AIUTIAMOLI, VERAMENTE, A CASA LORO

11 maggio 2021. Stefano Zurlo, giornalista del quotidiano “Il Giornale”,  oggi conduce il programma “Prima pagina” di RAI Radio 3, rassegna stampa quotidiana, che ogni settimana vede alternarsi alla conduzione un  giornalista diverso.

Stefano Zurlo ci parla dei nuovi scontri riaccesi a Gerusalemme tra israeliani ed arabi, per poi passare ai ripresi attraversamenti del Mediterraneo centrale, da parte di centinaia di migranti su barchini e barconi.

Come ogni anno, con l’avvicinarsi dell’estate, riprendono numerosi i viaggi della speranza dall’Africa verso Lampedusa, in particolare da Libia e Tunisia. Pare che in Libia ci siano circa 900mila profughi in attesa di attraversare il mare, di cui circa 70mila già sulle coste pronti a partire.

Da dieci anni la Libia è in una perenne guerra civile, fomentata negli ultimi anni dalle mire espansionistiche di Russia, Turchia, Francia ed altri stati della penisola arabica. In questo caos,  i trafficanti di esseri umani sono diventati una forza economica e politica che tratta alla pari con i governi al potere in Tripolitania ed in  Cirenaica. Esattamente come in Messico ed in Colombia, dove i trafficanti di cocaina condizionano pesantemente l’economia e la politica di quelle nazioni, lo stessa accade in Libia, ma con la tratta di esseri umani, redditizia come il traffico di stupefacenti.

La devastante pandemia Covid-19 ha fatto passare in secondo/terzo piano la Grande migrazione, sia in Italia che in Europa. Ma la questione riprende ora il suo posto nelle cronache, con le solite terapie inutili e/o palesemente insufficienti. Ritornano le ipotesi di blocco navale, di redistribuzione di migranti a livello europeo (che fallisce regolarmente), e qualche sparuto “aiutiamoli a casa loro”.

Una radioascoltatrice diceva ieri, sempre a “Prima pagina” (che dopo la conduzione di un giornalista, prevede un  filo diretto con i radioascoltatori), che bisognerebbe incentivare i migranti presenti in Europa a rientrare a casa loro, in particolare coloro che hanno un mestiere o una intenzione di lavoro autonomo o imprenditoriale.

Questa è una delle cose più intelligenti che si siano sentite  negli ultimi anni.

Se vogliamo ridurre drasticamente la Grande migrazione, dobbiamo aiutarli VERAMENTE a casa loro e a far crescere economicamente le loro nazioni.

Ma questo intento, apparentemente semplice da realizzare, prevede in realtà un cambio epocale dei rapporti tra nord e  sud del mondo.

Aiutarli VERAMENTE a casa loro significa rivedere completamente i rapporti che negli ultimi secoli Europa prima, e nord America, Russia e Repubblica popolare cinese (PRC) poi, hanno avuto ed hanno con sud America, Africa e resto dell’Asia.

Il 1492 viene ricordato come l’anno della “scoperta” dell’America, da parte di Cristoforo Colombo (o Cristobal Colòn, come lo chiamano gli spagnoli).  Ma l’America non era un continente privo di esseri umani: era popolato da milioni di nativi che migliaia di anni prima erano passati dalla Siberia all’Alaska attraverso lo stretto di Bering ed avevano popolato TUTTO il continente americano.

E’ noto come i “conquistadores” spagnoli abbiano sterminato, direttamente con le armi e indirettamente con le malattie esportate in America, intere civiltà ed interi popoli di nativi, chiamati poi “indiani” nel nord America ed  “indios” nel sud America;   Cristoforo Colombo era partito per arrivare in India ed invece si era ritrovato in un continente diverso (chiamato provvisoriamente “Indie occidentali”).

Nel corso del XIX secolo,  i coloni europei che si erano insediati in nord America hanno provveduto a sterminare gli “indiani”; ma per le piantagioni di cotone nel nord (e le piantagioni di zucchero, cacao e caffè del centro e sud America) serviva MANODOPERA a basso costo, possibilmente nullo, cioè servivano SCHIAVI. E così nacque un’ imponente tratta di esseri umani dalle coste dell’Africa occidentale verso l’America.

Per  oltre 500 anni, gran parte della ricchezza dell’Europa è derivata dai tesori sottratti ad Aztechi, Maya ed Incas prima,  e poi dai fiorenti commerci in mano alle potenze coloniali ed imperiali dell’epoca, cioè Spagna, Portogallo, Gran Bretagna e Francia. Questo si studia nei manuali di storia in uso nelle scuole medie inferiori e superiori del nostro Paese, ma poi il tutto viene sistematicamente rimosso,  perché sono argomenti assai sgradevoli.

Anche l’Italia si è dotata, a cavallo di XIX e XX secolo, del suo “impero africano”, conquistando Libia, Etiopia, Eritrea e Somalia, massacrando le popolazioni locali esattamente come hanno fatto le altre nazioni europee.

Gli imperi delle principali nazioni europee si estendevano anche e soprattutto nella sterminata Asia: gli attuali Pakistan, India e Bangladesh erano in mano alla Gran Bretagna, l’Indocina era in mano francese, nel corso del XIX secolo la Cina era oggetto di attenzioni di varie nazioni, compresa l’Italia.

Per farla breve, per molti secoli la ricchezza europea è  derivata, oltre che dall’operosità dei suoi abitanti e dai commerci, dallo sfruttamento sistematico di mezzo mondo.

E lo stesso accade ancora oggi, nella forma più  subdola e vigliacca, chiamata NEOCOLONIALISMO.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, molte nazioni si sono liberate dal  giogo straniero, in primis le più popolose India e PRC, per poi essere seguite da molte nazioni africane.

Le nazioni sudamericane avevano conquistato una pseudo-indipendenza già nel XIX secolo, ma sempre sotto la tutela degli Stati uniti d’America (USA), con la famosa “dottrina Monroe”, che considerava il sud America il suo “giardino di casa”.

Ma una sorta di “dottrina Monroe” si è realizzata anche in Europa, dal 1950 in poi, considerando l’Africa, il giardino di casa dell’Europa. Gli stati nazionali africani sono formalmente indipendenti, ma in realtà le classi economiche e politiche al potere, vere e propri oligarchie locali, sono in strettissimi rapporti con le nazioni europee, che ne condizionano l’economia e le scelte.

Le materie prime minerarie, presenti in abbondanza in Africa, in particolare in Africa equatoriale,  per poter essere estratte hanno bisogno della tecnologia delle multinazionali extra-africane; lo stesso accade per le produzioni agricole, spesso monocolture decise dai grandi commercianti internazionali.

Le ricchezze vengano spartite tra le società multinazioni “occidentali” e le oligarchie locali; alla popolazione arrivano solo le briciole.

Nello sfruttamento sistematico delle ricchezze africane si sono inseriti poi USA, PRC, Russia ed altre potenze regionali, come Turchia o Israele. La PRC ha in mano mezza Africa, attraverso anche  finanziamenti alle opere infrastrutturali. Il commercio delle armi resta una delle più fiorenti attività mondiali.

Tutto questo per ricordare che la miseria delle popolazioni africane, asiatiche e sudamericane ha radici lontane.  Il benessere di noi ricchi europei significa la miseria per centinaia di milioni di altre persone.

QUESTO E’ DURO DA RICONOSCERE. Meglio non affrontare il problema. Nascondiamo la sporcizia sotto il tappeto.

E allora in Europa si fa finta di niente, rincorrendo ogni estate “L’ EMERGENZA IMMIGRAZIONE”, facendo loschi accordi con la cosiddetta “guardia costiera libica” o con il dittatore turco, che ricatta  l’Europa tenendo in ostaggio entro i suoi confini alcuni milioni di profughi siriani. E allora andiamo avanti così, perché dovremmo affrontare alla radice il problema?

Se mettessimo fine al NEOCOLONIALISMO, certamente dovremmo rinunciare a qualche SUV da 50mila Euro,  a qualche TV Oled 4K  di ultima generazione, alla tanto pubblicizzata asciugatrice per la biancheria, o alla vacanza alle Maldive, perché significa REDISTRIBUIRE un po’ della ricchezza mondiale, in larga parte occultata nei paradisi fiscali.

Ma il SUV, la TV Oled, l’asciugatrice e la vacanza alle Maldive,  sono veramente INDISPENSABILI? Si può  vivere anche senza?   Certamente si può vivere bene anche senza, ma 50 anni di consumismo (1950-2000), ci hanno abituati male. Ma perché scriviamo 50 anni, se siamo nel 2021?

Il consumismo è finito nel 2000, ma NON LO HANNO DETTO AL TELEGIORNALE.

Il XXI secolo è iniziato sotto il segno di continue crisi economiche sempre più gravi, derivate in larga parte dalla saturazione dei mercati del nord del mondo, mentre il sud del mondo non ha le risorse per partecipare al grande banchetto mondiale.

Il modello economico che ci ha accompagnato per più di due secoli  non funziona più, perché si stanno esaurendo le materie prime e la manodopera a basso costo.

Ma la classe dirigente mondiale, i politici, gli illustri economisti, fanno finta di nulla, non lo spiegano al popolo-servo della gleba, la cui mente è ottenebrata dai social networks.

I popolo si impoverisce sempre più, stiamo tornando indietro di 50 anni, le preoccupazioni spingono a chiuderci in noi stessi ed andiamo dietro ai pifferai magici che ci aizzano verso gli stranieri che vogliono “invadere “l’Europa. Lo stesso ha tentato di fare Donald Trump, nei 4 anni del suo mandato,   con i profughi sudamericani che premono al confine con il Messico.

Se le economie di Africa, sud America e sud dell’Asia fossero più sane e stabili, ci sarebbero molte meno tensioni e conflitti in giro per il mondo, molte meno persone sarebbero tentate di emigrare e di scappare da fame, guerre, malattie, persecuzioni, miseria.

Non vogliamo aiutali a casa loro?

No problem. La prossima presidente francese Marine Le Pen farà da apripista ad una potente svolta autoritaria in Europa. Lo sanno anche i sassi che autoritarismo e nazionalismo portano GUERRA, basta ripassare la storia. Pochi giorni fa abbiamo sfiorato lo scontro tra navi militari inglesi e francesi , per i permessi di pesca intorno alle isole inglesi di fronte alla Normandia. Questo è solo uno dei primi “sottoprodotti” della Brexit. Il prossimo potrebbe essere quello della indipendenza della Scozia e della riunificazione dell’Irlanda, mettendo fine alla “Gran” Bretagna.

Non vogliamo aiutarli a casa loro?

No problem.   Allora mettiamo fine alle ipocrisie e mitragliamo e bombardiamo barchini, gommoni e barconi. E’ già successo presso le isole greche di fronte alla Turchia.

Non vogliamo aiutarli a casa loro? Nemmeno con i vaccini contro Covid-19?

No problem. Rinchiudiamoci nella nostra “fortezza Europa”. Il virus SARS-CoV-2 non guarda in faccia a nessuno, muta continuamente, attraversa il mare, i monti, viaggia in aereo, circola nell’aria e provvederà a darci il meritato castigo per la nostra boria ed il nostro menefreghismo.

FACCIAMOLI ENTRARE LEGALMENTE

Fine aprile 2021.

L’ennesima strage di migranti, affogati nel disperato tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale, dalla Libia alle coste meridionali dell’Italia.

Una storia che si ripete da anni, con finte lacrime di coccodrillo per pochi giorni, poi tutto torna come prima,  nel menefreghismo generale di italiani ed europei.

Sono più di dieci anni che si parla di “emergenza” immigrazione;  chiamarla emergenza è veramente ridicolo.

Siccome il tema è divisivo, e parlarne sembra che favorisca patrioti e nazionalisti, allora anche i progressisti hanno assunto un basso profilo; non ne parliamo più e facciamo finta di niente.

Ma i migranti continuano a tentare di entrare in Europa: in estate ed in inverno, con il bel tempo,  con la pioggia e  con la burrasca. Fuggono da miseria, fame, malattie, guerre, detenzione nei lager libici (anche quelli facciamo finta di non vederli).

E lasciamo da parte le polemiche sulle ONG, se veramente sono in combutta con gli scafisti o meno. In questa sede  ci interessa poco. Come ci interessa poco sapere se l’ex-ministro Salvini debba essere processato o meno.

Siamo 500 milioni di europei menefreghisti, razzisti e cretini.

Cretini, perché, mentre siamo in piena crisi demografica (gli europei non fanno più figli),  ci siamo chiusi a riccio a difendere i  confini della “fortezza Europa”, per paura dell’invasione.

Cretini e fuori dalla realtà: dobbiamo rassegnarci: su 7 miliardi e 850 milioni di abitanti ospitati dal  pianeta Terra, quelli di pelle bianca sono una  minoranza.

Ci sarà la “sostituzione etnica” come dice qualcuno? E’ inevitabile, lo dicono i numeri. Si avvererà la  “profezia” di Oriana Fallaci, per cui l’islam ci conquisterà dal di dentro (i musulmani fanno figli, noi europei non più) ? Pazienza, non possiamo farci niente. Non si può fermare il mare con le mani.

A parte qualche irriducibile “patriota”, il popolo europeo si è  arreso, affogato in un “benessere” durato 70 anni.    Europa, un continente che a livello geopolitico conta poco o nulla, che non ha una dirigenza autorevole, un continente che ha ancora bisogno dell’ombrello protettivo USA, un continente che si fa sbeffeggiare dal dittatore turco (il “sofa-gate” di Ursula von der Leyen), perché egli  sa perfettamente che siamo sotto  il suo ricatto, quello di aprire le frontiere e riversare in Europa centinaia di migliaia di profughi siriani ospitati nel suo territorio.

Siamo 500 milioni di codardi;  nessun europeo sarà disposto a morire per difendere l’Europa da una ipotetica invasione russa o di altre nazioni. E infatti Putin si sta “allargando”.

Ed i tanto sbandierati valori cristiani che dovrebbero far parte dei valori e della cultura europea,   li possiamo mettere nel cassetto.

In Italia, complice la pandemia Covid-19, nel corso degli ultimi 12-15  mesi abbiamo avuto circa 700mila morti a fronte di 400mila nascite. Certamente sono stati mesi terribili,  e le poche nascite sono dovute anche ai pochi matrimoni, ma la tendenza era già in atto da anni.

In ogni caso la popolazione italiana è diminuita di circa 300mila unità.

E chi andrà a lavorare nei campi, nelle fabbriche, chi costruirà le nostre case, se la popolazione diminuisce? Se non faremo entrare LEGALMENTE 300mila immigrati all’anno, chi pagherà le nostre pensioni? E 300mila solo per l’Italia: a livello europeo, come si quantifica il calo demografico? Sarà almeno di 2-3 milioni.

Non a caso la Germania ha fatto entrare, pochi anni fa, circa un milione profughi siriani, istruiti e qualificati, necessari per il sistema produttivo tedesco.

Quindi, al di là di buonisti e cattivisti, di favorevoli o contrari al fenomeno migratorio, almeno guardiamolo da un punto di vista utilitaristico. I migranti sono diventati INDISPENSABILI per le nostre società  e le nostre economie.

E allora facciamoli entrare in modo controllato.

In questo modo stronchiamo il fenomeno dei trafficanti di esseri umani. E poi evitiamo migliaia di morti affogati nel Mediterraneo centrale o la disperazione delle migliaia di migranti bloccati nelle isole greche di fronte alla Turchia o in Bosnia.

Dobbiamo creare degli “hot spot” nei punti critici, con personale europeo che raccolga le domande di immigrazione e crei dei flussi regolari e programmati.

In piccola parte sta già avvenendo con i “corridoi umanitari” della Comunità di Sant’Egidio e degli Evangelici e Protestanti italiani; ma sono numeri troppo esigui.

Mettiamo un “hot spot”

  1. in Marocco, per  intercettare coloro che vogliono entrare in Spagna dall’Africa
  2. in Tunisia, per intercettare coloro che vogliono entrare in Italia dall’Africa
  3. in Bulgaria ed in Slovenia, per intercettare coloro che provengono dall’Asia
  4. in Portogallo, per regolarizzare coloro che provengono da centro e sud America

Questo è quello che ci si aspetta da un continente che si fa vanto di avere radici cristiane.

E a proposito di radici cristiane, per anni abbiamo sentito la frase “aiutiamoli a casa loro”. Aiutarli a casa loro significa mettere fine a secoli di colonialismo e a decenni di neo-colonialismo (1950-2021).

Non vogliamo aiutarli nemmeno a casa loro?

Allora facciamoli entrare legalmente, almeno per nostro mero interesse, prima che l’Europa si estingua ingloriosamente.

L’Europa è presa in mezzo alla sfida tra la prima e  la seconda potenza mondiale (Stati uniti d’America e Repubblica popolare cinese),  con la Russia che si è ormai agganciata alla Cina, anche nella nuova corsa allo spazio.

Se vogliamo che l’Europa conti ancora qualcosa nello scenario mondiale, dobbiamo affrontare con coraggio il dossier “immigrazione”, e smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia.

EMERGENZA LAVORO

Aprile 2021. In Italia , e in molte altre nazioni del mondo, la pandemia Covid-19 ha prodotto una grave crisi economica, con conseguente calo dell’occupazione in molti settori.

Subito dopo Pasqua sono scesi per strada ristoratori, albergatori ed ambulanti, chiedendo di poter riaprire le loro attività, ora penalizzate dalle limitazioni pandemiche.

Nel frattempo, varie centinaia di “tavoli di crisi” sono aperti presso il MISE (Ministero per lo sviluppo economico) ora gestito dal ministro Giorgetti.

Il virus Sars-CoV-2 ha scompaginato la già fragile economia italiana, che ancora non si era ripresa dalla grave crisi del 2008.

Tutti i lavoratori, siano essi dipendenti o lavoratori autonomi/imprenditori, reclamano ristori e compensazioni. I lavoratori dipendenti chiedono il blocco dei licenziamenti, stipendi, eventualmente cassa integrazione; gli imprenditori chiedono la riapertura delle loro attività.

Il presidente del consiglio in carica, Mario Draghi, parlava tempo fa di debito buono e di debito cattivo, con riferimento al debito pubblico nazionale. Il debito buono è quello fatto per gli investimenti nelle infrastrutture e nei settori produttivi, il debito cattivo è quello fatto per le spese correnti, ovvero per mantenere l’apparato statale, per sussidi di vario genere e tipo, per i contributi “a pioggia”, tanto cari ai nostri governanti, specialmente prima delle elezioni (si chiama “voto di scambio”). Per non parlare degli sprechi, della corruzione e delle malversazioni: quello è debito cattivissimo.

Il debito pubblico italiano , un anno fa, era arrivato a quasi 2450 miliardi di Euro. Con i vari interventi di sostegno all’economia (circa 150 miliardi) siamo arrivati a 2600. E’ lecito pensare che nel corso del 2021 verranno emanati altri provvedimenti similari.

Stiamo alimentando il debito cattivo.

Di debito buono, in questo ultimo anno, poco o niente. Da quando è caduta la “prima Repubblica” (1993-1994), l’Italia non ha una politica industriale degna di questo nome. Abbiamo buttato via quasi trent’anni, appresso alle tanto sbandierate “riforme”, appresso alle problematiche giudiziarie di politici e presidenti del consiglio, appresso ai vari leader populisti che si sono avvicendati, nel frattempo, alla guida del paese.

Il presidente del consiglio Mario Draghi gode di molta stima e ha grande reputazione in Italia, in Europa e nel mondo. Ma “superMario”, come viene simpaticamente chiamato, non ha la bacchetta magica e, per quanto bravo e competente possa essere, se dietro di lui c’è un’”armata Brancaleone” rissosa e sconclusionata, faremo fatica ad avere soluzioni definitive ai nostri problemi.

Abbiamo disperato bisogno di persone preparate, competenti, schiette, determinate, coraggiose che possano fa ripartire l’Italia. Abbiamo disperato bisogno di intelligenza, di idee, di soluzioni ,di proposte. Astenersi perditempo e lamentosi.

L’economia mondiale, quella europea e quella nazionale vanno ripensate alla radice. Per creare lavoro e rimettere in movimento il settore primario, l’industria, i commerci ed i servizi più o meno avanzati serve uno sforzo collettivo. I nostri governanti devono dare l’esempio e cominciare a rimboccarsi le maniche.

Nessuno verrà lasciato indietro, aveva detto qualcuno all’inizio della pandemia. Bella frase ad effetto, ma smentita dai fatti.

A dispetto della “repubblica fondata sul lavoro” , come recita la nostra Costituzione, l’Italia è ancora una nazione medioevale. Mille anni passati invano. Abbiamo ancora un ceto pseudo-nobiliare parassita che vive di rendita di posizione, vari vassalli, valvassori , valvassini, qualche commerciante ed artigiano dei borghi ed i servi della gleba.

Abbiamo i furbi ed i garantiti, abbiamo i signorotti del voto di scambio, che mantengono la loro posizione grazie alla distribuzione mirata di soldi non loro (sussidi statali, consulenze, appalti) abbiamo un popolo pecora che si prostituisce e si fa abbindolare da una qualsiasi esenzione IMU, dai famosi 80 Euro, dal reddito di cittadinanza (quasi ) universale.

E invece dovremmo rilanciare il settore primario, cioè la pesca, gli allevamenti e l’agricoltura sostenibili (il denaro non è buono da mangiare – dicevano i nativi americani – specialmente il denaro “elettronico”). Dovremmo rilanciare l’artigianato ed il turismo enogastronomico, dovremmo rilanciare l’industria tecnologicamente e qualitativamente avanzata.

Serve uno sforzo collettivo, anche culturale, per ripensare la scuola e farla diventare come quella svizzera e tedesca, che forma lavoratori tecnici di alto livello. Perché gli stipendi tedeschi e svizzeri sono doppi o tripli di quelli italiani? Semplicemente perché le imprese tedesche e svizzere realizzano prodotti e servizi di elevato livello qualitativo e se li fanno pagare di conseguenza.

Anche le imprese svizzere e tedesche non sono però esenti dalla mala pratica della delocalizzazione produttiva delle lavorazioni a minor valore aggiunto e del neocolonialismo . Dal crollo del Muro di Berlino in poi migliaia di aziende europee si sono trasferite sempre più a est e sempre più a sud, nella disperata ricerca di abbattere i costi della manodopera. Nel frattempo, noi “ricchi” abitanti del nord del mondo, abbiamo continuato a sfruttare le risorse naturali ed umane di mezzo mondo, facendo rimanere nella miseria centinaia di milioni persone, che non hanno potuto partecipare al “banchetto” del benessere generato dal consumismo.

In pochi hanno capito che per uscire dal pantano generato dalla pandemia Covid-19 occorre REDISTRIBUIRE la ricchezza accumulata in 50 anni di consumismo (1950-2000). Redistribuire vuol dire far crescere economicamente Nigeria, Repubblica democratica del Congo, Angola, Mozambico, Bangladesh, Pakistan, Afghanistan, Filippine, Indonesia, Guatemala, Nicaragua, Messico, solo per citare alcune nazioni.

I proventi delle estrazioni delle ricchezze minerarie, agricole e manifatturiere di queste nazioni NON vengono redistribuiti alle popolazioni locali, ma restano nelle tasche dei manager e degli azionisti delle multinazionali, e nelle tasche delle oligarchie al potere nelle nazioni africane , asiatiche e centro-sudamericane.

Se non interrompiamo questo meccanismo, mai ne verremo fuori.

Se consentiremo la nascita di un economia sana in quelle nazioni , un’economia che lavora per il vero progresso del loro paese, le popolazioni locali avranno maggiori redditi per le spese correnti e per gli investimenti, consentendo la RIPARTENZA DELL’ECONOMIA MONDIALE.

Tanto semplice da capire quanto difficile da realizzare, perché questo programma significa modificare le nostre abitudini, i nostri “lussi”, limitare i nostri sprechi ed i nostri eccessi

  1. ogni volta che utilizziamo la nostra autovettura, ricordiamoci che il gas, la benzina o il gasolio necessari per farla funzionare vengono da lontano, spesso da nazioni senza democrazia. Petrolio e gas sporchi di sangue.
  2. lo stesso vale ogni volta che accendiamo il riscaldamento della nostra casa, quasi sempre alimentato a metano
  3. e l’elettricità delle nostre case, delle nostre fabbriche e dei nostri uffici non viene da Marte, ma dal petrolio, carbone e gas di cui sopra; meno del 50% viene dalle energie rinnovabili (nonostante vent’anni di incentivi)
  4. e il week-end low cost a Berlino, Lisbona o Parigi? Dove lo mettiamo? Quanto inquina e quanto costa una trasferta aerea?
  5. e cambiare smartphone ogni anno per stare appresso alle ultime novità? Che ci frega del minatore congolese (spesso un bambino) che estrae il coltan o altri minerali indispensabili per produrlo….
  6. Idem per quanto riguarda il pomodoro pachino (magari cinese) o il pollo allevato negli stabilimenti-lager di qualche sperduto paese
  7. del confezionatore di abiti bengalese o etiope pagato due soldi ovviamente non interessa (quasi) a nessuno; e men che meno ci interessa sapere se la piattaforma web dove lo abbiamo comprato a poco prezzo paga le tasse

Potremmo andare avanti ancora per molto. Incorporato in ogni prodotto o servizio c’è tanta fatica e sudore, spesso c’è sfruttamento delle persone e/o della natura, dobbiamo prenderne coscienza.

Non possiamo continuare a fare finta di niente. Troppo comodo. Nel XXI secolo l’ignoranza NON è più consentita. Se non sappiamo le cose è perché NON LE VOGLIAMO SAPERE.

Per concludere, quando ci lamentiamo che non arriviamo a fine mese, quando chiediamo i ristori, quando pretendiamo questo o quello, ricordiamoci che i soldi non cadono dal cielo, che lo Stato i soldi li ricava dalle tasse, e le tasse i cittadini le pagano se lavorano ( a volte le tasse NON le pagano anche se lavorano, ma questa è un’altra storia…..), e ricordiamoci anche che il lavoro non si crea per decreto legge.

Il lavoro si crea se viviamo in un contesto di aspettative positive, se il mondo ha una prospettiva di futuro, se diminuisce lo sfruttamento del sud del mondo e se i vari Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Tim Cook, Sundar Pichai, Bill Gates cominciano a pagare le tasse, come tutti quelli che lavorano. E se i soldi recuperati vengono redistribuiti, secondo criteri rigorosi ed oggettivi.

Lo sfrenato capitalismo liberista, che ha puntato a massimizzare il profitto per gli azionisti e le retribuzioni dei manager, ha fatto il suo tempo. La redditività ed il profitto sono importanti (se non c’è il guadagno, la remissione è certa, si diceva tempo fa) ma non possono essere l’unico faro dell’economia e del mercato.

La ricchezza prodotta dal sistema economico deve essere redistribuita, a TUTTI i protagonisti della filiera produttiva, i famosi STAKEHOLDER (i portatori d’interesse). Ed i portatori di interesse sono sicuramente chi mette i soldi nelle imprese (gli azionisti), i manager, i lavoratori dipendenti, i fornitori delle imprese, i clienti, i collaboratori esterni. Ma lo sono anche il minatore, il bracciante, l’operaio del sud del mondo, lo sono anche gli abitanti del territorio in cui operano le imprese, e le nazioni dove esse lavorano. Le nazioni devono ricevere la loro parte del guadagno, attraverso le tasse, altrimenti NON ci saranno risorse per sostenere popolazioni, per le infrastrutture, per la scuola, la sanità e la previdenza sociale.

E, di conseguenza, lotta ai paradisi fiscali. In Europa è assurdo che Malta, Irlanda, Olanda, Lussemburgo siano più o meno paradisi fiscali dove vengono posizionate artificialmente le sedi legali di molte aziende multinazionali.

IGNORANTI PER SCELTA

Lunedi 22 marzo 2021 in Italia si è svolto uno sciopero che ha interessato i lavoratori diretti ed indiretti di Amazon.

Lo stesso giorno, il programma televisivo di RAI Tre “Presa diretta”  ha trasmesso una inchiesta di dove e come vengono impiegati munizioni e sistemi d’arma che produciamo in Italia o facciamo produrre all’estero su licenza

https://www.raiplay.it/video/2021/03/Presa-diretta—La-dittatura-delle-armi-502f4b5a-cc46-4870-88b4-426d028bec91.html

Apparentemente questi due fatti non hanno alcun legame. Apparentemente. Ma tutto è connesso, specialmente se non abbiamo ben chiaro che tipo di economia vogliamo per il XXI secolo.

Amazon  ed il suo fondatore-proprietario Jeff Bezos si sono arricchiti anche in tempi di pandemia Covid-19. Soprattutto in tempi di pandemia Covid-19.

Milioni di persone, impossibilitate o fortemente limitate ad acquistare presso negozi fisici,   hanno preso d’assalto i siti web di acquisto e consegne online, tra cui  il più importante, Amazon.

Di conseguenza i lavoratori della filiera logistica di Amazon son stati sottoposti a ritmi di lavoro ancora più stressanti di quelli a cui erano abituati.  Ci sono decine di inchieste e reportage televisivi che documentano le condizioni dei lavoratori Amazon, soprattutto fuori dai confini italiani.

Stesso discorso per i “riders”, coloro che consegnano a domicilio i beni più disparati, ma soprattutto cibo. Una recente sentenza italiana costringe le principali aziende di “delivery” a regolarizzare i “riders”, o come dipendenti oppure come collaboratori comunque tutelati per assicurazione, malattia, riposi, ferie e  retribuzione fissa.

Qualcuno negli anni passati sosteneva che non era più “di moda” parlare di destra e sinistra, con riferimento ai gruppi presenti nel Parlamento italiano. Purtroppo per questi “qualcuno”, destra e sinistra esistono ancora, eccome se esistono. Abbiamo (quasi) tutti studiato alle scuole medie che la destra ( detti anche conservatori) fa gli interessi dei “ricchi”: grandi proprietari terrieri, industriali, la grande finanza. La sinistra  fa invece gli interessi delle classi subalterne, una volta chiamate “proletariato”. I partiti di centro fanno gli interessi della piccola-media borghesia,  composta da contadini benestanti, operai specializzati, impiegati, commercianti, liberi professionisti.

Questo per semplificare.

La lotta dei lavoratori e collaboratori esterni di Amazon non è altro che l’ eterna lotta, che va avanti da diecimila anni, dei  i poveri  nei confronti  dei ricchi, lotta per avere più soldi, più diritti, minor sfruttamento. Il successo di Amazon si basa, oltre alle sue idee imprenditoriali, anche (forse soprattutto) sul fatto di pagare pochissime tasse e di comprimere stipendi e diritti dei propri collaboratori.

Jeff Bezos e le società di “delivery” non hanno inventato niente, hanno solo “rimodernato “ il tipo di sfruttamento inaugurato  nel XIX secolo, con la prima rivoluzione industriale.

Sfruttamento che si rende sempre più necessario dalla fine dell’ ”era del consumismo”. L’era del consumismo (1950 – 2000) è finita, ma in pochi ne vogliono prendere atto. E’ finita perché si sono saturati i mercati, perché la materie prime sono sempre più costose ed in esaurimento, perché è sempre più difficile trovare persone disponibili a farsi sfruttare.                                                                 

Il consumismo ha esaurito la sua funzione, cioè quella di portare a milioni di persone prodotti e servizi  in grandi quantità ed a prezzi accessibili.

Per mantenere la produzione di massa a prezzi bassi sta aumentando lo sfruttamento (pardon, l’estrazione di valore) di tutti coloro che fanno parte della filiera.  A partire da coloro che sono al gradino più basso (il minatore congolese o nigeriano, il coltivatore indiano o etiope, l’operaio sudamericano o del Bangladesh), via via salendo,   attraverso il marinaio filippino o indonesiano, il camionista moldavo, il trasportatore Amazon (o delle cucine componibili),  ed il rider che ci porta da mangiare a casa.

Anche il bracciante africano (o  asiatico o  est-europeo) che viene a lavorare in Italia è sottoposto allo stesso sfruttamento; abbiamo già dimenticato le condizioni di lavoro dei braccianti nella piana di Rosarno in Calabria, nel foggiano o nella terra del Clan dei casalesi?

L’era del consumismo è finita, ma non gliene frega niente a (quasi ) nessuno, compresi i destinatari, cioè I CONSUMATORI. Consumatori, una parola che andrebbe rimossa dal vocabolario, ormai non è rimasto quasi più niente da consumare. 

Quando acquistiamo un prodotto / servizio siamo tutti consumatori e lo vogliamo bello, soddisfacente, di marca, al prezzo più basso possibile. Ma dimentichiamo che qualcuno lo deve realizzare quel prodotto / servizio; magari siamo proprio noi.

Ora sta accadendo il contrario di quello che accadeva negli USA  cento anni fa con  Henry Ford.  Lui aveva applicato le teorie “tempi e metodi” dell’ingegner Frederick Taylor e aveva realizzato la “catena di montaggio”. Voleva vendere milioni di Ford modello T, e per farlo aveva aumentato le paghe dei suoi operai ed impiegati, in modo che potessero acquistare le automobili da loro stessi prodotte.

Ora sta avvenendo l’esatto contrario. La ricerca ossessiva del prezzo basso (per restare sul mercato)   impoverisce la redditività delle imprese manifatturiere e distributive, le quali cercano sempre nuovi sistemi per abbassare i costi, fino a rasentare la malversazione e la truffa. In questa ricerca ossessiva della compressione dei costi si riducono gli stipendi, torniamo indietro di 50 anni. 

Siamo intrappolati in un meccanismo  perverso, una spirale negativa, un circolo vizioso.

L’era del consumismo è finita ma non si vuole prenderne atto. Le politiche economiche e le strategie imprenditoriali sono le stesse del secolo scorso, quando, per 50 anni, dal 1950 al 2000,  abbiamo goduto di circostanze irripetibili, dai vari “miracoli economici” in Europa prima, in Asia dopo, al dispiegamento della produzione di massa: sembrava che (nel nord del mondo) avessimo raggiunto il benessere e la felicità.

Ma fu vero benessere ? Fu vera felicità? A quale prezzo?

Oggi, all’inizio degli anni ’20 del XXI secolo, abbiamo un debito mondiale spaventoso (marzo 2020 = 253mila miliardi di dollari), esaurimento delle materie prime facilmente estraibili (in primis, il petrolio), avanza la desertificazione dei suoli, ghiacciai montani ed artici in dissolvimento, clima impazzito (uragani e tornado anche nel Mediterraneo, siccità in Africa, inondazioni in Asia ed Australia),  tensioni internazionali al massimo (in particolare con il confronto USA- Repubblica popolare cinese).

Qualcuno comincia a rendersi conto che per 70 anni abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità.

A proposito di tensioni internazionali, abbiamo citato , all’inizio di questo scritto,   il reportage di “Presa diretta” sull’impiego delle armi esportate dall’Italia.

E’ notorio che l’industria militare fa da traino all’economia di molte nazioni, compresa l’Italia. In giro per il mondo c’è sempre qualcuno che ha voglia di menare le mani e quindi la vendita di armi è uno dei business più antichi della storia.

In Italia abbiamo diversi  campioni industriali nei settori  aerospaziale e militare.

In Italia  produciamo navi civili e militari, aerei ed elicotteri (civili e militari), parti aeronautiche per Boeing ed Airbus, satelliti,  missili, bombe,  elettronica industriale a servizio delle produzioni citate, carri armati e blindati,  pistole, fucili d’assalto, munizioni e mine antiuomo di ogni genere e tipo.

Il reportage di “Presa diretta” di lunedi 22 marzo 2021 racconta di dove e come vengono impiegati  i sistemi d’arma prodotti dalle aziende italiane. Egitto, Turchia, Libia, Arabia Saudita. Abbiamo venduto e vendiamo armi e munizioni a questi paesi, che le hanno utilizzate e le utilizzano contro i loro stessi cittadini o contro gli abitanti del Kurdistan o dello Yemen.

Articolo 11 della Costituzione della Repubblica italiana:

 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Italiani, un popolo di ipocriti: l’Italia ripudia la guerra, ma non ripudia i soldi fatti attraverso la guerra (degli altri popoli). E poi,   basta con questa storia della “difesa” : il ministero della difesa, il settore della difesa;  tutti si difendono, guarda il caso non c’è nessuno che attacca.

Chiamiamo le cose con il suo vero nome: il ministero della guerra (come era cento anni fa) e  l’industria delle armi.

Un popolo di ipocriti e finti tonti. Le informazioni ci sono, ma non le si vuole cercare.

Nel XXI secolo l’ignoranza non è più consentita. Abbiamo in tasca o nella borsetta l’enciclopedia del mondo (il nostro smartphone) e se uno è ignorante è perché VUOLE RIMANERE IGNORANTE.  E’ più facile rimanere ignoranti,  è più comodo non sapere le cose o fare finta di non saperle.

Non si pensa (pensare è faticoso e mette in discussione le nostre certezze),  si evitano un sacco di grattacapi,  facciamo  come i gatti che passano la maggior parte del loro tempo a riposarsi al sole a leccare il proprio pelo, per mantenerlo sano e pulito.

Perché mai dovrei preoccuparmi di come vengono impiegate le armi  (che magari ho contribuito a produrre io), o  del giovane che mi porta la pizza a casa o del trasportatore del mio gadget comprato su Amazon? Perché dovrei?

Perché dovrei preoccuparmi del minatore congolese, del contadino bengalese o dell’operaio messicano? Ma chissenefrega, finché  qualcuno mi paga lo stipendio andassero tutti a quel paese, io penso agli affari miei, che si sparassero tutti.

Ahinoi, questi  ragionamenti non li fanno solo le persone del “popolo”. Li fanno anche i nostri governanti, la classe dirigente. Una classe dirigente che definire miope è persino un complimento. Una classe dirigente che guarda solo a domani, al massimo a dopodomani. Quello che accadrà fra sei mesi  fa venire il mal di testa, che ci pensino quelli che verranno dopo…..

E’ certo che con questi atteggiamenti non si va da nessuna parte. Occorre smettere i panni del lamento perpetuo,  rimboccarsi le maniche e farsi venire un sacco di idee.

Dobbiamo trovare nuove soluzioni, nuove strade alla complessità dell’oggi. La società contemporanea deve essere profondamente riformata; l’innovazione non deve essere solo rivolta alla tecnologia, ma, anche e soprattutto, verso un nuovo modo di vivere nelle comunità.

E’ possibile trovare , ma dobbiamo sforzarci tutti quanti, un nuovo equilibrio tra abitudini,  saperi consolidati e un diverso approccio nei confronti della natura, dell’ambiente intorno a noi (compresi animali e  vegetali), dei nostri simili e compagni di viaggio  nel mondo. Dobbiamo rivedere obiettivi e valori, dove vogliamo andare come arrivarci.

Se non sai dove stai andando, diceva qualcuno, qualsiasi strada ti ci porta. E non possiamo più permetterci di navigare a vista, verso il nulla.

UN CAPITALISMO DA RIPENSARE? O SIAMO ALLE BATTUTE FINALI?

In questi giorni, come ogni anno nel mese di marzo, si è riunito il Congresso nazionale dei rappresentanti del popolo della Repubblica popolare cinese https://it.wikipedia.org/wiki/Assemblea_nazionale_del_popolo

Sul sito web del Partito comunista cinese (PCC) ampia cronaca di quanto ratificato http://en.people.cn/102775/416540/index.html

Il capitalismo declinato “alla cinese”, prevede piani quinquennali (in questo caso 2021-2025), piani inaugurati un secolo fa dal Partito comunista sovietico, piani che definiscono gli orientamenti economici e politici ed aiutano a capire gli scenari.

A seguito della pandemia Covid-19, pare che nel nuovo piano quinquennale cinese, il Partito comunista non abbia previsto obiettivi annuali di crescita del PIL; è noto che nel 2020 la RPC ( o PRC, People’s republic of China) è stata l’unica, tra le grandi nazioni, ad avere una crescita del PIL.

Il Congresso del popolo cinese ha previsto il sorpasso da parte della PRC , in termini di prodotto interno lordo, nei confronti degli USA, entro l’anno 2035. Molti analisti prevedono che ciò avverrà molto prima, entro la fine di questo decennio.

A fine 2020 pare che il PIL della Repubblica popolare cinese fosse circa tre quarti di quello statunitense. Scriviamo “pare che” , in quanto non è facile avere dati certi. Prima di tutto perché esistono vari criteri, non univoci, per misurare il PIL, e poi, soprattutto, perché il sistema economico, politico e sociale della PRC è assai poco trasparente.

Dal 1990 in poi, da quando, cioè, la PRC si è affacciata prepotentemente nell’economia mondiale, fino a diventare la seconda potenza, tutte le nazioni vogliono fare affari con loro.

E’ assai comprensibile. Chi non vorrebbe fare affari con un mercato di 1450 milioni di persone? Mercato, oltretutto, sempre più ricco. La PRC ha recentemente annunciato la sconfitta della povertà e la classe media, quella che compra e spende, dovrebbe essere pari ad un terzo della popolazione, soprattutto concentrata nelle megalopoli della costa.

Chi non vorrebbe fare affari con la PRC?

Ma c’è un “piccolo” problema, che viene messo da parte e nessuno ne fa menzione. Quello appunto della trasparenza.

La regola principale degli scambi economici prevede che i contraenti, le parti in causa dello scambio, cioè chi compra e chi vende, siano a conoscenza entrambe degli aspetti determinanti dello scambio: chi è il venditore, chi è il compratore, caratteristiche dell’oggetto dello scambio, prezzo e condizioni di vendita, modalità di consegna, la forma di pagamento, modalità di risoluzione delle eventuali controversie. Sono le regole del commercio.

E’ universalmente noto che la Repubblica popolare cinese è governata da un unico partito ed i sistemi legislativo, giudiziario ed informativo sono tutti strettamente controllati dall’unico partito, quello che ha conquistato il potere nel 1949.

Lo sanno tutti, compresi tutti coloro che vogliono fare affari con la PRC, sia per acquistare che per vendere un prodotto o un servizio. Tutti sanno che non si muove foglia che il Partito comunista cinese, ed in particolare il suo capo XI Jinping , non voglia.

Non ci vuole una laurea in scienze politiche per capire che in un sistema politico, sociale ed economico dove comanda una sola persona non tutte le informazioni sono disponibili, e molte informazioni sono “taroccate”. Il regime fa passare solo i dati e le notizie che non “disturbano” più di tanto. Oppure fa passare le notizie, distorcendole e rendendole difficili da interpretare.

Per farla breve, è difficile avere dati oggettivi ed attendibili sulle imprese cinesi, sulla borsa cinese, sull’economia cinese; qualcuno potrà dire che anche in “occidente” accade lo stesso, ma è comunque più facile ottenere notizie ed informazioni.

Se non ho certezze sulle informazioni economiche del venditore cinese, compro da lui a mio rischio e pericolo. Se i dati di borsa del mio partner cinese non corrispondono al vero, non ho alcun strumento per fare una verifica, mi devo fidare. Se avrò un contenzioso con il mio fornitore o il mio cliente cinese, sarà estremamente difficile vincere una causa, essendo il sistema giudiziario controllato dal potere politico.

Un presupposto fondamentale della libertà di commercio è che entrambe le controparti siano trasparenti. Questo non può accadere con gli scambi economici verso la PRC, ma tutti fanno finta di niente.

Come hanno fatto finta di niente tutti coloro che, pur di vendere i propri prodotti in PRC, sono stati costretti, ed hanno accettato, a costituire una società mista locale con un partner cinese, al 50%.

La poderosa crescita cinese degli anni 1990-2020 è stata determinata non solo dall’operosità (a basso costo) delle maestranze, ma anche, e soprattutto, dal trasferimento tecnologico derivato dalle società miste.

Ora, pare che non ci sia più l’obbligo di costituire società miste in PRC. Ma, pur di fare affari con la seconda potenza mondiale, siamo stati disposti ad ingoiare un sacco di rospi. E tutti questi rospi ingoiati ormai ci hanno riempito lo stomaco e non riusciamo più a digerirli.

Il sistema economico mondiale, a differenza di quello cinese, vive alla giornata, nella continua ricerca di far incontrare domanda ed offerta di beni e servizi e nella continua ricerca della massimizzazione dei profitti. Un totale miopia, se non qualche male ancora peggiore.

Il capitalismo ha esaurito la sua “spinta propulsiva”?

Il capitalismo ha esaurito la sua spinta propulsiva e negli ultimi anni sono stati pubblicati decine di testi che propongono ipotesi e scenari per un suo rinnovamento.

Uno di questi è quello di Geoff Mulgan ( Geoff Mulgan “L’ape e la locusta – il futuro del capitalismo tra creatori e predatori” 2014, Codice edizioni, Torino ). L’autore propone idee e soluzioni nell’eterna lotta tra le api ( i creatori operosi ed innovativi che hanno fatto avanzare l’economia degli ultimi due secoli) e le locuste (coloro che hanno predato risorse naturali, umane ed economiche per il loro tornaconto personale). Il capitalismo potrà ancora dare un suo contributo al “progresso” della razza umana se saprà ristrutturarsi dalle fondamenta.

Negli ultimi anni il capitalismo ha cercato di sopravvivere anche dandosi una pennellata di verde, cioè mettendo l’ambiente nella pianificazione aziendale, ma lo ha fatto in maniera poco convinta, come sta avvenendo nei confronti della crisi climatica: oggi in molti si professano ambientalisti, senza volerne pagare il conto; se si vogliono estrarre meno materie prime dalla natura e/o produrre meno emissioni, occorre rivedere il ciclo produttivo e questo comporta dei costi, che non si è disposti a pagare. Questo si chiama “greenwashing”, una bella risciaquata nel verde, buona per ripulirsi l’immagine, il brand.

L’altra “furbata” è stata quella della CSR (corporate social responsibility), in italiano RSI (responsabilità sociale dell’impresa). Cioè l’impresa non si deve preoccupare solo di fare utili, profitti (o generare “valore” come si usa dire ora), ma deve responsabilizzarsi anche sulle ricadute sociali del suo operato. Anche in questo caso il tutto si è risolto con una bella operazione di facciata, laddove sono poche le aziende o le banche che si sono dotate di un codice veramente etico e di linee guida che diano dignità e protezione sociale a TUTTI i protagonisti della filiera produttiva e distributiva mondiale.

Nel conto vanno messi TUTTI coloro che partecipano alla vita di una azienda, cioè i cosiddetti “portatori di interesse” (stakeholders). I portatori di interesse sono i soci di un’azienda, i lavoratori dipendenti interni ed i collaboratori esterni, i fornitori ed i clienti, i liberi professionisti ed i consulenti che ruotano intorno all’azienda, gli abitanti del territorio, la nazione tutta. Questi soggetti sono condizionati , nel bene e nel male, dalle decisioni aziendali, che essi stessi concorrono a determinare, in un circolo virtuoso o vizioso a seconda dei casi.

Ma, guarda il caso, tra i portatori di interesse NON vengono considerati quelli che sono nel gradino più basso della filiera mondiale, cioè il minatore cileno o congolese, l’agricoltore birmano o etiope, l’operaio tunisino o filippino, il confezionatore di vestiti e di scarpe del Bangladesh.

TUTTI i prodotti ed i servizi che ci consentono di vivere oggi sono ormai “globalizzati”.

Dal grano duro della pasta che mangeremo oggi a pranzo, al computer dove leggiamo, scriviamo e lavoriamo, passando per il software che ci consente di comunicare, TUTTI questi beni sono stati realizzati, in parte o totalmente, in uno o più paesi del mondo. I prezzi, spesso molto bassi , di prodotti o servizi che noi acquistiamo, sono bassi proprio perché la compressione dei diritti sociali e sindacali, e la mancanza di tutela ambientale, in decine di nazioni, permettono di comprimere la “catena del valore” . L’automazione industriale e gli algoritmi fanno il resto.

Allora, se vogliamo VERAMENTE fare RSI, dobbiamo preoccuparci anche delle condizioni sociali e lavorative di chi produce il grano o un componente del nostro personal computer, magari a migliaia di chilometri di distanza. Diversamente il capitalismo degli “stakeholder” sarà l’ennesima favola della buonanotte, utile solo per aiutarci ad andare a dormire con la coscienza tranquilla.

“Last but not least”, (per ultimo, ma non in ordine di importanza) come si usa dire, un breve accenno al “capitalismo della truffa”.

Il capitalismo contemporaneo, per sopravvivere alle tempeste degli ultimi decenni, e per sopravvivere al calo della redditività media dovuto alla fine dell’era del consumismo (1950-2000), deve spesso ricorrere alla truffa.

Non è forse una truffa quella generata dallo scandalo “mutui sub-prime”, che negli USA, nel 2007, innescò una delle più gravi crisi economiche mondiali degli ultimi cento anni?

All’inizio di questo secolo,le banche d’affari statunitensi (e gli istituti a loro collegati) , nella perenne ricerca di profitto (pardon, di “valore”) da distribuire agli azionisti, vendevano mutui anche a coloro che non potevano ripagarli.

All’epoca, in USA, i valori immobiliari erano in crescita, si era creata una bolla speculativa e si erogavano mutui per l’acquisto della casa con estrema facilità, confidando nel crescente valore degli immobili, anche nei confronti di chi non aveva le capacità economiche per ripagare la rata.

I crediti derivanti dai mutui venivano “cartolarizzati”, venivano cioè rivenduti a società terze, cosa lecita e assai praticata in campo finanziario. Questi crediti cartolarizzati venivano poi inseriti in altri prodotti finanziari “derivati” e venduti a mezzo mondo (compresi enti pubblici italiani).

Nel 2007 fallirono alcune società statunitensi che erogavano mutui, perché le rate non erano state ripagate; ciò portò alla luce il loro comportamento scorretto e si scoprì che in giro per il mondo venivano scambiati milioni di titoli che non valevano più nulla, perchè il “sottostante” era composto da crediti inesigibili.

Ciò portò alla crisi economica mondiale del 2008, da cui non ci siamo ancora ripresi, specialmente in Italia.

A proposito di Italia, altra mega-truffa è stata quella delle banche italiane che vendevano obbligazioni rischiose a risparmiatori loro correntisti, correntisti che non avevano il profilo di rischio adeguato. Questa truffa ha visto pochi o nessun condannato (come spesso accade in Italia) grazie anche alle prescrizioni del reato commesso.

E che dire delle aziende telefoniche ed energetiche italiane, che affidano ad agenzie senza scrupoli la vendita di contratti in modalità telematica (o con la vendita diretta in casa), contratti che spesso sono vessatori nei confronti dei clienti e per nulla competitivi.

In poche parole, il sistema economico mondiale è profondamente mutato negli ultimi trent’anni, non ci sono più i guadagni di una volta (salvo che per i colossi del web come Google, Facebook, Amazon ecc.ecc.) e molti pensano di fare utili truffando i clienti.

A marzo 2021 la pandemia Covid-19 è lungi dall’essere debellata.

Il virus Sars-CoV-2 sta dando delle mazzate terribili al sistema economico mondiale. La classe media dell’emisfero boreale, già messa a dura prova da quanto descritto in precedenza, sta ora affrontando una sfida per la sua sopravvivenza.

Personale dello spettacolo, operatori del turismo della cultura e della ristorazione, e molti altri lavoratori sono allo stremo, e sopravvivono solo grazie ai contributi statali (per chi ne ha diritto).

Molti ricchi si stanno arricchendo, anche perché non tutti settori sono in crisi: chi vende computer portatili, connessioni 5G, software per videoconferenze, vaccini e prodotti farmaceutici, tra gli altri, sta facendo affari d’oro.

La classe media si impoverisce, non parliamo dei ceti inferiori, in particolare quelli dell’economia “informale”, cioè quelli del lavoro nero o precario.

Se siamo precipitati dal terzo piano di un palazzo, non basta una tachipirina o un’aspirina per salvarci. Serve un buon reparto traumatologico di un buon ospedale specializzato.

Lo stesso vale per l’economia e la società mondiale, colpiti da una pandemia di cui noi siamo in parte la causa, a seguito della devastazione degli ambienti naturali e della sempre più spinta promiscuità tra esseri umani ed animali. A mali estremi, dobbiamo trovare nuovi rimedi.

Questo anno 2021 si è aperto con preoccupanti prospettive relative a scontri e confronti tra le principali potenze mondiali ( USA, PRC, Russia) e tra loro e le medie potenze, come Iran, Arabia Saudita, Turchia. La carenza di risorse (acqua, prodotti agricoli, minerali), i commerci e la geopolitica internazionali spingono verso una chiusura degli stati e alimentano i nazionalismi.

Tutti coloro che cercano nuovi scenari e nuovi paradigmi per l’economia mondiale del XXI secolo devono tenere in seria considerazione i fatti sopra descritti. Diversamente il mondo si avvierà in una spirale senza via di uscita.

PER SALVARCI DA COVID-19 : RIFONDARE IL VIVERE SOCIALE

Pochi giorni fa su TV5 MONDE

( https://europe.tv5monde.com/en/live?timezone=Europe/Rome&timezone=Europe/Rome )

hanno trasmesso una breve inchiesta sui condomìni solidali in Francia ed in Canada.

I condomìni solidali (co-housing) sono già presenti in Italia, soprattutto nel nord Italia ed affiancano altre esperienze più “estreme” come gli ecovillaggi ( https://www.terranuova.it/News/Ecovillaggi-e-cohousing )

Ecovillaggi e condomìni solidali vengono denominate anche “comunità intenzionali” , a sottolineare che esse esistono a seguito di un progetto, di una volontà condivisa per vivere insieme in un luogo, seguendo regole comuni.

I condomini solidali sono la riedizione, in chiave contemporanea, delle antiche cascine della Pianura padana, laddove vivevano famiglie allargate, composte da due/tre nuclei familiari con relativi figli, cognati, suoceri, nonni, fratelli e sorelle, tutti intenti alla conduzione delle attività agricole e di allevamento, nonché annessi e connessi. Ci si aiutava tutti vicendevolmente, nonni accudivano nipoti eccetera eccetera.

L’urbanizzazione semi-coatta del XIX e XX secolo a portato alla disgregazione delle comunità familiari, spezzando legami sedimentati nei secoli e portando alla famiglia “ridotta” di 4 /5 persone: genitori e due/tre figli .

La pandemia Covid-19, si spera che l’abbiano capito tutti, non finirà presto. Ammesso e non concesso che raggiungeremo la famosa “immunità di gregge”, il virus Sars-Cov-2 è assai mutevole ed infingardo, per cui dovremo imparare a conviverci.

Questo ci costringe a rivedere gran parte di quelle che erano le nostre certezze. Ci costringe al cambiamento.

Il cambiamento può essere fastidioso, stancante o doloroso, perché ci costringe a modificare le nostre abitudini, il nostro stile di vita, ci costringe ad uscire dalla “zona di comfort” che ci siamo costruiti intorno. Ma nel cambiamento, spesso, ci sono opportunità che possiamo cogliere. Spesso il cambiamento è anche stimolante.

La pandemia Covid-19 sta sgretolando il sistema economico impostato nel XX secolo, sta sgretolando l’economia consumista. In pochi ne vogliono prendere atto.

E se non si vuole riconoscere la malattia, non si può nemmeno trovarne la cura. Per sopravvivere al cancro, non basta la tachipirina o l’aspirina.

Per sopravvivere al cancro occorre rivedere il proprio stile di vita, smettere di fumare e di bere troppi alcolici, mangiare sano, fare sport e movimento all’aria aperta, vivere serenamente e credere in qualcosa (in un essere superiore, nella squadra del cuore, in un partito politico ecc. ). E poi prendere le previste medicine e fare le terapie antitumorali.

La stessa cosa dobbiamo fare se vogliamo sopravvivere alla pandemia.

Per 70 anni (1950-2020) nell’emisfero boreale abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, saccheggiando in modo frenetico e compulsivo il pianeta e le risorse umane del sud del mondo, e riempiendoci di debiti (253mila miliardi di dollari il debito mondiale di un anno fa, marzo 2020).

La festa è finita, e la natura ha presentato il conto.

L’urbanizzazione coatta, la frenetica crescita industriale e commerciale, la conseguente crisi climatica e gli stravolgimenti naturali, hanno portato al rimescolamento ed al risveglio di virus e batteri, anche quelli sepolti nel permafrost artico. A seguito della promiscuità tra esseri umani ed animali (specialmente in Estremo oriente) virus e batteri si stanno diffondendo a macchia d’olio.

Non sono scenari catastrofici e/o fantascientifici. E’ quello che sta succedendo. Dobbiamo rivedere scopi ed obbiettivi della nostra vita ed i nostri comportamenti .

Non è più possibile l’uso dissennato di combustibili fossili e lo spreco di risorse, con la conseguente produzione di scarti e rifiuti, che abbiamo portato avanti per 70 anni.

La parola d’ordine è RESPONSABILITÀ.

Uso responsabile dell’automobile e della mobilità in generale, del riscaldamento domestico, degli acquisti che facciamo ogni giorno, delle decisioni che dobbiamo prendere.

Serve un diverso modello di vivere sociale, di lavorare, di comunicare. Dobbiamo assolutamente trovare una sintesi tra vecchio e nuovo, tra il modo di vivere del passato e la tecnologia contemporanea.

I prodigiosi sviluppi delle telecomunicazioni ci consentono oggi di essere “virtualmente” ovunque, limitando al massimo gli spostamenti. La tecnologia consente di ricreare piccole comunità dove ricostruire i rapporti sociali ed uno stile di vita non consumistico ed individualistico.

Certi lavori si modificheranno, altri spariranno e se ne creeranno di nuovi, ma le fondamenta resteranno. Qualcuno che coltiva la terra sarà sempre necessario (magari aiutato da macchine agricole sempre più performanti e produttive), qualcuno che lavora in fabbrica pure.

I negozi di quartiere non devono sparire, soppiantati da Amazon e compari. Il negoziante di vicinato ci può dare quel rapporto umano e di consulenza che ben giustifica il 20% in più del prezzo che paghiamo a lui.

Dobbiamo applicare finalmente anche in Italia i principi dell’ URBANISTICA. Migliaia di architetti italiani sono dovuti andare a lavorare all’estero perché in Italia l’urbanistica non esiste. Le città sono cresciute in maniera disordinata, specialmente con il “sacco“ edilizio degli anni ’60 dello scorso secolo.

Occorre PENSARE, PROGRAMMARE , PIANIFICARE. Tutte cose impegnative, MA NON ABBIAMO SCELTA.

Se lasciamo che le cose vadano avanti da sole come sta accadendo, presto avremo stravolgimenti sociali e miseria diffusa, che porteranno inevitabilmente alle guerre.

Viviamo sul filo del rasoio. Forse abbiamo già superato il punto di non ritorno. Più aspettiamo, peggio sarà.

Allora cerchiamo, come spesso si dice e si scrive, di trasformare un grave problema (la pandemia) in una opportunità per i cambiamenti che prima o poi dovremo attuare.

Quanto accaduto la scorsa estate non lascia presagire nulla di buono. Dall’8 marzo all’8 giugno 2020, buona parte delle persone che non erano costrette ad uscire per andare a lavorare sono rimaste a casa. Per i successivi tre mesi (8 giugno – 8 settembre) c’è stato un “liberi tutti”, sembrava che la pandemia fosse finita, mentre medici e virologi ricordavano alla popolazione che il contagio era ancora attivo.

Sappiamo come è andata a finire: con la ripresa della scuola e delle attività lavorative, i virus portati in giro durante l’estate hanno ripreso a contagiare alla grande, causando la “seconda ondata”.

Oggi, 8 marzo 2021, ad un anno esatto dalla prima clausura, dal primo confinamento (o “lockdown”) si parla di “terza ondata”, causata prevalentemente dalle “varianti” del virus.

Già si prevedono ulteriori restrizioni, specialmente nel week-end, onde prevenire assembramenti.

Nel frattempo centinaia di migliaia di persone sono rimaste senza lavoro e devono ricorrere alla rete di supporto familiare ed ai sussidi statali, compresi i famosi “ristori”.

Non bisogna essere un genio dell’economia per capire che così proseguendo non si va molto lontano. Le persone producono meno ricchezza ( e cala il PIL), lo Stato italiano riscuote meno tasse ma deve erogare decine di miliardi di Euro per il sostegno della popolazione (ed aumenta il debito pubblico).

Stiamo tornando indietro di decenni, e le tensioni sociali sono destinate a crescere, laddove milioni di “garantiti” (principalmente i dipendenti di enti pubblici) sono contrapposti a milioni di persone che devono combattere giorno per giorno per mettere insieme il pranzo con la cena: commercianti, albergatori, ristoratori, gestori di palestre di teatri e di cinema e, soprattutto, coloro che vivono nell’economia cosiddetta “informale” o “sommersa”.

Ma i dipendenti statali non pensino di vivere all’infinito in una bolla di benessere. La loro tranquillità deriva dal bilancio dello stato e dagli introiti fiscali; se questi ultimi verranno a mancare, prima o poi mancheranno i soldi per pagare i loro stipendi e le loro pensioni.

Queste sono considerazioni semplici e banali, ma non si leggono o ascoltano da nessuna parte. Sembra che il mostruoso debito pubblico italiano (ormai arrivato a 2600 miliardi di Euro) non interessi a nessuno, tanto ci pensa “Babbo Natale”. Ma questo mostruoso debito pubblico ci costa ogni anno decine di miliardi di interessi, perché ogni anno il Ministero dell’Economia deve emettere titoli a copertura di detto debito, e chi compra i titoli del debito pubblico italiano non lo fa “a gratis”.

Altro che “gestione del buon padre di famiglia”, come di usa dire: in Italia (quasi) nessuno vuole riconoscere che viviamo con un enorme fardello debitorio che ci portiamo appresso.

Serve una classe dirigente che affronti la crisi in maniera decisa. L’Italia ha da poco un nuovo governo (dei migliori?). Ma, dalle prime battute, non sembra che si vogliano perseguire strade particolarmente nuove. La transizione ecologica che si scorge all’orizzonte sembra solo una bella tinteggiata di verde……..

LA LOTTERIA DEGLI SCONTRINI

Sul finire dell’anno 2020,in Italia, il governo Conte II ha tirato fuori dal cilindro “la lotteria degli scontrini”.

Il 2020 è stato un anno terribile, con la pandemia Covid-19 non ancora  conclusa, ed il governo della Repubblica italiana ha cercato disperatamente di trovare degli strumenti per far ripartire l’economia.

Con il pretesto della lotta all’evasione fiscale hanno inventato “la lotteria degli scontrini”. Incentivare l’emissione dello scontrino da parte di un commerciante è cosa buona, ma dietro si nasconde l’esigenza di rilanciare i “consumi”.

Dalla fine della seconda guerra mondiale in poi la parola chiave dell’economia globale è CONSUMO,  declinata nelle sue innumerevoli varianti :  consumatori, consumismo, associazioni dei consumatori,  eccetera eccetera.

Definizioni di “consumo”, secondo il dizionario Devoto-Oli, edizione 2008:

  1. impiego che comporta un graduale esaurimento di energia, di materiali o di sostanze varie
  2. il processo economico di impiego dei beni volti all’ appagamento di bisogni limitati nel tempo

La definizione di “consumismo” aiuta a capire ancora meglio:

  1. atteggiamento volto al soddisfacimento indiscriminato di bisogni non essenziali, alieno da ideali,  programmi, propositi, tipico della civiltà dei consumi

Il dizionario Devoto-Oli non è la verità rivelata, e anche l’estensore delle sue definizioni è condizionato dalla sua storia e dalla sua cultura. Ma a volte le definizioni sono illuminanti.

La cosiddetta “civiltà dei consumi” era partita circa cento anni fa, laddove Henry Ford metteva in pratica gli studi e le ricerche di Frederick W. Taylor, ingegnere statunitense del XIX secolo, che aveva ideato  la teoria denominata “tempi e metodi”, volta a  razionalizzare ed aumentare la produttività del sistema industriale.

Taylor aveva analizzato accuratamente i processi produttivi, cercando di massimizzare le interazioni uomo-macchina all’interno delle fabbriche, parcellizzando ogni singolo movimento dell’operaio ed ogni singolo movimento dei macchinari, al fine di eliminare i tempi morti, sfruttare al meglio ogni movimento delle braccia,   in sincronia con l’automazione via via crescente degli impianti.

Charlie Chaplin ha magistralmente fotografato con ironia questa impostazione,   nel suo film “Tempi moderni”.

Le teorie di Taylor hanno sicuramente dato forte impulso alla produttività, tanto è vero che  queste metodologie  vengono associate alla “seconda rivoluzione industriale” quella, appunto, del taylorismo-fordismo.  Ford le ha messe in pratica, ottimizzando la catena di montaggio di produzione delle autovetture e dando inizio al poderoso sviluppo dell’industria degli Stati uniti d’America.  Sviluppo che è durato per gran parte del XX secolo, dando agli USA il predominio economico mondiale.

Il taylorismo-fordismo ha portato anche ad altre innovazioni. La grande produzione di massa di beni ha portato allo sviluppo di altre discipline, come il marketing e la pubblicità .

I beni prodotti andavano anche VENDUTI (e, soprattutto,  occorreva incassare i soldi della vendita), per cui è nato un settore ben specifico della scienza della gestione aziendale, il marketing,   che doveva analizzare le necessità espresse (e, soprattutto,  quelle inespresse) della popolazione (da quel momento in poi denominati “consumatori”) per realizzare prodotti e/o servizi volti al soddisfacimento di quelle necessità (o bisogni).

Per vendere i prodotti e/o servizi occorreva farlo sapere ai “consumatori”. E nata così la pubblicità, declinata nel più ampio contenitore della “scienza della comunicazione”.

L’innovativo sistema produttivo e comunicativo  è stato poi copiato dal resto del mondo.

Esemplare quanto accaduto in Italia, in particolare con l’azienda Olivetti. Camillo Olivetti aveva fondato, a cavallo tra XIX e XX secolo,  la omonima fabbrica di macchine da scrivere. Negli anni venti e trenta dello scorso secolo mandò il proprio figlio Adriano negli USA ad apprendere le innovative metodologie produttive e distributive.

Adriano Olivetti (prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale) applicò con creatività queste metodologie all’azienda di famiglia, che fu tra i protagonisti del “miracolo economico “ italiano degli anni cinquanta e sessanta.

Adriano Olivetti seppe riunire intorno a sé il meglio della creatività e della innovazione italiana, realizzando prodotti ancora oggi famosi, come la macchina da scrivere “Lettera 22” (esposta nei musei di arte moderna) o la calcolatrice elettromeccanica “Divisumma”. Prodotti di design (forma + funzione) e dal grande valore aggiunto. I guadagni derivanti dai suoi prodotti, Adriano Olivetti li reinvestiva in parte per migliorare le condizioni lavorative e di vita dei suoi dipendenti, ma questa è un’altra storia, che si è conclusa nel 1960, con la sua prematura scomparsa.

In sintesi, il mix tra ricostruzione post-bellica e nuove metodologie produttive/distributive hanno fatto nascere , nelle nazioni più sviluppate ( soprattutto nell’emisfero boreale)  “  l’era del consumismo”.

Henry Ford, affinché i suoi operai ed impiegati potessero acquistare le sue automobili, aveva migliorato le loro condizioni salariali. Presupposto fondamentale del “consumismo” è che ci sia qualcuno che possa comprare i beni ed i servizi. Da quel momento in poi le varie teorie economiche hanno dovuto contemplare tutte le dinamiche intercorrenti nel processo produttivo,  tra costi delle materie prime, costi della produzione (compresa la manodopera), prezzi di vendita, capacità di spesa dei “consumatori”, finanziamento della stessa.

Sono nate così le vendite “ a rate”, o con le “cambiali”, molto diffuse in Italia negli anni ‘sessanta e settanta e che hanno dato un forte impulso alla economia nazionale.

Il “consumismo” si imponeva nel mondo “sviluppato”, come miglior stile di vita possibile ed immaginabile. I manifesti e gli spot televisivi pubblicitari mostravano  (e mostrano ancora oggi) la famigliola felice, che compra il frigorifero, la lavabiancheria, la mitica FIAT 500, i biscotti e le merendine per i nostri bambini. Un mondo bellissimo, un “bengodi”, il paradiso in terra.

Ma poi,  nel 1989, è successo qualcosa.

Mentre in nord America ed in Europa occidentale il “consumismo” si diffondeva, nel resto del mondo accadevano fatti diversi.

L’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS)  imponeva la sua “economia pianificata” alle nazioni satelliti dell’Europa orientale.  Nel 1949 nasceva la Repubblica popolare cinese (PRC) e le nazioni basate sul “socialismo reale” si contrapponevano ideologicamente a quelle “consumistiche”.

Il sud del mondo assisteva a questo scontro titanico. L’ Africa si liberava (almeno formalmente ) dal giogo coloniale, ma era tirata da una parte o dall’altra dai due blocchi contrapposti.

La seconda metà del XX secolo ha visto la competizione globale tra CONSUMISMO e COMUNISMO, tra USA e URSS, poi tra USA e PRC (People’s republic of China).

Due visioni del mondo diverse ed alternative, che l’arrivo di Mikhail Gorbaciov ed il successivo crollo del Muro di Berlino e dell’URSS hanno rimesso in discussione.

Il 1989 è una data storica. Si può dire che  la seconda guerra mondiale sia terminata in quella data. La “guerra fredda” tra USA e URSS è sostanzialmente il proseguimento di quella “calda”, iniziata nel 1939.  Cinquant’anni  che hanno visto immani sofferenze per l’intera umanità.

Si parla di cinquanta milioni di morti (ma sono sicuramente di più ) nella seconda guerra mondiale, 3 milioni di morti nella dimenticata guerra di Corea del 1950-1953, vari milioni di morti in sud-est asiatico  (tra Vietnam, Cambogia, Laos), altri milioni di morti sparsi per il mondo,

  1. in sud-America, con la lotta tra movimenti guevaristi e dittature militari
  2. in Africa, laddove le lotte per l’indipendenza delle varie nazioni si sono mescolate con guerre civili tra filosovietici e filo-occidentali
  3. in Italia, laddove abbiamo assistito ad una guerra civile nascosta tra estremisti di destra ed estremisti di sinistra, che ha lasciato in eredità centinaia di vittime innocenti

Il 1989 sembrava decretare la vittoria del CONSUMISMO nei confronti del  COMUNISMO.

Gli economisti liberisti ed i governanti che seguivano i loro orientamenti si fregavano le mani. Secondo loro, da quel momento in poi niente e nessuno avrebbe potuto rallentare “gli spiriti animali” del capitalismo consumista.

La prima rivoluzione industriale, iniziata in Inghilterra nel XVIII secolo con le macchine a vapore e proseguita poi in Europa nel XIX secolo con l’invenzione del motore a scoppio e dell’elettricità,  ha avuto appunto la sua “esplosione”  con la seconda rivoluzione taylorista-fordista-consumista del XX secolo.

Sembrava che non  ci fossero freni alle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria.

Prima ancora del 1989, nel 1972 un campanello di allarme scuoteva il mondo della ricerca e dell’economia. Il famoso rapporto del MIT “The limits to growth”, faceva brutalmente  capire all’opinione pubblica mondiale che non era più possibile una crescita economica infinita in un mondo finito.

Questo lo capisce anche un bambino, ma non lo hanno voluto capire (e molti ancora oggi non lo vogliono capire) nemmeno illustri economisti, i nostri politici, la classe dirigente tutta.

Le teorie economiche si sono sempre fondate sul teorema della  inesauribilità delle materie prime. Le risorse naturali non erano una variabile da calcolare. Ma la natura va messa nel conto, altrimenti il risultato  è tutto sballato.

Ancora oggi,  anno  2021 dalla nascita di Gesù Cristo, si vuole fare come gli struzzi, nascondendo la testa sotto la sabbia. E’ molto più facile, per i decisori mondiali e  nazionali, fare finta di nulla, pensare solo all’oggi o, al massimo, al dopodomani, in particolare quando l’economia è trainata dalla finanza e non dal soddisfacimento delle esigenze dell’umanità.

La grande finanza mondiale non ha molto interesse a ragionare sul lungo periodo. Le borse sono ormai guidate dagli algoritmi, software automatici che comprano e vendono a seconda del momento (nel vero senso della parola).

Recentemente i grandi fondi di investimento   stanno prendendo coscienza che il “giocattolo” gli sta sfuggendo di mano, e ora prendono in considerazione SOLO investimenti finanziari  che siano “sostenibili”.

Altra parola magica, LA SOSTENIBILITA’.

Cosa vuol dire “sostenibile”? Sostenibile rispetto a cosa? In molti oggi dichiarano di praticare la sostenibilità , scambiando  la sostenibilità economica con la sostenibilità ambientale e/o sociale.

Se io prendo un mutuo bancario per pagare la casa che ho acquistato, esso deve essere “sostenibile” in funzione della rata mensile che mi posso permettere. Altrimenti, dopo qualche anno, se non posso pagare le rate, la casa mi verrà  pignorata. E questa è la sostenibilità economica.

Ben più complessa è  la sostenibilità ambientale. Vuol dire che i processi produttivi devono essere tali per cui non ci sia un eccessivo CONSUMO di risorse naturali non rinnovabili. Dobbiamo passare cioè da una economia lineare ad una economia circolare, per cui il “ciclo di vita” di beni e servizi deve essere progettato in modo che gli scarti del sistema produttivo vengano il più possibile riutilizzati,  al fine di ridurre il prelievo di materia dalla natura.

Ma questo comporta la FINE DEL CONSUMISMO, almeno per come lo abbiamo interpretato fino ad oggi.

In moltissimi oggi si professano  ambientalisti, sostenibili, promotori dell’economia circolare. E perchè non  anche promotori della pace nel mondo, della fratellanza universale, della abolizione della fame ed delle malattie?  Tutto ciò non costa nulla, non ha controindicazioni, non impegna sostanzialmente nessuno, e fa tendenza.

Ma professarsi  “SOSTENIBILI” comporta qualche cambiamento dei nostri stili di vita e qualche (piccolo) sacrificio.

Vuol dire smettere sostanzialmente di consumare in modo indiscriminato. Significa rendersi conto che

  1. ogni volta che uso l’automobile, consumo una risorsa in esaurimento (come petrolio e gas) e produco emissioni che danneggiano l’atmosfera e creano “effetto serra”. Anche la tanto osannata “auto elettrica” consuma risorse naturali (le batterie sono fatte con il litio) e l’elettricità per ricaricare le batterie non viene dallo Spirito Santo
  2. ogni volta che accendo il personal computer a casa, o qualsiasi alltro elettrodomestico o apparato casalingo, consumo elettricità che solo in  parte viene prodotta da energie rinnovabili
  3. ogni volta che acquisto un prodotto o usufruisco di un servizio, devo essere consapevole, di quante materie prime è costituito, di quanta sofferenze ci sono diietro quel prodotto, visto che le materie prime vengono spesso da nazioni sotto regimi dittatoriali, e dove lavorano uomini, donne e bambini sfruttati, malpagati, in condizioni di lavoro disumane
  4. Ogni volta che getto  un mio rifiuto, devo responsabilizzarmi sul dove andrà a finire. Nessuno  vuole una discarica o un impianto di trattamento rifiuti vicino casa, ma affiché questo accada BISOGNA PRODURRE MENO RIFIUTI

In poche parole dobbiamo TUTTI diventare CITTADINI RESPONSABILI.

LA parola chiave è proprio questa. Dobbiamo praticare, oltre all’ecologia ed alla sostenibilità, la RESPONSABILITA’.

Essere cittadini, in un mondo sempre più complesso e sovraffollato, comporta diritti, ma, soprattutto DOVERI.

Cento anni fa l’ignoranza era una condizione, dovuta alla miseria ed alla appartenenza ad una classe subalterna. Oggi, anno 2021, in Italia, l’ignoranza è un SCELTA CONSAPEVOLE.

Nell’era degli “smartphone”, laddove abbiamo in tasca l’enciclopedia del mondo, l’ignoranza non è più ammessa. Come la legge non ammette ignoranza, la stessa cosa vale per la vita sociale e civile.

Per tornare all’inizio, non sarà la “lotteria degli scontrini”  che ci farà uscire dalla profonda crisi che stiamo vivendo, di cui la pandemia Covid-19 è solo l’evento terminale più evidente.

L’era del consumismo è finita da un pezzo (nell’anno 2000, con lo scoppio della bolla delle dot.com) , ma nessuno ce lo ha spiegato. E siccome (quasi ) nessuno ne vuole prendere atto, continuiamo ad andare avanti come se nulla fosse accaduto, con la logica BAU (business as usual). 

Per 70 anni abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, siamo cresciuti  a debito,  debito soprattutto con la  natura (ma non solo, un anno fa il debito mondiale assommava a 253mila miliardi di dollari), natura che ora ci sta presentando il conto, con lo scioglimento dei ghiacci, inondazioni ed uragani sempre più frequenti, desertificazione diffusa.

Dobbiamo cogliere l’occasione per trasformare la pandemia in una opportunità per rivedere profondamente i nostri scopi e  le nostre aspettative. Se questo non faremo, tempi  ancora più duri ci aspettano.

COVID-68 e il tasto “RESET”

La malattia che ci condiziona da più di un anno si chiama COVID-19. Ma forse andrebbe rinominata COVID-68.

Per quale motivo?

E’ presto detto. La diffusione del virus non accenna a fermarsi, sicuramente per l’aggressività dello stesso, ma anche, e soprattutto a seguito dell’irresponsabilità degli esseri umani.

In particolare, almeno in Italia, a seguito dell’irresponsabilità di alcuni adulti e di molti giovani .

Ieri parlavo con il mio amico Vittorio. Mi ricordava che suo padre a 21 anni è andato a combattere in Jugoslavia, nel corso della seconda guerra mondiale.

Non è bello avere 20 anni quando scoppiano le guerre. A quell’età si va a combattere e, spesso, si  va a morire. La generazione che aveva 20 anni nel 1940 ha sopportato sacrifici e privazioni, che i giovani di oggi faticano ad immaginare.

Dal febbraio 2020 siamo in guerra contro il virus Sars-Cov-2, da cui origina la malattia Covid-19. Non entriamo qui nel merito sull’origine del virus.

Quando in televisione si parla del Covid-19, spesso ci si lamenta dei famosi “assembramenti” serali, spesso causati da gruppi di ragazze e ragazzi che si accalcano nelle piazze per consumare l’aperitivo o comunque stare insieme.

E assai comprensibile che i giovani vogliano stare insieme. Guai se non fosse così. Ma qualcuno deve spiegare loro che in tempo di guerra (al virus) dobbiamo TUTTI fare dei sacrifici.

I nostri giovani, i nostri ventenni sono figli sia della generazione che ha fatto il ’68,  sia di quelle successive,  che dal 1968 sono rimaste profondamente influenzate.

E’ noto che il 1968-69 viene considerato uno spartiacque socio-culturale.  Se per secoli le società umane sono state  fondamentalmente basate su riconosciute autorità familiari e statuali, dal 1968 in poi tutto è stato rimesso in discussione, da parte dei giovani, da parte delle donne e di altri gruppi sociali.

La parola d’ordine è diventata libertà. Libertà dall’autoritarismo e dalle convenzioni,  consolidate nei secoli.

Libertà, parola complessa e dai molteplici significati. Si dice che la libertà mia finisce dove comincia quella dell’altro.

Il virus Sars-Cov-2 è infingardo e mutevole. Ne avremo a che fare ancora per molto. E il virus si diffonde anche  grazie all’irresponsabilità generale , anche dei nostri giovani, che poco si infettano e/o hanno sintomi lievi, mentre trasportano il virus ai loro genitori,  ai loro nonni ,   ai loro parenti conviventi.

Irresponsabilità che è stata instillata loro dagli adulti. Il lascito “tossico “ del 1968 è proprio questo  senso di libertà “malata”, laddove si pensa di poter fare quello che ci pare, infischiandosene delle regole codificate del vivere civile.

Ai nostri figli è stato fatto (erroneamente) capire che oggi vivamo in una società “leggera”, dove non ci sono troppe regole o capi a cui dover obbedire.

In una società contemporanea sempre più complessa non è pensabile vivere insieme agli altri senza seguire dei comportamenti condivisi. Diversamente,  uno se ne va a vivere nel deserto o in un’isola sperduta. Se si accetta di vivere in società, occorre accettarne le principali regole di convivenza.

Se siamo in guerra contro il virus Sars-Cov-2,  dobbiamo fare di tutto per impedirgli di circolare. Il virus si trasmette attraverso il contatto tra essere umani. Per impedire al virus di circolare, moltiplicarsi ed uccidere, dobbiamo impedirgli di venire a contatto con le persone.

Non è difficile.

Certamente per un/una  sessantenne/settantenne è più facile starsene in  casa: sia ha meno energia e meno voglia di andare in giro a far baldoria. I giovani invece sentono  forte il richiamo atavico dei propri ormoni, che li spingono a ricercare i propri coetanei e a stare insieme a loro. A vent’anni si ha bisogno vitale di stare all’aperto e di socializzare. Questo si comprende.

Ma è altrettanto comprensibile che in tempo di guerra (al virus) dobbiamo TUTTI fare qualche sacrificio. Ne va della sopravvivenza della specie umana, o quantomeno del nostro gruppo di appartenenza.  Ma sembra che in molti (ed in particolare i giovani)  siano poco disposti a fare i richiesti sacrifici del caso.

Appena si allenta il “lockdown”, la clausura, migliaia di persone si riversano per le strade, reclamando la loro quota di libertà.  Ed i contagi ripartono,  vanificando gli sforzi dei mesi precedenti.

Questo è successo la scorsa estate: dall’8 marzo  all’8 giugno 2020, salvo che per esigenze di lavoro, salute o altre necessità improcrastinabili, siamo dovuti stare in casa o, al massimo nel nostro quartiere o comune. Mesi difficili per tutti, per l’economia nazionale ed internazionale, per i sistemi sanitari e per le nostre tasche. Appena si ha avuta l’impressione che il virus  stesse indebolendo la sua corsa, la stragrande maggioranza  delle persone lo ha rimosso dai propri pensieri  e sono cadute le precauzioni.

Sappiamo come è andata a finire. In autunno la pandemia è ripartita e oggi, 1 marzo 2021,  stiamo già parlando di possibile terza ondata.

Sicuramente non sarà tutta  colpa dei giovani, anche gli adulti ci mettono del proprio,  con i loro comportamenti poco responsabili. Ma almeno apparentemente i giovani fanno la parte del leone.

Una società irresponsabile. E cosa siamo diventati. Una società che non è capace di reagire in modo ordinato ed organizzato di  fronte ad un evento forse  inaspettato, ma niente affatto impossibile da gestire.

Come andrà a finire? Chi lo sa?  Molte società sono scomparse nei millenni e nei secoli passati,  a causa di cataclismi o per l’esaurimento delle risorse naturali (come è accaduto per il popolo che abitava l’isola di Pasqua).  Epidemie di peste bubbonica hanno afflitto l’umanità da sempre.

Ma se la società contemporanea non modificherà alla svelta i propri stili di vita ed i propri comportamenti, altre pandemie arriveranno, esasperando i già fragili equilibri di un mondo diseguale, abitato da quasi 8 miliardi di persone.

Dobbiamo premere il tasto “RESET”, che è posizionato da qualche parte sulla nostra testa. Come dice il mio amico Raniero, con cui conversavo oggi.

Resettiamo il nostro cervello:  ora che il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

Per 50 anni abbiamo fatto bagordi ( 1950-2000,  l’era del consumismo) e  abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità (253mila miliardi di dollari di debito mondiale, a marzo 2020 – ora chissà a che cifra sarà arrivato).

Basta.

Dobbiamo cambiare registro. Il nostro modo di vita consumistico (nostro per modo di dire, riservato a tre miliardi di persone, quelli “ricchi” del nord del mondo) non è più gestibile, le risorse naturali si stanno esaurendo, la natura stessa è in esaurimento, l’antropizzazione sta spingendo gli animali sempre più a contatto degli esseri umani, con effetti devastanti a causa dello scambio di virus e batteri. Lo scioglimento dei ghiacci, le inondazioni sempre più frequenti, siccità e desertificazione spingono milioni  di esseri umani a cercare fortuna altrove, creando tensioni geopolitiche.

Sono iniziate le guerre per l’acqua. Egitto, Sudan, Etiopia si contendono le acque del Nilo. In Medio oriente, Iraq, Siria e stati limitrofi si contendono le acque del Tigri e dell’Eufrate, culla della civiltà.

La Repubblica popolare cinese  si tiene ben stretto il Tibet, da cui originano i principali fiumi dell’ Asia.

Che mondo vogliamo? Dipende solo da noi.

Dobbiamo ritornare ai “fondamentali”. Potenziare il settore primario e secondario, senza i quali il terziario arranca.

Ognuno deve fare la sua parte. Basta delegare. Siamo tutti protagonisti  e responsabili della permanenza della specie umana su questo pianeta.

La transizione ecologica

Roma, Italia, 10 febbraio 2021. Il presidente del consiglio incaricato Mario Draghi sta incontrando le parti sociali, dopo aver svolto il secondo giro di consultazioni per formare il suo governo.

Il Movimento 5 stelle è in fibrillazione: una parte dei suoi aderenti non vuole governare con Draghi e rifiuta l’appoggio al governo. Beppe Grillo, fondatore e garante del partito, ha bisogno di tirar fuori dal cilindro un coniglio, che lo faccia uscire dal rischio disintegrazione della sua creatura.

Ed eccolo, miracolosamente, il coniglio tanto cercato: il ministero per la transizione ecologica. Evocato da Donatella Bianchi, presidente WWF Italia e conduttrice del programma di RAI Uno “Linea blu”, alla fine della consultazione con Mario Draghi.

Questo, secondo gli osservatori, dovrebbe placare la furia dei “duri e puri” grillini, più realisti del re. Il ministero della transizione ecologica, che dovrebbe guidare la Nazione verso “magnifiche sorti e progressive”.

Sono mesi che si parla del “Green new deal” voluto dalla Commissione europea, per uscire dai disastri creati dalla Grande Pandemia. Il ministero per la transizione ecologica dovrebbe essere la declinazione italiana di questo progetto.

Questo ministero, da quello che si capisce, dovrebbe risultare dalla fusione tra il Ministero per lo sviluppo economico ed il Ministero per la politiche ambientali. Un super-ministero che dovrebbe guidare l’Italia ( e l’Europa) verso un’economia più circolare e meno distruttiva per le risorse naturali ed il nostro habitat.

Che bello. Detto così sembra tutto perfetto. A dichiararsi ambientalisti, anzi “green”, non costa nulla. Chi non è a favore dell’ambiente, o a favore della pace, o a lottare contro la fame nel mondo? A parole , a chiacchiere, lo siamo tutti.

Peccato che, come diceva qualcuno, NON ESISTONO PRANZI GRATIS.

Lo sa bene Donald Trump, che nei suoi 4 anni di mandato ha cercato in ogni modo di ostacolare gli accordi di Parigi sul clima; lo sanno bene gli industriali petroliferi, che hanno pagato per anni pseudo-scienziati e pseudo-giornalisti per dire che la crisi climatica era una invenzione di pochi estremisti. Lo sanno bene tutti gli operatori economici che si oppongono ad internalizzare nei conti aziendali i costi relativi ai danni da loro creati all’ambiente ed alla società.

Definirsi AMBIENTALISTI in realtà ha un costo, per tutti, ma soprattutto per chi ha un’attività imprenditoriale, perché le attività umane hanno ricadute sul contesto circostante, chiamate ESTERNALITA’.

Venti-trent’anni fa esistevano programmi dell’Unione europea che analizzavano questi aspetti (uno fra tutti denominato, giustappunto, EXTERNE), che miravano ad includere nel mondo della produzione il concetto “CHI INQUINA PAGA”; cioè chi produce (e tutti siamo produttori di emissioni, dai nostri gas intestinali all’uso dell’automobile) deve essere consapevole che le sue emissioni solide, liquide e gassose danneggiano irreparabilemente ambiente e popolazioni, per cui deve essere incentivato, tramite un meccanismo di premi/punizioni, ad inquinare di meno.

Sempre vent’anni fa si parlava di “CICLO DI VITA” dei prodotti e dei servizi (metodologia LCA – life cycle assessment), di “impronta ecologica”, per misurare quanto incidono le attività umane.

Ciclo di vita ed esternalità sono le indispensabili fondamenta del pensiero economico del XXI secolo, ma se n’è persa traccia nel dibattito pubblico e tra gli addetti ai lavori.

Di questi tempi va di moda il “GREENWASHING”; un bel lavaggio nella vernice verde ed, oplà, in Italia, in un colpo solo, siamo diventati 60 milioni di ambientalisti. Il ministero della transizione ecologica ci porterà verso un radioso futuro, un mondo perfetto.

MA LE COSE NON STANNO ESATTAMENTE COSI’.

Il pianeta Terra non è solo atmosfera, mari, oceani, fiumi, laghi, monti, colline, pianure , deserti e foreste. Il pianeta Terra, la nostra unica casa, ospita migliaia di miliardi di insetti ed altri animali e 7,7 miliardi di esseri umani.

Non ci si può più dichiarare “ambientalisti” senza considerare coloro che abitano l’ambiente. Per decenni l’aspetto “sociale” è sempre stato assente dal dibattito “verde”.

La lotta alla crisi climatica non avrà alcun esito se non affronteremo il tema nella sua totalità.

Sarà perfettamente inutile per un europeo (o un nordamericano) comprare un autovettura elettrica, mentre il sudamericano distrugge l’Amazzonia per coltivare biocarburanti o mangimi, mentre l’africano distrugge la foresta equatoriale per estrarre minerali e mentre l’asiatico fa lo stesso per coltivare la palma da olio.

Sono anni che viene detto e scritto che dobbiamo cambiare stili di vita, che il mondo esaurirà presto le sue risorse, esattamente dal 1972, quando uscì il rapporto “The limits to growth”.

Lo dice Papa Francesco, lo dicono molti attivisti ecologisti e ambientalisti, lo dicono i giovani che seguono Greta Thunberg, lo dicono milioni di altre persone.

Ma cambiare stile di vita può essere impegnativo. E, soprattutto, vuol dire mettere fine, DEFINITIVAMENTE, all’era del CONSUMISMO.

L’era del consumismo ha avuto il massimo del suo “splendore” nella seconda metà del XX secolo, mentre nella prima metà la seconda rivoluzione industriale, la “catena di montaggio” taylorista-fordista ne aveva creato i presupposti.

Cambiare stile di vita significa METTERE IN DISCUSSIONE UN SECOLO DI ECONOMIA MONDIALE.

In questi giorni di pandemia siamo attanagliati tra l’atroce dilemma se privilegiare la salute o l’economia, esattamente come discusso per anni in merito alla ex-ILVA di Taranto.

Dobbiamo trovare una sintesi. Ma per farlo occorre far funzionare i neuroni del nostro cervello. Pensare costa fatica. Pensare è doloroso e pericoloso, perchè mette in discussione le nostre certezze.

Pensavamo di vivere nel “paese di Bengodi”. Un posto di lavoro sicuro come operaio o impiegato, per tutta la vita, ferie pagate, malattie pure, il mutuo per farsi la casetta tanto desiderata, una bella liquidazione, e la tanto desiderata pensione. Ma questo “paese di Bengodi” è durato solo CINQUANT’ANNI. Dal 1950 al 2000.

Oggi, inizio anno 2021, questo “paese di Bengodi “ esiste solo nei sogni, nelle speranze o nell’immaginario collettivo.

L’economia mondiale è profondamente cambiata negli ultimi vent’anni.

Anno 2000, la prima avvisaglia: la “bolla delle dot.com”, il crollo alla borsa USA dei titoli tecnologici super-pompati a fine millennio.

Anni 2007-2008 , il nuovo e più pesante disastro finanziario, derivato dal fallimento Lehman Brothers e dei “mutui subprime”.

Nell’era del consumismo l’economia mondiale ha vissuto a debito, al di sopra delle proprie risorse ed alla fine ne stiamo pagando il conto. L’era del consumismo è finita, perchè non c’è più niente da consumare e perché i mercati del nord del mondo sono saturi.

MA NESSUNO LO SPIEGA AL TELEGIORNALE.

Si pensa di tornare al “paese di Bengodi”, ma non ci torneremo più. Tranne forse per quell’uno per cento di ricchi, che nell’anno 2020 si è arricchito ancora di più.

E noi, abitanti de nord del mondo, siamo pure fortunati, a confronto con quelli del sud del mondo. Più di quattro miliardi di persone, che non hanno redditi decenti, e di questi, un miliardo combatte per un pasto al giorno e muore letteralmente di fame.

La transizione ecologica avverrà solo, e solamente, se almeno quattro miliardi di persone avranno un reddito decoroso, e noi dovremo smettere di rapinarne le risorse minerarie ed agricole, come avviene da secoli (in particolare negli ultimi decenni).

Se non faremo questo, mentre noi del nord del mondo ci gingilliamo con le auto ibride e gli impianti fotovoltaici, nel sud del mondo si combatterà per l’acqua, per un ettaro coltivabile, per fuggire da deserti e inondazioni. Milioni di persone in fuga da guerre, malattie e miseria, che premono ai nostri confini.

“CAMBIARE STILI DI VITA” vuol dire per noi uno stile di vita PIU’ SOBRIO, per consentire a loro, del sud del mondo, di poter crescere economicamente, senza ripetere gli errori consumistici fatti da noi.

Stile di vita più sobrio vuol dire che non ce l’ha ordinato il medico di fare le vacanze alle Maldive, con aerei civili che producono gas climalteranti in modo spropositato.

Stile di vita più sobrio vuol dire ridurre gli sprechi, vuol dire comprare prodotti che durano di più, anche per contrastare l’usa e getta.

Stile di vita più sobrio vuol dire mettersi una maglia in più in casa in pieno inverno, come si faceva fino a 70 anni fa, quandi non tutti avevano i termosifoni in casa. Non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo girare seminudi a gennaio, con l’appartamento a 30° centigradi.

Stile di vita più sobrio vuol dire usare meno l’automobile, a favore di bicicletta o altri mezzi similari, guadagnando, tra le altre cose, anche in salute.

Stile di vita più sobrio significa andare di meno al supermercato (dove spesso ci carichiamo di prodotti superflui o inutili), privilegiando il negozio di quartiere o il contadino del paese. Andando a comprare sotto casa, magari spendiamo il 10% in più, ma risparmiamo code, carburante e TEMPO, e sprechiamo meno.

Stile di vita più sobrio vuol dire mangiare meno carne, privilegiando legumi e cereali della nostra tradizione mediterranea. Se i mangimi per i bovini vengono dalla deforestazione amazzonica o indonesiana, quasi quasi divento vegetariano o vegano.

Stile di vita più sobrio vuol dire dare più valore al proprio tempo ed ai rapporti interpersonali.

Stile di vita più sobrio significa piccoli sacrifici per noi, ma una grande opportunità per centinaia di milioni di africani, sudamericani e asiatici, che dovranno avere migliori condizioni di lavoro e di vita.

CAMBIARE STILI DI VITA NON E’ PIU’ UN OPZIONE. ORMAI E’ UN IMPERATIVO.

Trasporto collettivo e condiviso, condomini solidali con spazi comuni, un’agricoltura di qualità senza sfruttamento di manodopera, produzioni con ciclo di vita più sostenibile.

Se questo non faremo, tempi duri ci attendono.

E quando i giapponesi avranno ammazzato tutte le balene del mondo (per scopi “scientifici”) e depredato tutto il pesce degli oceani per fare il loro sushi, ci mangeremo la plastica che riempie i nostri mari.

Un mondo affollato

Ieri, 1 febbraio 2021, il presidente dell’ISTAT ha commentato brevemente i dati demografici italiani relativi al 2020.

A fronte di 700mila morti, lo scorso anno ha visto soli 400mila nuovi nati.

La popolazione mondiale cresce di circa 75 milioni di unità all’anno, ma in Europa, ed in particolare in Italia, assistiamo al fenomeno contrario.

Perché?

Sicuramente incide la profonda crisi economica innescata dalla pandemia Covid-19, ma il calo demografico era già in atto negli ultimi decenni. Incide il calo delle aspettative verso il futuro ed un certo egoismo da parte dei ventenni / trentenni, poco propensi a “metter su famiglia” ed a privilegiare “la carriera”, preferendo viaggiare per il mondo e fare “esperienze”. E servono meno “braccia per l’agricoltura”, grazie alla meccanizzazione.

In Italia 100 anni fa la demografia era assai simile a quella delle nazioni del sud del mondo di oggi; basta andare indietro nel tempo e ripercorrere le storie familiari di tutti noi, per ricordare che era facile, in quegli anni, trovare famiglie di 10 figli, in particolare nel mondo contadino.

Tanti figli, tante braccia per l’agricoltura; e poi non c’erano gli antibiotici, la metà dei figli non arrivava all’età adulta, stroncata da polmoniti, tifo, tubercolosi ed altre malattie allora incurabili. Non c’era nemmeno la procreazione programmata e consapevole, i sistemi anticoncezionali di oggi erano semi-sconosciuti, e il regime fascista voleva tanti “balilla” per la patria.

Lo stesso accade oggi, nel XXI secolo, nel sud del mondo.

E’ previsto che la curva demografica mondiale vada a stabilizzarsi e poi a decrescere, di pari passo con il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche di miliardi di persone. Ma questa decrescita demografica è lenta, perchè lento è il miglioramento delle condizioni socio-economiche di miliardi di persone.

In molti descrivono le “magnifiche sorti e progressive” della globalizzazione, che avrebbe portato benessere e ricchezza ai PVS (paesi in via di sviluppo). Questo è accaduto per pochissime nazioni, prima fra tutte la PRC (People’s republic of China), che in 30 anni è passata dall’essere un PVS ad essere la seconda potenza mondiale (ed entro il 2030, probabilmente la prima).

Il resto di Africa, Asia, centro America e parte del sud America non ha beneficiato della crescita del PIL mondiale, impetuosa per il periodo 1950-2000, poi rallentata fino ad arrestarsi nello scorso anno, complce la pandemia Covid-19.

Il sud del mondo è cresciuto poco dal punto di vista socio-economico perché il sistema economico mondiale è rimasto ancorato al XIX secolo, al colonialismo.

Europa prima, nord America, Russia e PRC poi, hanno sistematicamente sfruttato le risorse umane e naturali di mezzo mondo, lasciando nella miseria miliardi dipersone.

Questo accade ancora oggi, in modi e forme ancora più odiosi, denominati NEOCOLONIALISMO.

Mentre prima lo sfruttamento del sud del mondo era più sfacciato, attraverso gli imperi (primo fra tutti quello inglese), ora avviene in maniera più subdola, attraverso una formale indipendenza ed autonomia di decine di nazioni, quando in realtà esse sono asservite sempre alle stesse potenze del nord del mondo.

Le risorse agricole e minerarie, in particolare dell’Africa, vengono sfruttate dalle società multinazionali, che pagano tangenti alle oligarchie locali. I proventi di tante ricchezze restano nelle tasche delle aziende “occidentali” , dei vari dittatori locali , delle loro famiglie allargate e degli oligarchi che fanno parte dei vari “cerchi magici”.

Alle popolazioni locali restano solo le briciole.

Le popolazioni locali assistono impotenti alla deprivazione delle loro ricchezze, deprivazione che avviene spesso anche tra lotte feroci dei vari “signori della guerra” locali (camuffati con ideologie politiche e/o religiose), lotte feroci che coinvolgono la popolazione civile (vedasi quanto accade da decenni nella Repubblica “democratica” del Congo).

I giovani, oppressi da fame, guerre, persecuzioni politiche e/o religiose delle varie fazioni, fuggono dal loro paese, alla ricerca di un vita dignitosa.

E vengono ad affollare i confini della “fortezza Europa” (o i confini tra Messico e Stati uniti d’America) .

Sempre ieri, 1 febbraio 2021, le cronache ci raccontano di un colpo di stato in Myanmar(Birmania); alcuni commentatori ricordavano ieri che il Myanmar è nazione ricca di risorse naturali. Evidentemente, dietro i militari golpisti, che governano da decenni il loro paese, ci sono i soliti noti che non vogliono spartire le ricchezze con il popolo (senza contare delicati equilibri geopolitici tra PRC ed India).

Nel corso degli ultimi dodici mesi, da quando la pandemia Covid-19 occupa le nostre vite, si moltiplicano le proposte e le ricette per uscire dalla crisi.

“Green new deal”, sviluppo sostenibile, lotta alla crisi climatica. Tutti buoni propositi, ma la razza umana si salverà dalla auto-distruzione solo e solamente se prenderà in considerazione un radicale cambio di passo. E’ fondamentale difendere la casa comune, il pianeta Terra, ma ciò avverrà solo e solamente se si farà tutto il possibile per migliorare le condizioni socio-economiche di almeno quattro miliardi di persone.

La lotta tra ricchi e poveri, lotta che va avanti da diecimila anni, da quando esiste la “civiltà” umana, è ora a livello globale. I ricchi del nord del mondo (Europa, nord America, Russia, PRC, sud Corea e Giappone) vogliono mantenere inalterato il loro stile di vita, fondato sul consumismo.

Per consentire questo stile di vita , lo stile consumistico, i poveri del sud del mondo DEVONO RIMANERE POVERI.

Questa è la dura realtà. E la cosiddetta “cooperazione internazionale” è un pannicello caldo, buono giusto per mettere a posto le coscienze. Massimo rispetto per tutti gli operatori che, spesso a rischio della loro vita, si prodigano in Africa, in Asia e ovunque ci sia miseria e degrado. Ma è come cercare di svuotare il mare con un bicchiere.

L’elemosina e la carità non possono compensare secoli di rapine.

Di questi argomenti non se ne parla. Troppo fastidioso. Turba la digestione della cena ed i telegiornali della sera si guardano bene dall’affrontare il tema.

E le classi povere dei paesi “occidentali” vengono aizzate dai populisti e dai nazisti di mezzo mondo contro i migranti, in una odiosa “guerra tra poveri”.

Al momento, dopo la sconfitta di Donald Trump, populisti e nazisti di mezzo mondo tirano il fiato e prendono una pausa, ma quanto potrà durare?

Sono più di 50 anni che vengono denunciati desertificazione, calo delle risorse idriche, esaurimento delle materie prime, e quale cibo per l’umanità del XXI secolo. Ma ciò interessa a pochi; si vive alla giornata.

I dirigenti della PRC non vivono alla giornata. Stanno accaparrando risorse naturali ed agricole in Africa, in Asia ovunque sia loro consentito. Devono nutrire più di un miliardo e 400 milioni di persone e si danno da fare; probabilmente a danno di qualcun’altro.

Se non si affronteranno, ed alla svelta, questi temi, il paragone con il Titanic che naviga verso la catastrofe con l’orchestra che suona resterà sempre quello più credibile e comprensibile.

Poi si viene accusati di catastrofismo.

Attendo con ansia altre proposte e soluzioni, che molti si aspettano dalla tecnologia. Il XIX ed il XX secolo ci hanno portato scoperte scientifiche e tecnologiche impressionanti ma non hanno risolto i grandi problemi dell’umanità.

Se non usciremo presto dal modello consumistico, la tecnologia non potrà fare più nulla.