in particolare dell’Africa, vengono sfruttate dalle società multinazionali, che pagano tangenti alle oligarchie locali. I proventi di tante ricchezze restano nelle tasche delle aziende “occidentali” , dei vari dittatori locali , delle loro famiglie allargate e degli oligarchi che fanno parte dei vari “cerchi magici”.

Alle popolazioni locali restano solo le briciole.

Le popolazioni locali assistono impotenti alla deprivazione delle loro ricchezze, deprivazione che avviene spesso anche tra lotte feroci dei vari “signori della guerra” locali (camuffati con ideologie politiche e/o religiose), lotte feroci che coinvolgono la popolazione civile (vedasi quanto accade da decenni nella Repubblica “democratica” del Congo).

I giovani, oppressi da fame, guerre, persecuzioni politiche e/o religiose delle varie fazioni, fuggono dal loro paese, alla ricerca di un vita dignitosa.

E vengono ad affollare i confini della “fortezza Europa” (o i confini tra Messico e Stati uniti d’America) .

Sempre ieri, 1 febbraio 2021, le cronache ci raccontano di un colpo di stato in Myanmar(Birmania); alcuni commentatori ricordavano ieri che il Myanmar è nazione ricca di risorse naturali. Evidentemente, dietro i militari golpisti, che governano da decenni il loro paese, ci sono i soliti noti che non vogliono spartire le ricchezze con il popolo (senza contare delicati equilibri geopolitici tra PRC ed India).

Nel corso degli ultimi dodici mesi, da quando la pandemia Covid-19 occupa le nostre vite, si moltiplicano le proposte e le ricette per uscire dalla crisi.

“Green new deal”, sviluppo sostenibile, lotta alla crisi climatica. Tutti buoni propositi, ma la razza umana si salverà dalla auto-distruzione solo e solamente se prenderà in considerazione un radicale cambio di passo. E’ fondamentale difendere la casa comune, il pianeta Terra, ma ciò avverrà solo e solamente se si farà tutto il possibile per migliorare le condizioni socio-economiche di almeno quattro miliardi di persone.

La lotta tra ricchi e poveri, lotta che va avanti da diecimila anni, da quando esiste la “civiltà” umana, è ora a livello globale. I ricchi del nord del mondo (Europa, nord America, Russia, PRC, sud Corea e Giappone) vogliono mantenere inalterato il loro stile di vita, fondato sul consumismo.

Per consentire questo stile di vita , lo stile consumistico, i poveri del sud del mondo DEVONO RIMANERE POVERI.

Questa è la dura realtà. E la cosiddetta “cooperazione internazionale” è un pannicello caldo, buono giusto per mettere a posto le coscienze. Massimo rispetto per tutti gli operatori che, spesso a rischio della loro vita, si prodigano in Africa, in Asia e ovunque ci sia miseria e degrado. Ma è come cercare di svuotare il mare con un bicchiere.

L’elemosina e la carità non possono compensare secoli di rapine.

Di questi argomenti non se ne parla. Troppo fastidioso. Turba la digestione della cena ed i telegiornali della sera si guardano bene dall’affrontare il tema.

E le classi povere dei paesi “occidentali” vengono aizzate dai populisti e dai nazisti di mezzo mondo contro i migranti, in una odiosa “guerra tra poveri”.

Al momento, dopo la sconfitta di Donald Trump, populisti e nazisti di mezzo mondo tirano il fiato e prendono una pausa, ma quanto potrà durare?

Sono più di 50 anni che vengono denunciati desertificazione, calo delle risorse idriche, esaurimento delle materie prime, e quale cibo per l’umanità del XXI secolo. Ma ciò interessa a pochi; si vive alla giornata.

I dirigenti della PRC non vivono alla giornata. Stanno accaparrando risorse naturali ed agricole in Africa, in Asia ovunque sia loro consentito. Devono nutrire più di un miliardo e 400 milioni di persone e si danno da fare; probabilmente a danno di qualcun’altro.

Se non si affronteranno, ed alla svelta, questi temi, il paragone con il Titanic che naviga verso la catastrofe con l’orchestra che suona resterà sempre quello più credibile e comprensibile.

Poi si viene accusati di catastrofismo.

Attendo con ansia altre proposte e soluzioni, che molti si aspettano dalla tecnologia. Il XIX ed il XX secolo ci hanno portato scoperte scientifiche e tecnologiche impressionanti ma non hanno risolto i grandi problemi dell’umanità.

Se non usciremo presto dal modello consumistico, la tecnologia non potrà fare più nulla.

Europa, Asia, America: un decennio avventuroso

Agli inizi degli anni ’90 dello scorso secolo è iniziato il processo di delocalizzazione produttiva, da parte delle aziende nordamericane ed europee, verso le nazioni dell’Asia e dell’Europa orientale.

Negli ultimi dieci anni si sta cercando di ripercorrere la strada inversa (“reshoring”), ma i buoi ormai sono scappati dalla stalla. Ce ne siamo accorti un anno fa, quando all’inizio della pandemia Covid-19 molte produzioni europee sono state bloccate per mancanza di componenti cinesi e in Italia non c’era nessuna azienda che producesse mascherine.

Agli inizi degli anni ’90 il muro di Berlino era stato appena smantellato, e con esso era stata smantellata l’Unione delle repubbliche socialista sovietiche ed il suo impero. Sembrava l’inizio di un mondo nuovo, con il trionfo delle “magnifiche sorti e progessive” del capitalismo.

Ma non andò esattamente così.

Tra il 1945 ed il 1990 , quarantacinque anni di poderosa crescita economica mondiale (non sviluppo), in particolare di Stati uniti d’America (USA) , Germania federale, Gran Bretagna, Francia, Giappone e Italia.

Il sud del mondo era (ed è ancora) “in via di sviluppo”. La Russia si leccava le ferite. La Repubblica popolare cinese iniziava la sua travolgente crescita, dopo che Deng Xiaoping disse ai cinesi “crescete e fate soldi” ; basta con “il grande balzo in avanti” e tutte le fallimentari politiche socio-economiche di Mao Zedong.

In trent’anni la PRC (People’s republic of China) ha recuperato il suo svantaggio nei confronti dell’ “occidente”. Ha fatto in trent’anni quello che le altre nazioni “sviluppate” hanno fatto in cento.

Grazie anche alla “furbizia” e “intelligenza” delle imprese americane ed europee, che, pur di produrre a costi bassi in PRC, sono stati costretti a fare società 50% coi cinesi e, di conseguenza, costretti a travasare esperienze e tecnologia ai lavoratori ed agli imprenditori cinesi.

In trent’anni di crescita e di bassi salari, la PRC ha accumulato riserve valutarie impressionanti, con cui ora sta facendo “shopping” in mezzo mondo. Ora i salari cinesi sono cresciuti, specialmente nelle grandi città, e ora sono comparabili a quelli del resto del mondo.

Trent’anni fa Cina significava “Republic of China” (ROC), cioè Taiwan. Chi lavorava nel settore della componentistica elettronica se lo ricorda bene. Anche i taiwanesi hanno investito in PRC ed hanno trasferito esperienze e tecnologia ai loro fratelli/cugini cinesi.

Risultato: ora la PRC non è più sinonimo di paccottiglia a basso costo. La PRC va sulla Luna, produce computer sempre più potenti, rivaleggia in tutto e per tutto con gli USA.

Gli USA non ci stanno a diventare la potenza mondiale numero due. Dopo 75 anni di dominio (quasi ) incontrastato (1945-2020), gli USA, inevitabilmente stanno per essere sorpassati, a livello di PIL, dalla PRC. Qualcuno scriveva “entro il 2030”; molto probabilmente, anche prima

Il recentissimo assalto delle forze reazionarie a Capitol Hill – Washington (USA), ha dato una mazzata micidiale al potere ed alla credibilità degli USA. Per giorni e giorni il Global Times, quotidano in lingua inglese di Pechino, ha sbeffeggiato gli statunitensi, facendo loro capire che dal 6 gennaio 2021 essi non sono più il “faro della democrazia” che pretendevano di essere.

Ma quello che è accaduto il 6 gennaio 2021 a Washington è solo la punta di un iceberg, il culmine di 4 anni di “trumpismo”.

Donald Trump non è stato eletto per caso. Egli è stato abilissimo, come hanno riconosciuto molti commentatori politici, a comprendere la “pancia” degli elettori statunitensi, in particolare di coloro che avevano perso lavoro e/o si erano impoveriti.

Mentre Joe Biden ha preso i suoi voti dagli abitanti delle grandi città del nord-est, dalla California e da una parte delle minoranze etniche, Donald Trump ha preso ii suoi voti (come nella tornata precedente, se non di più) dagli stati del sud, dagli stati del centro degli USA, dagli operai delle fabbriche di autovetture (chiuse) e dai coltivatori impoveriti dalla globalizzazione; e soprattutto dai WASP (white anglo-saxon protestant), i bianchi che non ci stanno a perdere lo scettro di detentori del potere USA, che odiano gli immigrati sudamericani e sognano un’America che non esiste più. Sono i famosi “patrioti” del nascente nuovo partito di Donald Trump.

Gli abitanti degli USA, impoveriti ed incattiviti, stanno per essere superati da quelli della PRC, sia in termini economici che tecnologici. Per questo hanno eletto (ed hanno sopportato per quattro anni) Donald Trump, che diceva “make America great again”.

Ma gli USA non tornerenno più quelli di prima. La globalizzazione, da loro stessi scatenata, gli si sta ritorcendo contro. Gli USA ancora (per poco) mantengono il predominio mondiale grazie alla grande finanza, grazie a Google, Microsoft, Facebook, Apple ed Amazon che controllano il software ed il commercio mondiale.

Ma questo predominio è ormai messo in discussione. E gli USA non ci staranno a fare i “numeri due”. Questa è una miscela esplosiva.

Anche la PRC ha le sue rogne. Se il mondo compra meno, a seguito della crisi economica del 2008 e della pandemia ancora in corso, anche la PRC crescerà meno. Infatti, molto intelligentemente, la dirigenza del Partito comunista cinese ha investito verso il mercato interno, puntando su edilizia e servizi per stimolare l’economia e dare benessere ai propri cittadini.

Per 25 anni la PRC ha avuto tassi di crescita del PIL dell’ordine del 10% annuo. Poi, negli ultimi 5 anni la crescita si è attestata (come prevedibile) intorno al 6-7% annuo. Nonostante la pandemia Covid-19, la PRC asserisce che nel 2020 è crescita di circa il 2%, unica grande nazione al mondo.

Le cifre e le statistiche fornite dalla PRC vanno sempre prese con le molle, non esistendo in PRC enti indipendenti, ma sono comunque indicative.

Fino a quando il governo della PRC garantirà crescita annuale, posti di lavoro e benessere ai propri cittadini, essi accetteranno di buon grado la mancanza di pluralismo ed il fatto di essere sorvegliati H24. Ma cosa accadrà se la crescita cinese andrà in territorio negativo?

Come è SEMPRE accaduto nella storia, da diecimila anni a questa parte, il capo di una comunità, di un territorio, di una nazione, di un impero, mantiene il suo potere fino a quando, appunto, garantisce benessere ai suoi cittadini-sudditi-sottoposti. Non appena questo benessere viene messo in discussione, nascono rivolte, più o meno pilotate dagli oppositori del capo, che portano a cambi, spesso cruenti, di regime.

Se Xi Jinping, capo assoluto della PRC, non riuscirà a garantire benessere e stabilità a quasi un miliardo e mezzo di persone, egli, come tutti i capi nelle sue condizioni, cercherà di distrarre l’opinione pubblica, probabilmente facendo la guerra. E’ stato così decine, centinaia, migliaia di volte; niente di nuovo.

Facendo la guerra, il popolo diventa patriota e si compatta intorno al capo. Sono anni che la PRC rivendica la proprieta su Taiwan, considerandola una “provincia ribelle”. Ed infatti i taiwanesi spendono ogni anni miliardi di dollari nel settore degli armamenti, preparandosi all’invasione della PRC.

Il ministro degli esteri giapponese, pochi giorni fa (il 25 dicembre 2020) ha rivolto un appello al presidente eletto Joe Biden. Per ricordargli che l’area tra Sud corea, Taiwan Giappone è l’area più calda del mondo. In confronto, il Medio oriente è una zona di pace.

In quella zona sarà sufficiente una scintilla per provocare un conflitto che potrebbe trascinare il mondo intero verso l’olocausto nucleare.

Possibili eventi critici ce ne sono parecchi:

  1. la Corea del nord fa da cane da guardia (per conto della PRC), e abbaia agli alleati USA della zona, ma potrebbe sfuggire al controllo della PRC
  2. La PRC potrebbe essere tentata di attaccare Taiwan o le piccole isole Senkaku (ora amministrate dal Giappone, ma rivendicate dalla PRC)
  3. gli USA potrebbero essere costretti a rispondere, in forza di trattati di collaborazione e protezione tra USA e Taiwan e USA e Giappone.

Non bisogna essere grandi esperti di geopolitica per capire quali potrebbero essere le terribili conseguenze di una guerra USA – PRC.

Negli anni ’50 dello scorso secolo c’è già stata una guerra tra USA e PRC, ma all’epoca si è svolta con mezzi e risorse assai più limitati di oggi e per interposta nazione (Corea del nord sostenuta da PRC e Corea del sud sostenuta dagli USA).

La pandemia Covid-19 dovrebbe essere una grande occasione per ripensare gli equilibri geopolitici mondiali e quale sviluppo economico vogliamo. Nulla di questo sta accadendo.

La classe politica mondiale, pilotata dalla grande finanza, non alcuna visione e tira a campare, e con essa i 7,5 miliardi di abitanti del pianeta Terra.

Se esiste il Padreterno, solo lui ci potrà salvare dalla autodistruzione a cui stiamo andando incontro.

E in Italia? A forza di portare le produzioni all’estero, in Italia abbiamo perso competenze e capacità produttive, difficilmente riproducibili. Ultimo “capolavoro”, la “fusione” tra PSA e FCA, che ha dato vita a Stellantis. In realtà, avendo i francesi 6 consiglieri su 11 in consiglio di amministrazione, saranno loro a dettare la linea, e non ci vuole un master in economia per capire che, se ci saranno, i primi tagli avverranno in Italia.

L’unificazione dell’Italia è nata grazie agli accordi tra Camillo Benso conte di Cavour e Napoleone Terzo. Da 150 anni i francesi comandano l’Italia e continueranno a farlo.

I giovani capaci, non trovando opportunità e lavoro, se ne vanno all’estero, come sempre è accaduto negli ultimi 150 anni. E così si innesca un circolo vizioso. Giovani che espatriano , quelli che restano non lavorano o fanno lavori precari e/o sottopagati, ovviamente ci si sposa di meno e si fanno meno figli. Una nazione in declino.

Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà, scriveva Antonio Gramsci. Ora ci vuole molto, molto, molto, ma molto ottimismo della volontà……

Congo, Africa, neocolonialismo

Ieri sera è stato proiettato su RAI4 il film “The gunman” del 2015 (https://it.wikipedia.org/wiki/The_Gunman_(film_2015))

Non entro nel merito sulla bontà o meno della pellicola, comunque con Sean Penn in buona forma fisica, Jasmine Trinca sempre brava e Xavier Bardem molto credibile.

Il film porta alla nostra attenzione la principale tragedia umana del XX e del XXI secolo.

Il film apre con degli spezzoni di cronaca relativi alle perenni guerre civili in Africa equatoriale, nella fattispecie nella Repubblica democratica del Congo.

La Repubblica democratica del Congo (https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_Democratica_del_Congo) , a dispetto del nome, è uno dei luoghi del mondo in cui la democrazia non è stata ancora conosciuta.

Come è noto, è una delle nazioni più ricche al mondo (in particolare la sua regione, il Katanga) per quanto riguarda le risorse minerarie: diamanti, oro, uranio, rame, il coltan (https://it.wikipedia.org/wiki/Columbite-tantalite ) quest’ultimo utilizzato nell’industria elettronica , minerale indispensabile per la produzione di smartphone e personal computer.

La natura è stata generosa con questa nazione, ma ciò rappresenta anche la sua maledizione. Tutta questa ricchezza non finisce redistribuita alla popolazione locale, che resta una delle più povere al mondo, ma finisce, come gran parte delle ricchezze agricole e minerarie dell’Africa, nelle tasche delle società straniere, che estraggono e commercializzano le materie prime, e nelle tasche dei vari “signori della guerra” di cui è disseminata l’Africa.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, in particolare negli anni ’60 del secolo scorso, in Africa è iniziato il processo di “decolonizzazione”. La maggior parte degli stati africani si sono “liberati” , almeno formalmente, del giogo straniero, che per secoli ha depredato ricchezze umane, agricole e minerarie dell’intero continente.

Il processo di decolonizzazione è avvenuto, nella maggior parte dei casi, in modo cruento, attraverso movimenti di liberazione armati, più raramente attraverso il ritiro concordato delle nazioni colonizzatrici.

Una delle vicende più dolorose è stata la guerra di Algeria, ben documentata nel famoso film del regista italiano Gillo Pontecorvo “La battaglia di Algeri” girato poco dopo i fatti reali (https://it.wikipedia.org/wiki/La_battaglia_di_Algeri). Una guerra costata migliaia di morti.

Il processo di decolonizzazione si è manifestato nel più ampio clima mondiale della Guerra fredda. Come il resto del mondo, anche l’Africa è finita divisa in zone di influenza, laddove l’URSS ha cercato di inserirsi in movimenti di liberazione che avervano una chiara ispirazione marxista. E, di conseguenza, diversi movimenti nati per l’indipendenza del loro paese si sono scontrati tra di loro, alcuni finanziati dalla potenza sovietica, altri dalle potenze coloniali, quando non direttamente dagli Stati uniti d’America, avversari dell’ Unione sovietica.

Alla fine degli anni ’70 dello scorso secolo il processo di “decolonizzazione” sembrava concluso, con la maggior parte delle nazioni africane che avevano conquistato una formale indipendenza, alcune anche cambiando il nome.

Migliaia, milioni di morti sono rimasti nel frattempo sul terreno, sia di combattenti che di civili, civili rimasti intrappolati tra le fazioni rivali, decimati dai conflitti a fuoco, dalle malattie, dalla fame, dalla miseria, e lasciando quasi tutte le nazioni in uno stato di profonda prostrazione economica.

Nel frattempo, le nazioni colonizzatrici (USA, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Italia, URSS – poi solo Russia) non sono rimaste con le mani in mano (nel frattempo si è inserita la Repubblica popolare cinese).

Hanno stretto rapporti con le classi e le “élites” locali che avevano conquistato il potere, per spartire con loro le ricchezze delle loro nazioni. Le risorse minerarie non valgono alcunché, fino a quando non vengono estratte.

Le nazioni africane non avevano le competenze tecniche e le capacità finanziarie per poter estrarre i preziosi minerali, e sono state quindi costrette a rivolgersi alle società private delle (ex-) potenze colonizzatrici.

E’iniziato quindi un vorticoso giro di corruzione e di innominabili scambi, laddove le società multinazionali, per accaparrarsi i lucrosi contratti di sfruttamento delle miniere, hanno cominciato a distribuire tangenti alle classi dominanti locali (in buona parte esse stesse in stretto accordo con i militari) o l’accaparramento di risorse in cambio di armi.

Il film “Finché c’è guerra c’è speranza”, diretto e interpretato da Alberto Sordi, svela perfettamente queste vicende, ed il finale del film vale più di cento enciclopedie e trattati sul tema: il protagonista, per garantire lusso ed alto tenore di vita alla sua famiglia, è passato dal commercio di pompe idrauliche a quello, assai più lucroso e redditizio, di aerei, armi e carri armati ai dittatori africani.

Ecco quello che è successo in Africa: gran parte delle popolazioni sono passate, dopo anni di guerre intestine, dalla dominazione diretta delle potenze coloniali, a quella indiretta delle stesse.

Questo processo è stato denominato NEOCOLONIALISMO. Se possibile, ancora più spietato e vigliacco del colonialismo. Più vigliacco, perché coperto dalla formale indipendenza delle nazioni africane, quando le stesse sono sotto il giogo dei vari dittatori locali, al servizio delle multinazionali e degli stati del nord del mondo, che ne condizionano politica, società ed economia.

Anche noi “italiani brava gente”, siamo coinvolti in queste vicende. Sono stati istruiti, negli ultimi anni, numerosi procedimenti giudiziari a carico della dirigenza ENI (inizialmente: Ente nazionale idrocarburi), a seguito di tangenti che sarebbero state pagate ai vari ministri e presidenti nigeriani, in cambio dello sfruttamento delle locali ricchezze petrolifere.

E che dire dell’omicidio di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, coinvolti nelle inchieste per far luce sui loschi traffici di rifiuti e armi nella ex-colonia Somalia?

Come recita Alberto Sordi nelle ultime scene del sopracitato film, lui si sporca le mani facendo avanti e indietro con l’Africa, per mantenere moglie, figli e madre nel lusso.

Esattamente come accade per Europa, nord America, Russia e (negli ultimi decenni) Repubblica popolare cinese: il nostro benessere deriva dallo sfruttamento delle risorse umane, agricole minerarie di un intero continente, e più in generale del sud del mondo.

Lo sfruttamento delle risorse del pianeta Terra, sfruttamento che distrugge interi habitat naturali, come la foresta amazzonica o le foreste dell’Indonesia, per coltivare soia, foraggi o olio di palma. O la costruzione di dighe idroelettriche che sconvolge i bacini idrografici di interi territori. O la perforazione petrolifera che inquina profondamente falde acquifere e acque superficiali.

E la natura ci si rivolta contro.

I pipistrelli, portatori sani del virus Sars-Cov-2, cacciati dalle foreste, invadono gli habitat di altri animali, e via via il virus arriva all’essere umano.

Uno sviluppo economico dissennato, basato ancora sulla presunta inesauribilità delle risorse naturali.

Lo dicono in tanti, a cominciare da Papa Francesco: dobbiamo cambiare stili di vita. Il benessere e la ricchezza del nord del mondo (a spese della natura e del sud mondo) ci sta portando alla rovina. Ma chissenefrega, il Titanic viaggia sul mare con l’orchestra che suona.

Se le nazioni ricche del nord del mondo facessero un “mea culpa” collettivo per le tante sofferenze arrecate agli africani (ed ai nativi americani e ad altri milioni di asiatici delle ex-colonie), forse si potrebbe ripartire da capo, con un ricostruito rapporto con i popoli che, oppressi da guerre, fame, miseria e malattie, si accalcano ai nostri confini.

Ma “cambiare stili di vita” comporta soprattutto uscire dal deliro consumistico degli ultimi 70 anni: non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo andare tutti in giro con SUV da 50 mila Euro (l’equivalente dei macchinoni USA degli anni ’60 e ’70), fare ogni anno la settimana bianca e le vacanze alle isole Maldive. Per ottenere questo, 4 miliardi di persone vivono in condizioni di sussistenza, senza un reddito decoroso, spesso senza luce ed acqua corrente.

Fornire un reddito decente a 4 miliardi di persone significa uscire dalla stagnazione economica mondiale degli ultimi 20 anni e , grazie agli acquisti attivati da queste persone, rimettere in moto l’economia per i prossimi 50 anni.

Ma il sud del mondo NON deve ripetere gli errori del nord del mondo: se un miliardo di cinesi ed un miliardo di indiani (dell’India) acquistassero ciascuno un automobile, un frigorifero e una lavabiancheria, il mondo finirebbe in pochi mesi, letteralemente PROSCIUGATO.

7 miliardi e mezzo di persone (cresciamo ogni anno di 75/80 milioni) devono condividere, e non possedere, i beni di consumo ed i servizi.

Condomini solidali (co-housing), in cui i servizi principali sono condivisi (come la lavabiancheria condominiale, in uso in Svizzera da sempre); autovetture utilizzate da più soggetti (car sharing, car pooling); prodotti più robusti e durevoli (basta con l’obsolescenza programmata); un miglior impiego del tempo disponibile (banche del tempo, i nonni che riprendono ad accudire i nipoti).

Dobbiamo ripensare molte cose: le nostre città, il rapporto città-campagna, il lavoro, il tempo libero, dove vogliamo andare e come arrivarci . Ma non abbiamo molto tempo: lo scioglimento dei ghiacci artici e dei ghiacciai montani ci impone scelte immediate.

Diversamente gli sconvolgimenti climatici, l’aumento della popolazione mondiale e l’esaurimento delle materie prime ci porteranno alla terza guerra mondiale ed all’estinzione della specie umana.

La tempesta perfetta – Covid 19

Prendo a prestito il titolo del film, con George Clooney, per descrivere quello che stiamo vivendo in questo terribile anno 2020.

La malattia Covid-19 (prodotta dal virus Sars-Cov-2) ha messo a nudo le fragilità dell’era contemporanea: in molti pensavano di vivere in un mondo bellissimo, dove si godeva delle comodità del “progresso”, un mondo che aveva “quasi” sconfitto la morte, e, invece, stiamo combattendo per sopravvivere, esattamente come TUTTI gli esseri viventi fanno da miliardi di anni.

L’attuale pandemia, come tutte quelle che l’hanno precededuta, mette a dura prova i pilastri della nostra vita, come, ad esempio, la socialità. Tutti ripetono che gli essere umani sono “animali sociali”, e Covid-19 ci costringe a limitare fortemente la socialità.

E le limitazioni alla socialità, ed alla mobilità, mettono in grave crisi l’economia mondiale, che è fondata sugli scambi commerciali.

L’economia è basata sulla produzione di beni e di servizi, e, soprattutto, sulla loro commercializzazione: possiamo avere il prodotto/servizio più bello e più prezioso al mondo, ma se non troviamo qualcuno che ce lo compra, esso perde il suo “valore di scambio”; mantiene il suo valore d’uso, ma non ha un valore commerciale e quindi “vale” poco o niente.

Quando si bloccano gli scambi commerciali, per via di una guerra, di una cataclisma o di una pandemia, le comunità sono ricacciate indietro di decenni, se non di secoli: si torna ad una economia locale, di sussistenza, come è accaduto per millenni, da quando esiste la società umana.

L’era del consumismo (1950-2000) che ha portato la poderosa crescita quantitativa dell’economia mondiale (soprattutto del “nord del mondo”) è finita da un pezzo (nel 2000, con lo scoppio in borsa  della “bolla delle dot.com”) ma in pochi ne vogliono prendere atto.

La crescita mondiale, da quel momento in poi, avviene quasi unicamente a debito, un debito mondiale  mostruoso (250mila miliardi di dollari).

L’economia mondiale viene mossa dalla grande finanza, dai derivati, dalle speculazioni finanziarie, dalle truffe ai clienti delle banche (abbiamo già dimenticato le varie Banca Etruria, Banca Marche, Banca popolare di Vicenza? ). La produzione industriale non riesce più  a produrre i grandi risultati del “boom economico”. Le poche aziende in forte crescita, specie durante a pandemia, sono le “solite” Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft e compagnia cantante, che, tra le altre cose, crescono anche perchè riescono a pagare poche tasse.

Non si vuole prendere atto che è finita “l’era del consumismo” , ma per mantenere artificialmente in vita un sistema economico mondiale ormai scassato, lo si “droga” artificialmente con aiuti economici da parte dei governi, diventando così un capitalismo sovvenzionato dallo Stato. Gli utili restano ai “capitani d’impresa”, le perdite vengono “equamente” spalmate sulla collettività.

Fino a quando potrà durare questo gioco al massacro?

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 20160522_201946.jpg

Per far ripartire, in modo sostanzioso, l’economia mondiale, servono nuovi prodotti/servizi e, soprattutto, NUOVI MERCATI. Già , sta scritto in tutti i manuali di economia e di marketing. I famosi  “MERCATI”.

Ma se non ci sono, i nuovi mercati mica ce li possiamo inventare. Sarebbe bello andare a vendere le nostre merci ai marziani, ma, purtroppo, i marziani ancora non li abbiamo “scoperti” (forse, per fortuna, perchè magari scopriamo che sono più cattivi di noi).

Il Rinascimento europeo del XVI secolo avvenne grazie e, soprattutto, a seguito della “scoperta” delle Americhe. L’Europa ebbe materie prime e nuovi sbocchi commerciali (dopo aver depredato e sterminato le popolazioni locali – i “famosi” nativi americani).

E oggi, anno domini 2020, che nuovi mercati ci andiamo ad inventare?

Nel mondo ci sono due miliardi di “benestanti” (500 milioni di europei, 300 milioni di nordamericani, 200 milioni di sudamericani, 300 milioni di cinesi, 200 milioni di indiani, 500 milioni di classe media sparsa di qua e di là) e cinque miliardi e mezzo di poveri, soprattutto nel sud del mondo, in particolare in Africa.

Non bisogna avere un master in economia per capire che, consentendo a cinque miliardi di poveri di avere redditi dignitosi, si rimetterebbe in movimento l’economia mondiale.  Ma per consentire questo OCCORRE RIVEDERE IL NOSTRO MODELLO DI VITA.

Modello di vita basato sul colonialismo prima (Spagna, Portogallo, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, anche Italia), con lo sfruttamento dei “poveri negri” (portando loro la “nostra civiltà sviluppata”) e sul neo-colonialismo poi. Il neo-colonialismo è ancor più vigliacco, basato su una finta indipendenza di molte nazioni, che in realtà sono tele-comandate dalle potenze mondiali, dalle società multinazionali e dalla grande finanza.

Il neo-colonialismo mantiene miliardi di persone nella povertà. Povertà che INUTILMENTE le organizzazioni non governative, la FAO ed il World food programme (appena insignito del premio Nobel per la pace) cercano di debellare. E’ come svuotare il mare con un bicchiere. Con una mano rubiamo le risorse agricole, minerarie ed umane di mezzo mondo, con l’altra mano facciamo L’ELEMOSINA.

Se non prenderemo coscienza di questo, NON USCIREMO più dalla profonda crisi generata da Covid-19. Già stavamo con fatica risalendo la china della crisi del 2007-2008, questa pandemia ci sta dando la mazzata finale.

Troppo catastrofismo?  Qui è stata proposta una SOLUZIONE, una terapia che potrebbe funzionare, ma se non si vuol prendere atto della DIAGNOSI, mai ne usciremo.

Quando l’acqua di abbassa, in riva al mare affiorano gli scogli, e ci si fa male. Cos’altro deve accadere per farcelo capire?

Breve storia dell’economia e dell’industria elettronica italiana (seconda parte)

Leggiamo da “Ilfattoquotidiano.it”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/20/quasi-600-posti-in-bilico-alla-jp-industries-di-fabriano-ieri-lannuncio-della-mobilita-stupore-di-sindacati-e-governo/5905787/

L’ennesimo episodio di cattiva industria in Italia. L’ennesimo episodio di affaristi che rilevano imprese semi-fallite, si fanno dare soldi dallo Stato per tenerle artificialmente in vita (con la complicità di sindacalisti che a tutto pensano meno che a fare gli interessi degli operai), e, dopo qualche tempo mettono in cassa integrazione i propri dipendenti, o li licenziano, o delocalizzano, o cedono il marchio a qualche ulteriore affarista asiatico o chiudono definitivamente.

Un film già visto decine di volte negli ultimi venti anni, come già esposto nella prima parte di questo testo.

Da una classe di im-prenditori degli anni ’50/’60/’70 del secolo scorso (che rischiavano anche soldi propri) siamo passati ad una classe di soli PRENDITORI degli anni 2000.

Con la complicità di politici e sindacalisti, che, maneggiando soldi pubblici come fossero propri (per sostenere queste aziende decotte) , ottengono in cambio potere e visibilità.

Questa è l’ Italia.

Ma poi non lamentiamoci e strappiamoci le vesti se

  1. non abbiamo più una industria automobilistica nazionale (FCA è stata assorbita da PSA, e peraltro aveva già sede legale a Londra ed in Olanda)
  2. non abbiamo più una industria nazionale del “bianco” (elettrodomestici); le ultime , Merloni e Candy, sono ora di Whirlpool e Haier
  3. non abbiamo più una industria informatica italiana; il gruppo Olivetti, dopo varie peripezie , non esiste più
  4. non abbiamo più una industria telematica italiana. Vi dice niente il marchio Italtel?
  5. non abbiamo più una industria elettronica italiana, grazie ai famosi PRENDITORI di cui sopra, che sono quasi tutti a piede libero
  6. non abbiamo (quasi) più una industria chimica italiana. Dopo la mancata fusione di Montedison con Enichem (che ha prodotto, tra l’altro, la “misteriosa” morte dei loro dirigenti di allora) sono rimaste solo piccole-medie realtà che nulla possono contro gli altri colossi europei, americani ed asiatici

E’ rimasto , a competere a livello internazionale, solo il gruppo LEONARDO (ex-Finmeccanica), che peraltro lavora nell’industria militare (pardon , DELLA DIFESA, guai a parlare di militare, non sta bene) e non è proprio il massimo farsi vanto di produrre sistemi d’arma, missili, bombe, siluri, aerei che ammazzano le persone. Ok, dirà qualcuno, ma l’industria militare produce anche per l’aerospazio, per il settore dei satelliti e delle esplorazioni marziane. Giustissimo. Ma ricordiamoci che l’industria aerospaziale è una “ricaduta” pacifica (non sempre) dell’industria militare.

Dimenticavo FINCANTIERI (produzione di navi da crociera e navi militari), ma il contributo in termini di manodopera è assai esiguo.

Abbiamo una buona industria farmaceutica, ma sono quasi tutte succursali di multinazionali estere; di italiano c’è rimasto poco. Come non sono più italiane molte altre industrie nei settori dell’alimentare, del lusso, dell’abbigliamento e di molti altri settori. Le aziende straniere presenti in Italia (comunitarie o extra-comunitarie) ci trattano come un paese delle banane e delocalizzano senza nemmeno chiederci il permesso.

E dopo questo non esaltante quadretto, ci stupiamo perché i nostri giovani non trovano lavoro. E dove dovrebbero lavorare, a parte fare i braccianti agricoli sotto caporalato, telefonare a casa nostra dai call-center o consegnare pasti a domicilio?

Il lavoro non si crea per decreto. Giusto. Ma in un paese serio quelli che DISTRUGGONO IL LAVORO dovrebbero marcire nelle patrie galere.

Servono capitali. Subito.

In questi giorni di post-emergenza Covid , in molti stanno facendo proposte, su quali strade percorrere per uscire dalla profonda crisi economica in cui si trova l’Italia, l’Europa , il Mondo.

In molti, in Italia, specialmente sulle pagine di riviste ed allegati di tema economico-finanzario, propongono di creare dei fondi “sovrani” (o privati) per raccogliere capitali da investire nel tessuto produttivo italiano.

Questa è un’ ottima idea; di questo hanno bisogno le PMI (piccole e medie imprese) italiane: esse hanno necessità di capitali “freschi”, per far fronte alla crisi di liquidità dovuta al blocco dei commerci, al blocco di alcune produzioni, al blocco della mobilità e di alcuni servizi, dall’8 marzo all’8 giugno 2020.

Lo sanno anche i sassi che le PMI italiane sono sottocapitalizzate.

Specialmente le piccole imprese, che quasi sempe nascono da ex-operai, ex-impiegati o manager che si mettono in proprio per perseguire una loro idea, utilizzando il TFR (trattamento di fine rapporto) e/o denaro prestato da amici o parenti, e poi devono combattere con i cattivi pagatori (tra cui lo Stato italiano).

Le medie imprese stanno messe meglio, in quanto riescono a raccogliere capitali nel mercato finanziario nazionale ed internazionale. Spesso intervengono “business angels”, investitori con capitali di rischio.

La raccolta di fondi rivolti alle PMI non è una novità. Ricordiamo i recenti PIR.

Ma oggi, in tempi di rendimenti molto bassi per i titoli di stato e di grosse necessità da parte delle PMI, è doveroso tentare di far incontrare domanda e offerta, cioè le esigenze di investimento dei risparmiatori privati con le esigenze di liquidità delle PMI.

Una premessa è necessaria.

In Italia c’è una grande necessità di trasparenza e di ripresa della fiducia nei confronti del sistema finanziario e bancario.

Migliaia di persone si stanno ancora leccando le ferite a seguito della bancarotta di varie banche italiane, a cominciare dal Monte dei Paschi di Siena, passando per Banca Etruria, Banca Marche, Banca popolare di Vicenza e arrivando alla Banca popolare di Bari.

Storie diverse , con un minimo comun denominatore: la disinvoltura dei dirigenti delle banche, che hanno truffato clienti, obbligazionisti ed azionisti, per reperire risorse che dovevano coprire spericolate operazioni di compravendita di altre banche o che dovevano semplicemente coprire le loro incapacità gestionali.

In tempi di bassa inflazione, diventa dura fare utili per una banca. Quando l’inflazione era al 20% (anni ’80 dello scorso secolo) era facile camuffare le inefficienze gestionali attraverso gli interessi attivi e passivi. Ora ciò non è più possibile, e le banche si inventano ogni giorno dei metodi per migliorare i loro bilanci, metodi a volte leciti, a volte molto meno leciti.

E allora, come si fa a convincere un cittadino risparmiatore a “cacciare” un po’ di soldi, soldi gelosamente custoditi sul conto corrente bancario (se non sotto il materasso)?

Soldi a volte sottratti allo Stato.

Eh sì, diciamo come stanno le cose. L’Italia ha uno dei debiti pubblici più alti al mondo, mentre gli italiani hanno una delle quote di risparmio privato più alte al mondo.

Non bisogna essere Sherlock Holmes per capire che nel corso di alcuni decenni gli italiani hanno sottratto soldi allo Stato e li hanno messi nelle loro cassette di sicurezza.

In che modo? Milioni di “pensioni-baby” (gente che è andata in pensione a 40 anni), di finte pensioni di invalidità (centinaia di finti ciechi che guidano l’automobile), di truffe allo Stato da parte di pseudo-imprenditori (ma veri prenditori), di gente che ha preso (e continua a prendere), vitalizi, contributi, casse-integrazioni perpetue, indennità di vario tipo.

Tutto questo con un occhio tollerante da parte della classe politica italiana al potere durante la Guerra fredda (1945-1990) . Per contenere il “pericolo rosso” (in Italia c’era il più grande Partito comunista europeo) è stata mantenuta al potere una classe politica spesso inefficiente e corrotta, che ha scambiato milioni di voti con centinaia di miliardi di lire “a pioggia”, creando un debito pubblico mostruoso.

La teoria è convalidata dal fatto che dopo il crollo del Muro di Berlino (1989), quella classe politica italiana non era più necessaria per “combattere il comunismo”, ed è stata spazzata via da Mani pulite nel 1992-1993. Il buon Antonio di Pietro è stato anche uno strumento per cacciare politici ormai inutili.

Adesso molti di questi soldi sottratti allo Stato (e passati dai nonni ai figli ed ai nipoti) giacciono improduttivi sotto il materasso o nei conti correnti bancari.

Gli operatori della finanza si fregano le mani di fronte a questo gruzzoletto (si parla di 1500 miliardi di Euro nei soli conti correnti), che fa da garanzia al mostruoso debito pubblico; esso era pari a 2450 miliardi di Euro a inizio 2020 ed arriverà a circa 2600 miliardi a fine 2020, considerando gli ultimi provvedimenti governativi, TUTTI a debito.

Giustamente oggi, giugno 2020, TUTTI vogliono un contributo dallo Stato: commercianti, artigiani, imprenditori, cassaintegrati, disoccupati, lavoratori a nero. Giusto e sacrosanto, mica possiamo morire di fame.

Ma lo Stato, già gravato dal debito pubblico di cui sopra, dove li va a prendere tutti questi soldi, da distribuire ai cittadini affamati? I soldi lo Stato li prende dalle tasse, ma se i cittadini NON lavorano, o lavorano poco (per via dell’emergenza Covid), non pagano tasse. Il gatto si morde la coda.

E allora, in questo momento critico, dobbiamo incrementare il lavoro produttivo. Dobbiamo supportare le imprese agricole, artigiane, industriali, commerciali e dei servizi, per far ripartire l’ economia e il Paese.

E quindi ritorniamo all’inizio.

Per creare un fondo di investimento nazionale per le PMI, occorre ricreare FIDUCIA nel sistema finanziario italiano.

Fiducia che si ottiene facendo funzionare la GIUSTIZIA, dimodoché i mariuoli vadano in galera e rimangano sul mercato solo le persone serie ed oneste.

Ma i mariuoli della finanza NON vanno in galera da nessuna parte del mondo, manco nei “mitici” Stati uniti d’America , figuriamoci in Italia. I mariuoli della finanza NON vanno in galera perché sono ben protetti dal “sistema”. Come si dice a Roma, “ tra cani, nun se mozzicano”.

E allora? Come al solito, occorre avere pazienza e determinazione, ottimismo della volontà, lavorare ogni giorno per il cambiamento.

La lamentele da bar (o da vagone del treno) e gli sfoghi su WhatsApp non servono a nulla.

Rimbocchiamoci le maniche.

Una nuova visione del mondo

Italia, 8 giugno 2020:    le persone ricominciano spostarsi tra le regioni, l’economia riparte, la fase critica della pandemia Covid-19 sembra per il momento alle spalle. Sono passati tre mesi dall’inizio della  “clausura”.

Più di trentamila morti (ufficiali) in Italia e tre mesi di sacrifici speriamo siano serviti a farci riflettere sulle cause della pandemia e su cosa dobbiamo fare per combattere le pandemie future.

Molti hanno detto e scritto che l’aggressione e la devastazione degli ambienti naturali perpetrata dagli esseri umani altera gli equilibri ed i rapporti tra animali ed esseri umani, favorendo le pandemie.

procione

pappagalli

L’ attuale pandemia  deve indurci a ripensare la nostra visione del mondo, dell’economia, della società.

Il XX secolo è stato il secolo delle guerre mondiali, della contrapposizione destra-sinistra  e nord del mondo-sud del mondo, del prepotente fenomeno del consumismo, della perenne lotta dei  poveri contro i ricchi per una migliore redistribuzione delle risorse.

I ricchi accusano i poveri di essere scansafatiche e li invitano a rimboccarsi le maniche per partecipare al “banchetto” consentito dal liberismo economico. I poveri accusano i ricchi di appropriarsi delle ricchezze del pianeta e di sfruttarne le risorse umane.

Come spesso accade,  la verità sta nel mezzo. L’economia non può fare a meno degli imprenditori, persone che rischiano i loro soldi  ( e quelli che riescono a reperire sul mercato –  spesso  soldi pubblici) per creare imprese e lavoro. Nello stesso tempo i lavoratori subordinati chiedono certezze sul loro posto di lavoro e redistribuzione dei guadagni ottenuti dalle imprese,  per ottenere più equità sociale, soprattutto  per chi è rimasto indietro.

Una delle sfide del XXI secolo è la  redistribuzione, a favore del sud del mondo,  di parte delle ricchezze accumulate nel nord del mondo, dopo secoli di colonialismo, genocidi dei popoli sottomessi, rivoluzioni industriali e tecnologiche, predominio della finanza speculativa.

Per chi fosse poco attento alle vicende economico-finanziarie, giova ricordare che il debito mondiale ha raggiunto quest’anno (fonte:  “Affari e Finanza de La Repubblica” del 9 marzo 2020) la stratosferica cifra di 253mila miliardi di dollari, pari al 322,4% del PIL mondiale. In poche parole, la crescita economica del secondo dopoguerra (l’era del consumismo :  1950-2000) è stata fatta a caro prezzo, a debito,  soprattutto a carico delle future   generazioni.

Oggi, giugno 2020, tutti si affanno e si interrogano su come ripartire dopo l’emergenza pandemica, che ha bloccato e messo in ginocchio l’economia mondiale.

Questa crisi ha messo in luce questioni già evidenti da almeno vent’ anni, a che ora non possono più  essere più nascoste.

L’attuale modello economico è da rivedere completamente, ed anche alla svelta.

L’economia cosidetta “lineare” (estrazione risorse > produzione > consumo > smaltimento prodotti e rifiuti ) ha fatto il suo tempo. Non è possibile crescere all’infinito in un pianeta finito: lo capisce anche un bambino, ma gli economisti, ed i politici che reggono le sorti del mondo,  non lo capiscono ( o fanno finta di non capirlo).

Da diversi anni non si fa che parlare e scrivere di ECONOMIA CIRCOLARE.

A parole sono tutti diventati ambientalmente sostenibili, verdi, attenti all’ambiente ed “economisti circolari”;   tanto a proclamarsi tali non costa nulla. Chi non sarebbe d’accordo sulla protezione dell’ambiente, sulla pace del mondo, sulla ricerca della felicità?

Ma  proteggere l’ambiente e la società COSTA FATICA, LAVORO e SOLDI, perché occorre spendere denaro per ripensare i  processi produttivi e gli stili di vita e di consumo. Difendere la pace nel mondo significa eliminare il più possibile i fattori di conflitto tra i popoli, che quasi sempre sono conflitti per l’accaparramento di risorse e/o guerre tra ricchi e poveri; anche le guerre di religione sono quasi sempre guerre camuffate di  poveri contro  ricchi e vice-versa.

Economia circolare significa soprattutto  riprogettare prodotti, servizi  e cicli produttivi, per realizzare oggetti e macchinari più durevoli, fuori dalla logica della obsolescenza programmata e dell’usa e getta.

automobili

Prodotti più durevoli, che seguano la logica PAAS (product as a service – prodotto come servizio):

  1. invece di vendere la lavabiancheria, vendiamo il servizio di lavaggio, noleggiando la lavatrice al cliente finale e facendo assistenza tecnica
  2. invece di vendere automobili, le aziende costruttrici devono vendere “mobilità”, cioè farmi andare dal punto A al punto B con il metodo più veloce, economico e confortevole, utilizzando sia mezzi privati che pubblici (multimodalità)
  3. invece di vendere luce o gas, le aziende energetiche mi devono vendere un servizio di energia efficiente ed efficace, anche attraverso l’ottimizzazione dei miei sistemi domestici e della coibentazione della mia casa

bici

bus

Questa è la sfida del XXI secolo. La sfida di un mondo sempre più affollato (10 miliardi di persone al 2050) ed affamato (anche energeticamente). Se non faremo questo,  un triste destino ci attende: miliardi di persone impoverite e incattivite si faranno la guerra tra di loro, fino ad arrivare all’olocausto finale.

E non abbiamo ancora  menzionato la grave crisi climatica che incombe!

Dobbiamo fare una battaglia culturale per uscire dall’intossicazione consumistica, la cui cifra è rappresentata dall’ “ideologia del supermercato”.

Durante l’emergenza Covid-19 mi è capitato di vedere  code chilometriche di persone per fare la spesa al supermercato, mentre i negozi di alimentari “di vicinato” hanno continuato a lavorare ed a fornire un servizio senza code e senza affollamenti. Le persone non si rendono conto che il risparmio sul  prezzo  dei prodotti acquistati al supermercato (10-20%?) viene vanificato dal tempo speso nelle file: QUANTO VALE UN’ORA DEL MIO TEMPO?

Siamo talmente allucinati dall’attrattiva dell’ipermercato e del supermercato da dimenticare i fatti fondamentali della vita. E andando al supermercato spesso compriamo più prodotti di quelli necessari, intasando armadi e dispense  con cose a volte inutili.

Ormai anche nella grande città è possibile trovare un gruppo di acquisto più o meno solidale o un contadino che porta al mercato rionale la frutta e la verdura del proprio orto. Al supermercato andiamoci una volta ogni tanto, per acquistare la carta igienica o la scatoletta di tonno.

Un altro aspetto importantissimo,  che ci deve far riflettere: la pandemia ha costretto milioni di persone, tra lavoratori e studenti, ad interagire da casa con il proprio computer.  Sono trent’anni che si parla di telelavoro. Ora si parla di “smart working”,  non solo per fare gli anglofili.

Dobbiamo passare dal lavoro “a ore” al lavoro “intelligente”, pagato per obbiettivi e risultati raggiunti.

Io non devo essere pagato per le  8 ore al giorno, le 40 ore a settimana che trascorro in ufficio, ma in funzione dei risultati che ottengo.

Questo è un grosso cambiamento, ma la strada è tracciata.

E poi, come dicono in molti, il lavoro a distanza consentirà, se ci sarà la volontà di farlo, di ripopolare i bellissimi borghi dell’Italia. Non tutti i lavori ovviamente , ma molti lavori si potranno fare restando nel proprio  paesello di collina o di montagna, recandosi presso la propria azienda saltuariamente e non tutti i giorni come avviene oggi.

In conclusione, i tre mesi terribili appena trascorsi (8 marzo 2020 “inizio clausura” – 8 giugno 2020 “fine clausura”) non devono essere passati invano.

Approfittiamone per cambiare in meglio le nostre vite.

 

 

 

 

 

The Eichmann show (e dintorni)

Ieri sera, martedi 12 maggio 2020, la rete televisiva RAI5 ha trasmesso il film “The Eichmann show – il processo del secolo”; il film,  realizzato nel 2015 , racconta la preparazione e lo svolgimento delle riprese televisive del processo ad Adolf Eichmann svoltosi nel 1961 in Israele.

Adolf Eichmann “Col grado di SS-Obersturmbannführer era responsabile di una sezione del RSHA; esperto di questioni ebraiche, perseguendo la cosiddetta soluzione finale organizzò il traffico ferroviario per il trasporto degli ebrei ai vari campi di concentramento. Sfuggito al processo di Norimberga, si rifugiò in Argentina, dove venne individuato e rapito dal Mossad per essere processato in Israele e condannato a morte per genocidio e crimini contro l’umanità”(fonte Wikipedia – licenza Creative Commons).

Il citato film si conclude con un protagonista del processo che recita il seguente passo:

Chiunque di noi abbia pensato di essere stato creato da Dio migliore di qualsiasi altro essere umano, si è trovato nella stessa condizione di Eichmann; e chi di noi ha consentito che la forma del naso di un’altra persona o il colore della sua pelle o la maniera in cui venera il proprio Dio avvelenassero i propri sentimenti, ha conosciuto la perdita di senno che ha condotto Eichmann alla sua follia, perché è così che tutto è cominciato per coloro che hanno commesso questi orrori”.

Non conosco il nome di chi abbia scritto e pronunciato queste parole, ma esse devono fungere da monito per tutti noi. Un Eichmann alberga dentro ognuno di noi, ogni qual volta guardiamo qualcuno sentendoci superiori.

Un Eichmann alberga dentro ognuno di noi, pronto a risvegliarsi, specialmente in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo.

La pandemia globale sta acutizzando questioni già attive da anni. Finita l’era del “bengodi” del consumismo (1950-2000), stiamo vivendo tempi di recessione, i ricchi della “Web economy” si arricchiscono sempre di più, il popolo si impoverisce sempre di più e scompare progressivamente la “classe media”.

Milioni di persone provenienti da Africa ed Asia si dirigono verso la “fortezza Europa”, per fuggire da fame, miseria, malattie, guerre, guerre in parte create anche dai postumi del colonialismo e del neo-colonialismo.

Gli europei, sempre più impoveriti ed impauriti dai migranti che premono alle porte, cercano un capo che li rassicuri e gli prospetti un futuro migliore. Ma questo è già successo esattamente cento anni fa, proprio in Europa. Con la differenza che allora la paura proveniva dalle proteste operaie e contadine e dal pericolo della rivoluzione bolscevica. In Italia il periodo è conosciuto come “il biennio rosso”.

Sappiamo come è andata a finire.

Ma la razza umana è dotata di memoria molto corta. Bastano 20-25 anni (una generazione) e ci si dimentica tutto. Figuriamoci cento anni.

Adolf Hitler ha sapientemente manipolato le paure e le ambizioni del popolo tedesco per portarle alle estreme conseguenze, che ben conosciamo. Ma la storia si ripete. Anzi, si è già ripetuta, in Europa, sì, proprio nella vecchia Europa.

Slobodan Milosevic, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, voleva creare la “grande Serbia”. Prima la guerra sanguinosa con la Croazia, poi quella ancora più sanguinosa all’interno della Bosnia-Erzegovina, infine quella con il Kosovo, culminata con l’intervento dell’Italia e della NATO. Anche nostri aerei (italiani) hanno bombardato Belgrado.

Il tutto a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste adriatiche, il tutto inframmezzato da stupri e massacri etnici, sopra tutti quello del luglio 1995 a Srebrenica, dove in una sola notte vennero massacrati 7000 maschi bosniaci musulmani, con la colpevole complicità di soldati della NATO, fuggiti prima dell’arrivo delle truppe del sanguinario generale Mladic.

In Europa abbiamo assistito inermi e disinteressati all’ascesa del “piccolo Hitler” Slobodan Milosevic. Per assurdi ed anacronistici giochi e veti politici tra i vari stati abbiamo consentito che negli anni ’90 del XX secolo si ricreasse, dentro la vecchia Europa, una situazione che si pensava finita per sempre 45 anni prima.

Dopo l’Olocausto di sei milioni di ebrei, in molti hanno detto MAI PIU‘. Eppure è successo di nuovo in Europa, solo 45 anni dopo.

Oggi ho ripreso in mano il mio libro di storia del liceo: “Storia contemporanea” di Rosario Villari, Editori Laterza (1970-1972), manuale per le classi quinte della scuola media superiore.

Nel capitolo XIII si parla di “Espansione coloniale e rapporti intenazionali”, con riferimento ai fatti del XIX secolo. A pagina 321, una frase recita così: “la dottrina imperialistica affermava la superiorità di determinate razze e nazioni nei confronti degli altri popoli della terra. Poiché questi ultimi (i popoli del sud del mondo, n.d.r.) erano incapaci di utilizzare le ricchezze dei loro paesi, le nazioni “superiori” rivendicavano il pieno diritto di impadronirsene”.

Questa frase, al di là delle opinioni politiche e filosofiche dell’autore, credo possa essere ampliamente condivisa, come fatto storico. La Gran Bretagna, la Francia e le altre nazioni europee si sono lanciate, nel XIX secolo, alla conquista di quanti più territori possibile, per accaparrarsi materie prime, manodopera (anche schiavi) e mercati di sbocco. Nel XX secolo vale lo stesso per USA, Russia e Repubblica popolare cinese.

La filosofia nazista prende le mosse dalla storia, dalla filosofia e dalla cultura del XIX secolo. Adolf Hitler è il prodotto di cento anni di presunta superiorità della “razza ariana” sulle altre “razze” umane. La filosofia tedesca, le acciaierie della Krupp, il delirante misticismo hitleriano hanno creato un micidiale mix che ha portato alla Seconda guerra mondiale ed all’Olocausto.

La frase conclusiva del film “The Eichmann show” deve risuonare come monito per tutti noi, ogni mattina che ci svegliamo.

Vivo da quattro anni in un quartiere multietnico. E quello che ho scritto vale anche per me. Se comincio a guardare il mio vicino storcendo il mio naso per il colore della sua pelle o perchè parla ad alta voce in una lingua che non conosco, allora un piccolo Eichmann sta nascendo dentro di me.

 

 

Quale futuro vogliamo ( seconda parte)

Federico Rampini, in un articolo comparso lunedi 23 marzo 2020 in “Affari & finanza”, allegato settimanale de La Repubblica, ci racconta come la Grande Pandemia che stiamo vivendo in queste settimane stia mettendo in discussione decenni di globalizzazione.

Il processo era già iniziato un paio di anni fa, quando Donald Trump diede inizio alla”guerra dei dazi” nei confronti della Repubblica popolare cinese.

In molti hanno descritto pregi e difetti, vantaggi e svantaggi della globalizzazione. Come la descrive Wikipedia? “Fenomeno di crescente interdipendenza delle economie e dei mercati internazionali”.

Mi sembra una buona descrizione.

A fine anni ottanta (dello scorso secolo) la produzione di automobili, elettrodomestici, personal computers ed altri apparati elettronici ed industriali, avveniva prevalentemente nel nord America, in Europa, in Giappone e sud Corea.

Con la caduta del Muro di Berlino (1989) ed il conseguente disfacimento dell’impero sovietico, una parte delle produzioni sono state trasferite nell’Europa dell’est, per sfruttare il minor costo della manodopera, peraltro qualificata; le industrie erano più inquinanti di quelle dell’Europa occidentale, ma poco importava.

In quegli anni , Deng Xiaoping, allora capo della Repubblica popolare cinese, lanciò “l’economia socialista di mercato”. In sostanza disse ai cinesi: lavoriamo sodo ed arricchiamoci, mantenendo l’organizzazione statale del Partito comunista cinese.

MAO

Aprì il mercato interno alla tecnologia ed ai capitali “occidentali”, costringendo gli investitori stranieri che volevano andare in Cina ad aprire “joint ventures” con il 50% di capitale cinese.

Migliaia di fabbriche nordamericane ed europee vennero trasferite. In vent’anni la Repubblica popolare cinese ha fatto quello che Europa e nord America hanno fatto in cento anni, una crescita poderosa ed accelerata, grazie senz’altro alla grande operosità cinese, ma anche, e soprattutto, al differenziale di costo della manodopera ed alla mancanza di “lacci e lacciuoli” presenti in “occidente”: normative ambientali, diritti sindacali, tutela della proprietà intellettuale, un sistema giuridico indipendente dal potere politico.

Fu un “bengodi” per le grandi imprese multinazionali, che riuscirono a recuperare grandi margini di redditività in un mercato sempre più saturo e competitivo. Ma tuttoha un prezzo: Pechino e le grandi città cinesi fino a dieci anni fa erano avvolte da una impenetrabile coltre di smog, come si vedeva a Milano negli anni ’60 (per non parlare dei fiumi e torrenti con schiume di vari colori).

porto

La Repubblica popolare cinese ha replicato (moltiplicato per venti) il famoso “miracolo economico” italiano.

Esattamente come accadde in Italia, milioni di cinesi si riversarono dalle campagne ai grandi agglomerati urbani ed industriali, verso la costa orientale. Un esodo biblico.

Per vent’anni i cinesi hanno prodotti manufatti di basso e medio livello, spesso copie dei manufatti “occidentali”. Poi, l’iniezione di tecnologia e di brevetti, derivante dalla comproprietà al 50% delle imprese, ha generato una imprenditoria autoctona di spessore. Ora i cinesi producono allo stesso livello, e forse anche meglio, dei loro concorrenti globali. Sono diventati “la fabbrica del mondo”.

Tutto questo fino a febbraio 2020.

NO U TURN

Il virus pandemico Covid-19 (o Sars-Cov-2, come lo chiamano gli scienziati) sta rimescolando tutti gli equilibri fin qui raggiunti.

Ci siamo accorti, con un costo sociale di migliaia di morti, che i “dispositivi di protezione individuale” (le mascherine, le tute speciali e gli altri accessori) venivano prodotte quasi esclusivamente nella Repubblica popolare cinese. Cioè, a forza di trasferire in Estremo oriente tutte (o quasi tutte) le produzioni di medio-basso livello, in Europa non si trovava più una mascherina chirurgica (figuriamoci quelle di livello superiore, le “famose” FFP2/FFP3).

Da un paio di settimane, come in una economia di guerra, decine di imprese “occidentali” hanno riconvertito le loro produzioni (che peraltro in queste settimane non venivano acquistate da nessuno) per realizzare mascherine di varie fogge, detergenti per le mani, reagenti per tamponi, ventilatori e respiratori per sale di rianimazione ospedaliere.

Come già accaduto nel recente passato, il sistema economico contemporaneo non è capace di programmare e di prevedere. Certe produzioni, da considerare strategiche, non andavano trasferite completamente all’estero: una quota di esse doveva restare in loco.

Una crisi internazionale dovuta a conflitti, una guerra dei dazi, una pandemia, un cataclisma naturale, mettono in seria difficoltà gli scambi internazionali.

Esattamente quello che sta accadendo da un paio di mesi.

Tutti i  “guru” economici, plurilaureati con master nelle più prestigiose università, non hanno mai ben consigliato i grandi leaders mondiali (o forse ci hanno provato, con scarsissimi risultati), cercando di far capire che una eccessiva “interdipendenza delle economie e dei mercati internazionali” (vedere sopra) poteva essere molto pericolosa.

In tutti i “sacri testi” sulla gestione d’impresa sta scritto CHE NON BISOGNA MAI DIPENDERE DA UN UNICO FORNITORE E/O DA UN UNICO CLIENTE. Se viene a mancare, per un qualsiasi motivo, il mio unico fornitore e/o il mio unico cliente, sono fregato. Ebbene, con tutto il fior fiore di imprenditoria e di grossi cervelli presenti in “occidente”, abbiamo fatto la figura degli scemi, trasferendo gran parte della componentistica industriale (quando non intere filiere produttive) in Cina e nei paesi limitrofi.

Aspettando che i produttori “nostrani” di mascherine ottengano le autorizzazioni dell’Istituto superiore di sanità, andiamo a pregare i cinesi che ci regalino o vendano i milioni di pezzi necessari al sistema sanitario italiano sotto pressione per l’emergenza pandemia.

E cosa accadrà dopo?

USA

Tornando a Federico Rampini, egli prevede che probabilmente andremo da un estremo all’altro. Dalla globalizzazione all’autarchia. La tendenza, già comparsa con la “guerra dei dazi”, a riportare in patria le produzioni delocalizzate, subirà una forte accelerazione.

Saranno contenti lavoratori e sindacati (silenti nel corso degli ultimi trent’anni), che vedranno risorgere fabbriche e produzioni, ma con costi generali assai più elevati (manodopera, normative ambientali ecc.)

L’autarchia darà nuova spinta ai nazionalismi (pardon, ora si chiamano “sovranismi”), già spiccatamente presenti in molte nazioni europee, negli Stati uniti d’America, in Russia, in Brasile.

I nazionalismi, purtroppo, non portano mai nulla di buono. Nel corso del XX secolo hanno portato  due guerre mondiali e a decine di milioni di morti.

Mentre ha un senso riportare in patria alcune produzioni strategiche (ad esempio, i presidi sanitari e chirurgici, gli apparecchi elettromedicali), la tendenza all’autarchia, a rinchiudersi nei propri confini, ci riporterà indietro di cento-duecento anni.

Come spesso accade, occorrerà trovare una sintesi tra le due posizioni estreme (globalizzazione vs. autarchia). Ciò presuppone una classe politica e dirigente mondiale di alto livello, che francamente fatichiamo a riscontrare. Lo vediamo nel corso delle sedute plenarie dell’ONU o del suo Consiglio di sicurezza, ente praticamente inutile, considerato che i veti incrociati dei suoi membri permanenti (USA, Repubblica popolare cinese, Russia, Gran Bretagna, Francia) lo portano  sempre  all’inconcludenza.

La politica e l’economia mondiale, tra l’altro, non vengono decise dall’Organizzazione delle nazioni unite, ma dalle imprese multinazionali e dai grandi stati nazionali come Repubblica popolare cinese, Russia e Stati uniti d’America.

prato

Resta comunque in capo ai singoli individui la responsabilità di decidere dove andrà il mondo; ognuno di noi può e deve agire nel sociale per indirizzarne i comportamenti, attraverso

  1. la partecipazione alla vita civica della propria comunità
  2. il “voto con il portafoglio” (scegliere se e che cosa acquistare)
  3. il diritto di voto all’elezioni locali, nazionali ed europee
  4. l’informazione e l’autoformazione: la complessità del futuro che ci attende impone una cittadinanza preparata ed attenta

Una soluzione per raggiungere questi obiettivi, ampliamente dibattuta, può essere quella della “patente per votare”: per poter decidere chi sono i nostri rappresentanti politici occorre dimostrare di avere una conoscenza di base delle regole democratiche e della vita sociale.

Non si capisce perché per guidare un autoveicolo siamo costretti a superare un esame teorico ed una prova pratica, mentre per dare un incarico a coloro che debbano guidare un comune, una regione, una nazione, un continente non è necessario alcun requisito.

Già oggi esistono limitazioni al diritto di voto; ad esempio, occorre avere compito 18 anni. Quindi si riconosce che per poter votare occorre raggiungere un minimo di maturità, che si presume sia raggiunta da una certa età in poi.

nave

Temi complessi, ma che occorre affrontare. Il pianeta Terra è come una grande nave da crociera in mezzo all’oceano, con sette miliardi e mezzo di passeggeri: dobbiamo avere fiducia nell’equipaggio e mai affideremmo la nave ad un comandante e a degli ufficiali irresponsabili (anche se purtroppo è già successo………..).